«Il problema del design oggi è la connessione», intervista a Patrick Abbattista di DesignWanted Cosa distingue un talento vero da uno che ha semplicemente imparato a cavalcare l'algoritmo?

«Il problema del design oggi è la connessione», intervista a Patrick Abbattista di DesignWanted Cosa distingue un talento vero da uno che ha semplicemente imparato a cavalcare l'algoritmo?

Immagini, render iper-reali, linguaggi che si rincorrono e community nate e morte nello spazio di tre scroll. In questa sovraesposizione totale, quanto spazio ci resta per costruire un’identità che non sia solo un asset digitale? Il rischio, oggi, è quello di confondere un progetto con il suo contenuto social, dimenticandoci che un'estetica riconoscibile non coincide necessariamente con una direzione precisa. È da questo glitch che parte la nostra conversazione con Patrick Abbattista, fondatore di DesignWanted. Abbattista non ha solo creato una piattaforma; ha costruito un ponte tra idee, persone e industria, cercando di fare la cosa più difficile nel 2026: generare connessioni che non si fermino alla superficie dello schermo.

Con lui abbiamo analizzato il design da una prospettiva ibrida - tra editoria e strategia - per capire cosa distingue un talento vero da uno che ha semplicemente imparato a cavalcare l'algoritmo. Perché se i social hanno reso tutto più visibile, non hanno reso tutto più chiaro. Anzi, forse il problema non è la mancanza di creatività, ma la fatica di trovare una voce autentica e capire, prima ancora di cosa voler disegnare, che tipo di persona si vuole essere.

Pensi che il design abbia imparato a comunicarsi meglio oppure esiste ancora una distanza tra ciò che i designer fanno e ciò che il pubblico percepisce?

Secondo me la maggior parte dei designer non ha ancora imparato davvero a comunicare. E in parte è comprensibile: chi sceglie di diventare designer lo fa perché vuole progettare, non perché vuole occuparsi di comunicazione. Detto questo, oggi esistono alcuni casi molto interessanti di giovani designer che sono riusciti a costruire una community attorno al proprio lavoro. Penso ad esempio ad un grande amico, Deniz Aktay, un designer tedesco che durante il Covid ha iniziato a pubblicare render online e ha raggiunto centinaia di migliaia di follower, arrivando poi a collaborare con diverse aziende.

La comunicazione però è anche una questione di attitudine. Non parlo solo della parte tecnica - gestire i social, produrre contenuti - ma anche del networking, del sapersi muovere negli eventi e nel sistema del design. È qualcosa che deve venire spontaneamente se vuoi davvero far conoscere il tuo progetto. Credo quindi che ci sia ancora molto lavoro da fare, ma probabilmente una certa distanza resterà sempre: progettare e comunicare sono due competenze diverse, per quanto intrinsecamente legate.

Il tuo percorso parte dal marketing e dalla comunicazione. In che modo questo sguardo esterno ha influenzato il modo in cui osservi e racconti il design?

Essere arrivato al design da outsider è stato probabilmente il mio vantaggio principale. Quando ho iniziato, intorno al 2008, mi sono trovato subito a confrontarmi con grandi nomi del settore perché il progetto editoriale a cui lavoravo era diventato partner di realtà internazionali importanti come il Red Dot Design Award e molte altre. Mi sedevo allo stesso tavolo con designer e aziende affermate, ma non essendo (ancora) uno di loro parlavo con tutti nello stesso modo, avendo una curiosità spontanea e non filtrata. Questo mi permetteva di fare anche domande molto semplici, a volte persino banali, che però spesso mi portavano al cuore del progetto.

Diciamo che non avendo un timore reverenziale dettato dal mio background e dalla mia scarsa conoscenza dei protagonisti del settore, riuscivo più facilmente a creare empatia umana, prim’ancora che connessioni professionali. In un certo senso, questo approccio è rimasto anche in DesignWanted: non abbiamo mai voluto celebrare solo le icone o solo gli emergenti. Ci interessa il progetto, indipendentemente da chi lo firma. Questo crea una sorta di meritocrazia editoriale: un giovane designer può trovarsi pubblicato accanto a un brand come Flos o Cassina, e questo genera visibilità e credibilità reale. Essere un comunicatore mi ha permesso di mantenere una distanza critica dal settore e di osservarlo con uno sguardo neutro.

Con il format Ideas for Business avete trasformato una piattaforma editoriale in una sorta di infrastruttura di open innovation. Quanto è importante oggi creare connessioni tra designer emergenti e aziende? E cosa cercano davvero i brand quando aprono queste call?

Ideas for Business nasce da un’osservazione molto semplice: là fuori esistono tantissime idee. Oggi, tra render tradizionali e strumenti di intelligenza artificiale, i designer producono continuamente concept e progetti. Allo stesso tempo molte aziende cercano nuove idee, ma non sempre sanno dove trovarle. Molti designer mi chiedevano spesso di metterli in contatto con aziende. Io lo facevo quando possibile, ma ho pensato che fosse necessario creare uno spazio strutturato che permettesse alla community di accedere a queste opportunità.

Da un lato quindi permettiamo alle aziende di entrare in contatto con una creatività diffusa e globale. Dall’altro offriamo ai designer la possibilità di presentare le proprie idee a brand con cui altrimenti non avrebbero mai avuto un dialogo. Le aziende cercano diverse cose: nuove prospettive, nuove idee, ma anche un posizionamento culturale. Aprire una call internazionale significa dimostrare attenzione verso le nuove generazioni di designer e verso la comunità creativa globale. Vuol dire parlare a chi domani sarà il tuo interlocutore.

Inoltre permette di ricevere proposte da contesti culturali diversi. Un designer brasiliano, ad esempio, potrebbe interpretare un prodotto o un materiale in modo completamente diverso rispetto a un designer europeo. Questa contaminazione culturale è estremamente preziosa.

Molti giovani designer oggi faticano a trovare il proprio spazio nel settore. Dal tuo punto di osservazione privilegiato, quali qualità distinguono davvero i talenti che riescono a emergere?

La qualità più importante è una sola: l’identità. I designer che ho visto emergere avevano fin dall’inizio un’idea molto chiara di chi fossero e del messaggio che volevano portare nel mondo. Ricordo due designer brasiliani che incontrai molti anni fa, Rodrigo Brenner e Maurício Noronha, fondatori dello studio Furf. Quando li conobbi erano praticamente sconosciuti, ma avevano una chiarezza incredibile nel loro approccio. Quella identità non è mai cambiata nel tempo, e oggi sono diventati uno studio molto riconosciuto.

Oltre all’identità, servono altre due cose: perseveranza e capacità di comunicarsi. Nel design, come in molti altri contesti, ricevere porte in faccia fa parte del percorso. La differenza sta nel reagire in modo costruttivo: capire cosa non ha funzionato e adattarsi, restando fedeli a se stessi nei principi fondanti. Infine c’è la comunicazione. Oggi che piaccia o meno, quando un’azienda valuta un designer spesso guarda anche il suo profilo Instagram o la sua presenza online per capire che messaggio complessivo trasmette. Se non si è visibili in qualche modo, si rischia di risultare inesistenti. E come si fa a collaborare con qualcuno che non sai nemmeno che esiste? 

Negli ultimi anni il design è diventato sempre più visibile sui media e sui social. Secondo te questa esposizione ha davvero ampliato la cultura del progetto oppure rischia di trasformare il design in una semplice estetica da consumare velocemente?

Come tutte le cose, porta con sé pro e contro. Quando ho iniziato a lavorare nel design, molti pensavano che il design fosse qualcosa di strano e costoso. In realtà il design è progetto, funzione, estetica, ma non solo estetica. I social media hanno avuto il merito di diffondere il design e di renderlo più accessibile. Il problema è che i social sono per natura visivi e bidimensionali, quindi ciò che arriva alle persone è spesso solo l’immagine del prodotto.

Per questo servono realtà editoriali capaci di raccontare il progetto in profondità. Mostrare un oggetto non basta: bisogna spiegare perché nasce, come si sviluppa, quale problema risolve o quale opportunità crea. In fondo il design è soprattutto una questione di empatia. Dal mio punto di vista, i grandi designer hanno la straordinaria capacità di mettersi nei panni delle persone. È questo che rende un progetto davvero senza tempo, perché diventa espressione e strumento di una collettività e non un esercizio di stile. 

Se dovessi immaginare il futuro dei design media nei prossimi dieci anni, quale ruolo pensi avranno nel definire la direzione del design contemporaneo?

È difficile fare previsioni perché la tecnologia cambia continuamente i modi in cui comunichiamo. Nuove piattaforme generano nuovi linguaggi e nuovi formati: TikTok negli ultimi anni ne è un esempio evidente. Quello che percepisco è che tornerà ad avere grande importanza anche la dimensione fisica. Eventi più piccoli, momenti di incontro più mirati, forse anche pubblicazioni stampate ma realizzate con un senso preciso, non semplicemente per produrre carta.

Ad ogni modo, secondo me, la questione non è tanto nei canali quanto nel perché comunichiamo. I canali cambieranno continuamente, ma il punto centrale resta sempre lo stesso: qual è il messaggio e perché lo stiamo condividendo. Se perdiamo di vista questo, rischiamo di creare solo rumore. A me interessa il suono, non il rumore. Se domani il modo migliore per creare connessione con la community sarà un evento fisico o una nuova piattaforma, mi adatterò. L’importante è che rimanga quella connessione umana ed empatica che sta alla base del design.

Alla fine, il take di Abbattista è chiaro: avere grandi idee non basta più. E, spoiler, non basta neanche saperle impacchettare bene per Instagram. In un panorama saturo di reference e traiettorie già battute, la differenza la fa la capacità di costruire presenza e intenzione, e il design torna a essere una pratica che chiede presenza reale. Non è una questione di stile o di performance online, ma di concentrazione ed empatia. Patrick Abbattista rimette al centro parole che forse suonano poco "glamour" ma che sono decisive: identità, prototipo, connessione. Quella roba che puzza di officina, di mani che toccano le cose, di errori fatti dal vivo.

In mezzo al rumore bianco, alle copie delle copie e ai trend che durano una settimana, ciò che resta riconoscibile non è quello che assomiglia di più a qualcosa di già visto, ma ciò che riesce ancora a sembrare necessario. Forse il design oggi serve proprio a questo: a ricordarci che esistere significa essere presenti, non solo visibili.