Da Zegna e da Prada, due opposte visioni del passato Quando riflettere sul tempo che se n’è andato non diventa pura nostalgia

Tra i tanti show visti alla Milan Fashion Week negli ultimi giorni, quelli di Zegna e di Prada hanno avuto un concept in comune: il passato. Ma è stato molto interessante vedere come, Alessandro Sartori da un lato e Raf e Miuccia dall’altro li abbiano sviluppati secondo angoli di lettura del tutto opposti. Da Zegna, lo show immaginava di esplorare l’armadio della famiglia fondatrice, a partire dalla primissima giacca del Conte Ermenegildo Zegna fino ai vestiti personali delle quattro generazioni successive, con l’idea che gli abiti debbano venire da lontano per andare lontano, amati e curati all’infinito; da Prada, invece, la complessità del presente proviene dalla giustapposizione di passati e vite precedenti, che si sommano e accumulano nei capi sotto forma di usure, macchie di muffe, segni di riparazioni e un sentire che estetizza il decadimento.

Perché visioni opposte?

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Due brand, due anime diverse e due diverse concezioni del vestire. Zegna è un brand che, come dicono le stesse show notes, «nasce da un amore profondo per il tessere e l’indossare» e possiede già nella sua lunga storia un senso molto positivistico del vestire, una spinta costruttiva all’eccellenza. Gli abiti di Zegna, e specialmente quelli di questa collezione, non comunicano altra filosofia oltre a quella di una sartoria così carica e così densa di valore nei materiali e nel loro assemblaggio da diventare un’eredità cross-generazionale.

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È una visione che privilegia ed esalta l’aspetto pratico e positivo del vestire e che, provenendo da praticamente un secolo di storia, finisce necessariamente per creare dell’innovazione: lo stesso Sartori ha detto alla stampa che il brevetto per l’interessantissima giacca con tre bottoni orizzontali presentata in sfilata, di cui si può alterare l’allaccio facendo girare un bottone, era stato depositato la mattina prima dello show. Ma questo amore verso la manipolazione della materia e verso il fare si è tradotto anche nei filati composti da lana, cashmere e carta; nei maglioni dal collo così alto e compatto da sfociare nel modernismo concettuale; in quel bomber di pelle con zip a tre quarti e nelle giacche dai revers raddoppiati.

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Per Miuccia Prada e Raf Simons invece il vestire è una dichiarazione intellettuale, un gesto culturale che, nella sua cerebralità, tramuta gli abiti a cui siamo abituati in forme nuove e strane. E dunque, per domandarsi «Cosa siamo in grado di creare partendo da quanto già conosciamo?» i due direttori creativi trasformano gli impermeabili in mozzette clericali, allungano drammaticamente i polsini di camicie macchiate di umido o muffa, cappotti e cappelli sono spiegazzati e schiacciati, erodono i cappotti di pelle con finte usure, simulano gli orli divorati dalle tarme applicando sui capispalla inserti di tessuti diversi a rappresentare un tessuto sottostate rivelato dalla rottura del soprastante.

Essere nel passato o riflettere sul passato?

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Nelle note di Zegna, poi, si spiega in modo molto ma molto esplicito che questi abiti sono «protetti dall’incuria», da Prada l’incuria è invece simulata, gli abiti sono «portatori di impressioni di vita». A unire le due esplorazioni opposte c’è un tentativo di sintesi: Prada crea una collezione «giustapponendo livelli di significato e riferimenti a epoche diverse» creando rapidi lampi del passato a partire da dettagli moderni, e dunque sintetizza sovrapponendo; Zegna sintetizza lanciandosi in avanti, facendo di un armadio pieno di vestiti del passato un luogo dove «si preserva la loro memoria per poi rievocarla» e anche «un’eredita che continua a crescere» per accumulo progressivo.

Riflettere sul passato non è sinonimo di restare nel passato: sia da Zegna che da Prada non c’erano nemmeno troppe tracce di nostalgie verso tempi remoti. Il primo la evoca come rispetto e avanzamento della tradizione, nel secondo c'è solo la possibilità di associazioni che però avvenivano nella mente di chi guarda. Il concetto che emerge, però, è che oggi la moda e più in generale la cultura si ritrova sulle spalle un tale accumulo di anni e stagioni che i suoi creativi non possono evitare di rapportarcisi in qualche modo

Nostalgia è la parola chiave

Il che ci porta, da un lato, a pensare che l’industria nel suo complesso va sempre più vicina a raggiungere una qualche massa critica culturale oltre al cui ciglio il futuro si spalanca come un abisso, pieno di reinvenzioni che non ci attendiamo; e dall’altro a riflettere come questo “passato” non sia solo un concetto filosofico ma una presenza culturalmente e fisicamente sempre più concreta e ineludibile rappresentata da tutti i vestiti che riempiono archivi, armadi, piattaforme secondhand e mercati vintage. 

In effetti, a tutti i livelli di reddito e clientela, ogni individuo del mondo a un certo punto si è ritrovato di fronte a un vestito di seconda mano, a un armadio ereditato, oppure a un abito amato su cui si è accumulata la patina del tempo. Se un tempo la moda parlava di un’esigenza di rinnovamento, è molto indicativo dei nostri tempi che oggi si concepisca il vestire contemporaneo come una sintesi del presente e di tutto il passato che l’ha preceduto. Si viene così a creare un cortocircuito tra i tre stati del tempo: ci troviamo nel presente, vestiamo il passato ma pensiamo al futuro. Non si procede più per tesi e antitesi ma c’è solo pura sintesi.

Takeaways

- Alla Milan Fashion Week, gli show di Zegna e Prada hanno condiviso il tema del passato, ma lo hanno interpretato in modi radicalmente opposti: Zegna ha celebrato l’eredità familiare e la cura infinita degli abiti, mentre Prada ha esplorato il decadimento e l’accumulo di tracce del tempo sui capi.

- Alessandro Sartori ha immaginato l’armadio delle generazioni Zegna come fonte di abiti che “sono venuti da lontano per andare lontano”, ha valorizzato materiali pregiati, sartoria eccellente e innovazione pratica, come la giacca con tre bottoni rotanti che ha brevettato poco prima della sfilata.

- Al contrario, Miuccia Prada e Raf Simons hanno trasformato il vestire in una riflessione intellettuale, hanno estetizzato usura, muffa, riparazioni e decadimento, hanno creato capi che hanno mescolato epoche diverse e hanno simulato l’incuria per interrogarsi su cosa si sia potuto creare a partire dal già conosciuto.

- Zegna ha protetto gli abiti dall’incuria e li ha visti come eredità in crescita, mentre Prada ha simulato l’incuria per far emergere “impressioni di vita”, ha sintetizzato il passato attraverso la sovrapposizione di significati e dettagli moderni.

- Entrambe le visioni hanno evitato la pura nostalgia: Zegna ha avanzato rispettando e rinnovando la tradizione, Prada ha usato il passato come materiale per associazioni mentali nel presente, senza rimpianti per epoche remote.

- Un parallelismo che mostra come la moda contemporanea si sia trovata a fare i conti con un accumulo inevitabile di storia e oggetti, concependo il vestire non più come rinnovamento continuo, ma come sintesi permanente tra presente, passato e futuro.