In seguito alla costante attenzione e la persistente copertura da parte di nss magazine delle vicende e alle varie ripercussioni, sia a livello legale sia sociale, che hanno visto protagonista il brand noto come "Supreme Italia", e definito per un periodo "Supreme Barletta", siamo stati contattati dall'Ufficio Stampa che segue IBF (ndr. International Brand Firm), società inglese proprietaria del marchio "Supreme Italia", desiderosi di commentare direttamente quelli che sono, a dir loro, svariati punti bui sul brand e la sua situazione attuale.

Fermo restando che la redazione di nss riconosce come vero e unico Supreme solo ed esclusivamente quello nato a New York nel 1994 e fondato da James Jebbia, nss ha accolto la richiesta portata avanti dall'Ufficio Stampa del gruppo IBF, mostrandosi professionalmente pronto ad ascoltare ciò che il gruppo dietro "Supreme Italia" aveva da dire - mantendendo comununque salda la posizione della redazione a favore di Supreme New York.

Quanto segue è l'intervista completa al Direttore Commerciale di IBF, su quella che è la posizione della stessa sui recenti avvenimenti che l'hanno vista coinvolta.

 

#1 Supreme New York è un marchio molto noto e grazie alle sue strategie di marketing e alla scelta dei canali di distribuzione limitati, anche un brand relativamente di nicchia, con un target ristretto e ben definito - almeno fino a qualche anno fa. Conoscevate già il brand e le sue strategie?

Francamente no perché il brand “Supreme” dell’americana Chapter 4 Corp. non godeva fino a qualche anno fa di alcuna notorietà in Italia, ed anzi poteva dirsi pressoché sconosciuto alla stragrande maggioranza dei consumatori. Certamente non poteva dirsi “noto” nel settembre/novembre 2015, ovvero nel periodo in cui IBF ha lanciato la produzione della sua prima collezione “Supreme” in Italia, presentando regolare domanda per la registrazione del proprio segno presso il competente Ufficio Italiano Brevetti e Marchi (UIBM).
Del resto tuttora i prodotti “Supreme New York” sono di fatto irreperibili sul mercato italiano, giacché l’americana “Chapter 4” non distribuisce i propri prodotti attraverso alcun negozio, rivenditore o distributore fisico in Italia.

Quanto secondo voi avete “copiato” di Supreme New York per realizzare il vostro “brand”?

Nulla.
Le nostre collezioni propongono capi adatti alle esigenze del nostro mercato anche in termini di pesi, misure, stile ed offerta, come la linea di capispalla in neoprene, capi in misto seta e cashmere fino alla linea di maglieria.
I nostri materiali sono diversi da quelli proposti dall’azienda americana.
Dietro al brand “Supreme” Italia c’è il know how di persone che da anni fanno ricerca e si occupano di abbigliamento ed accessori per il casual wear e il tempo libero. 

 

#2 Eliminando questo elitarismo e i canali di vendita ristretti che caratterizzano Supreme New York, si è andato a snaturare quello che è l’ethos del brand originale ma forse si è creato dello spazio per nuovi e non sempre eticamente corretti sviluppi. 
Avete percepito questa esclusività come una possibilità non sfruttata sul mercato italiano?

Riteniamo che non sia affatto etico vendere una felpa o una tshirt a centinaia di euro, ancor di più non vorremmo consentire che questo avvenga attraverso il reselling.
Quello che Voi definite “elitarismo” è la prova più evidente del totale disinteresse dell’americana Chapter 4 per il mercato italiano e non solo, mercati nei quali i prodotti “Supreme New York” non sono mai stati presenti.
Anzi, a ben vedere, proprio la “politica commerciale” di “assenza” di prodotti attuata da Chapter 4 ha alimentato se non addirittura favorito un’attività di reselling priva di qualsiasi “eticità”, decisamente irregolare, e forse anche illecita, posta in essere da influencer e youtuber, che va a colpire direttamente i consumatori ed ad alterare le regole del commercio e della corretta informazione, spesso influenzata da soggetti tutt’altro che disinteressati, tra i quali alcuni blogger che abbiamo anche diffidato legalmente.
Questi soggetti, che da un lato fanno video su ciò che a loro dire è vero o falso, a volte hanno canali personali di rivendita, fiscalmente irregolari, e agiscono creando “concorsi” senza alcuna autorizzazione per vendere pezzi.
Sarebbe bello capire come mai sul web, in pochi secondi, la disponibilità di capi finisce e si ritrovano sempre nelle mani degli stessi pochi fortunati fruitori delle vendite online.
L’azienda americana Wealthsimple Financial Inc, che offre servizi di gestione degli investimenti online, ha addirittura promosso l’attività di reselling con un cartellone esposto proprio fuori dallo store Newyorkese di Supreme, che quindi pare acconsentire a questo “sistema”. 

Credete che la politica di esclusività di Supreme New York vi abbia in qualche modo autorizzato a lavorare su Supreme Italia?  

Quel che ci ha autorizzati è il mercato.
Stiamo portando avanti un progetto completamente diverso da Supreme New York, alla portata di tutti coloro che desiderano acquistare i prodotti.

 

#3 Supreme Italia si può dire abbia reso il termine “legit fake” di dominio pubblico. Qual è la vostra opinione sul “legit fake”? 

E’ un termine dal significato ambiguo e contraddittorio che non ci appartiene, a nostro avviso coniato da chi ha tutto l’interesse a denigrare il nostro brand, evidentemente poiché non sono disinteressati.
La nostra è una società di diritto inglese senza sede a Barletta.

Pensate venga erroneamente attribuito a Supreme Italia? 

Sicuramente si.
Supreme Italia non commercializza “falsi” ma prodotti originali contraddistinti dal proprio marchio regolarmente registrato presso l’ufficio Marchi e Brevetti del Ministero.
Non ci sembra possibile un raffronto tra due realtà imprenditoriali che non hanno alcuna concreta ed effettiva comunanza di mercato e di clientela, dal momento che i prodotti Chapter 4 di fatto non esistono in Italia.
Quali sarebbero dunque i fake? e quali i legal? E soprattutto: si può vietare a qualcuno di lavorare in un mercato dove non si è presenti? Il mercato è libero. 

 

#4 A livello di tutela di marchi e segni, il sistema italiano si è dimostrato ricco di vacuum legislativi che hanno così permesso la registrazione del marchio Supreme nel nostro paese, rendendo "lecito" da un punto di vista legale Supreme Italia. Al tempo stesso però i vostri prodotti vengono percepiti da alcuni come “contraffatti” sotto un punto di vista "etico"/"creativo" e oggetto di Concorrenza Parassitaria ai danni di Supreme New York. 
Qual è per voi il confine tra legalità e illegalità in tale questione? 

IBF ha registrato regolarmente i propri marchi “Supreme” in ben 54 paesi.
L’attività imprenditoriale e commerciale di IBF è stata corretta, e quindi legale, in tutti i paesi sui quali ci siamo mossi.
Oggi IBF è perseguitata da chi pretende campo libero In Italia ed un’esclusiva “planetaria” su di un termine in realtà del tutto comune, descrittivo, laudativo, usato da migliaia di aziende, per il quale sino al 2012 non aveva ottenuto la registrazione come marchio neppure negli Stati Uniti per mancanza di distintività.
Per darvi un dato: nella categoria 25 attualmente nel mondo ci sono 511 marchi (dati di TMview), escludendo l’oriente, che contengono il termine “supreme”. Se dovessimo estendere tale ricerca anche ad altre categorie arriveremmo ad oltre un migliaio di brand.
Va detto inoltre che molti uffici marchi e brevetti (ad esempio la Germania) hanno rifiutato la registrabilità del segno “Supreme” per originaria carenza di carattere distintivo, vietando, in buona sostanza, la monopolizzazione di un termine ritenuto di libero utilizzo.
Del resto anche negli Stati Uniti, ovvero nello stesso territorio in cui opera Chapter4, c’è chi come Powell Peralta (azienda leader nel mondo degli skaters certamente nota ai lettori di nss) sin dal 1990, e dunque ben prima di Supreme New York, ha fatto e continua a fare liberamente uso del naming Supreme, riproponendolo anche nelle sue più recenti collezioni. 

Quando avete dato vita a Supreme Italia non avete preso in considerazione l’eventualità di una non liceità del brand e dei suoi prodotti? 

Non potevamo immaginare anni fa un tale sviluppo e l’interesse mediatico suscitato dal nostro brand.
Le attività di tutela del brand sono state fatte alla luce del giorno e fa specie che solo dal giugno del 2017 gli americani stiano tentando di registrare il marchio in Europa, attività alla quale ci siamo ovviamente opposti vista anche la nostra registrazione in Spagna. 

 

#5 Supreme Italia è fortemente commentata e oggetto di costante discussione su svariati forum italiani e non legati al mondo streetwear. Proprio grazie al world of mouth generato in questi gruppi, sempre più utenti hanno preso finalmente coscienza della distanza esistente tra Supreme Italia e Supreme New York. 
Considerate questo fenomeno come una perdita di potenziali clienti? 

Riteniamo che il nostro target di clientela sia molto ampio.
Il nostro è un ottimo prodotto ad un giusto prezzo e le persone sanno perfettamente cosa comprano e cosa vogliono.
La scelta resta sempre nelle mani di chi spende.
Il mercato non è solo quello dei blogger, dei forum.
Nei negozi non entrano solo i “leoni” della tastiera ma anche semplici consumatori che apprezzano il nostro prodotto. 

I risultati di vendita ottenuti soprattutto nel primo periodo possono essere attribuiti a questa mancanza di informazione e cultura del brand? 

Non possiamo saperlo.
Chi ha comprato i nostri prodotti continua a farlo con soddisfazione. Questa è la miglior risposta. E ad oggi non abbiamo negozi che ci rispediscono merce invenduta.
Cosa dovremmo pensare? La mancanza di informazione non può essere inferiore per importanza alla presenza di disinformazione spesso indotta e non disinteressata.

Alcuni fanatici non sono il mercato. 

 

#6 Molto è stato scritto e detto su Supreme Italia e il “fenomeno del legit fake”. 
Cosa, invece, secondo voi non è stato detto a riguardo e cosa vorreste fosse ora universalmente noto? 

Non è ancora stato detto nulla su di noi, anzi!

Siete praticamente i primi ad approfondire e per questo vi ringraziamo.
Non c’è mai stata una vera e propria visibilità prima di quella recentemente raggiunta sul web grazie alle fotografie postate da alcuni noti influencer ritratti mentre indossano i loro capi Supreme New York acquistati negli Stati Uniti.
Almeno così sembra anche se si tratta di immagini legate alla capsule Louis Vuitton.
Tutto questo dal 2017 mentre noi siamo presenti dal 2015.
Fino a pochi mesi fa la gran parte del pubblico non conosceva neppure dell’esistenza di “Supreme New York”, e se il nostro brand è oggi ben riconoscibile ciò è dipeso dagli ingenti investimenti fatti, dalla cura e qualità del prodotto e dall’organizzazione di una primaria e capillare rete distributiva.
I prodotti IBF a marchio “Supreme” sono sempre stati venduti nei migliori negozi italiani con tanto di etichetta identificativa dell’origine e provenienza del prodotto, a prezzi congrui e in linea con il mercato locale. Solamente dopo sono iniziate le azioni giudiziarie promosse da Chapter 4. 
Nulla è peraltro ancora deciso, essendo stati emessi unicamente provvedimenti cautelari e non definitivi.
Confidiamo nella giustizia e riteniamo pertanto che, nel merito, saranno riconosciute le nostre ragioni ed accolte le domande riconvenzionali svolte nei confronti di Chapter 4.
Qualche provvedimento favorevole è già arrivato come ad esempio i dissequestri ordinati da alcune Procure e Tribunali italiani.
I giornalisti dovrebbero ricominciare a dare voce ad entrambe le parti, senza valutare solo gli investimenti pubblicitari di chi appoggia, direttamente o indirettamente, uno o l’altro progetto.

 

Nota di Redazione
Quanto avete letto è l'intervista completa, così come riportataci. Quanto rilasciato dall'intervistato,non rispecchia assolutamente quella che è la posizione di nss rigurado le tematiche affrontate.