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Dobbiamo sbarazzarci della Monna Lisa?

Se lo chiede Jason Farago, critico d’arte del New York Times

Dobbiamo sbarazzarci della Monna Lisa? Se lo chiede Jason Farago, critico d’arte del New York Times

Poche opere nella storia dell’arte sono ignorate quanto “Le nozze di Cana” al Louvre. Appeso sulla parete opposta a quella della Monna Lisa, il capolavoro di Paolo Veronese è la vittima perfetta del fascino dell’opera di Leonardo. Questo quadro monumentale è il caso più eclatante di grande arte offuscata dalla fama superficiale di un’opera assurta al rango di icona, anche se nessuno capisce veramente il perché. E' da questa riflessione che parte il critico d’arte Jason Farago, nel suo provocatorio articolo del New York Times pubblicato il 6 Novembre, intitolato: “È ora di rimuovere la Monna Lisa”.

L’opinione di Farago suona radicale, come radicali sono i suoi toni nel definire il quadro di Leonardo: “un pericolo per la sicurezza, un ostacolo all’educazione e nemmeno un’attrazione soddisfacente nella vostra lista di cose da fare”. Prosegue dicendo che “in quest’epoca di turismo di massa e narcisismo digitale, è diventata un buco nero di anti-arte che ha messo sotto sopra il museo”. Il critico poi enumera qualche dato: cita il sondaggio che nomina la Monna Lisa l’attrazione più deludente del mondo, parla di quanti problemi il minuscolo quadro con il suo sproporzionato seguito abbia creato al museo sia sul piano logistico che su quello culturale, dato che la sua fama, da sola, eclissa agli occhi del pubblico il valore della collezione d’arte più grande d’Europa.

Come Farago sottolinea, il dipinto più famoso del nostro continente non è nemmeno osservabile da vicino: per guardarlo bisogna infatti rispettare tre metri e mezzo di distanza a cui si aggiunge una barriera umana di turisti impegnati a fare selfie e sgomitare davanti l’opera. La folla che la Gioconda raccoglie davanti a sé, infatti, è ormai un problema calcolato, quasi una seconda cornice del quadro, che però lo rende paradossalmente poco visibile, una grancassa che con la vuotezza della propria ammirazione solleva un molto rumore, ma lo fa per un nulla . È insomma un caso di fama generata dalla fama stessa, un serpente che si morde la coda o, nelle parole di Farago, “una Kim Kardashian del XVI secolo”, capace di trasformare il resto della collezione del Louvre in “carta da parati”.

Il curatore del Louvre, Jean-Luc Martinez, ha proposto soluzioni puramente logistiche, come biglietti a tempo e nuovi ingressi, ma, come il critico del New York Times ribatte: “Il Louvre non ha un problema con il sovraffollamento, ma con la Monna Lisa”. La soluzione che invece viene avanzata nell’articolo è molto più semplice: la spropositata attenzione che il quadro attira merita uno spazio tutto per sé, separato dal resto del museo, dove le oceaniche folle di turisti del Louvre (che hanno sfiorato i dieci milioni l’anno scorso) possano dirigersi, facendo in modo che il resto della collezione possa uscire dalla sua gigantesca ombra. Questa idea è modellata sul caso del Guernica di Picasso al Reina Sofia di Madrid, a cui è stato assegnato un padiglione proprio.

L’articolo di Jason Farago potrebbe forse sembrare troppo tagliente, ma in realtà mette nero su bianco un problema che tutti i visitatori del museo e in generale di Parigi sperimentano. È infatti un luogo comune, dopo essere stati al Louvre, dire che la Gioconda è minuscola, domandarsi retoricamente come mai sia tanto famosa, lamentarsi della confusione e, nell’era di Instagram, fotografare chi fotografa il quadro invece del quadro stesso. Ancora di più: la Gioconda è diventata un luogo comune, la sua iconicità diluita in un mare di riproduzioni grafiche(non ultima la borsa realizzata da Jeff Koons per Louis Vuitton), tutte più o meno kitsch, dai magneti alle t-shirt, dalle tote-bag ai puzzle. Il pubblico stesso, ammirandola, l’ha banalizzata. E Duchamp, in una delle sue anarchiche opere, la mise alla berlina lo stato d’icona del quadro dipingendogli sul viso un paio di baffi. E così anche altri artisti moderni come Warhol e Banksy.

Forse per questo Virgil Abloh, che in tutti i suoi lavori di designer e creativo aggiunge una vena d’ironia, ha incluso il quadro in versione retroilluminata nella sua collezione MARKERAD per Ikea. Come ha detto Abloh: “L’obiettivo è nobilitare l'anonimo, gli oggetti iconici della vita quotidiana che usiamo senza notarli”. In mezzo a questi oggetti c’è proprio la Monna Lisa, anonima e iconica, insieme a un tappeto che riproduce uno scontrino, federe da letto brandizzate e un orologio dal quadrante vuoto. Il dipinto diventa una variazione sul tema del kitsch, che Eco ha definito come la menzogna dell’arte, la sua vuota imitazione, portando ad esempio proprio una riproduzione della Monna Lisa stampata sopra stoffe e portamonete.

Sperimentare l’arte significa, fra le altre cose, esercitare il proprio spirito critico, non cedere al richiamo fatuo della fama, con l’effetto controproducente di diventare solo più insensibili e passivi e appiattire quella grande esperienza che è l’arte, ma ricercare attivamente ciò che ci emoziona e colpisce il nostro cuore e il nostro cervello. Forse servirebbe esplorare l’arte con uno sguardo più ingenuo, indagando opere e correnti alternative ma altrettanto importanti, come quelle che sono appese in tutto il resto del Louvre. Forse servirebbe visitare il museo per vivere un’esperienza personale, intima e non soltanto per alimentare i contenuti del nostro feed. Non è forse questo l’obiettivo di tutta l’arte? Come il sole offusca le stelle, così certe opere troppo famose possono offuscare tutte le altre ed è quindi giusto chiedersi: è ora che la Monna Lisa tramonti?