
Con Biennale College Cinema e il sostegno di CHANEL, Venezia costruisce uno spazio in cui i nuovi autori possono ancora rischiare Perché il futuro del cinema non ha bisogno di permesso
Ogni settembre, a Venezia, si parla del futuro del cinema come se fosse qualcosa da prevedere. Si cercano segnali nei film in concorso, nei nomi destinati a diventare familiari, nei nuovi formati e nelle piattaforme che stanno modificando il nostro modo di guardare. Biennale College Cinema parte da una prospettiva diversa: il futuro non si aspetta e non si indovina, si rende possibile. Significa dare tempo, strumenti, risorse e soprattutto libertà a chi un film non l’ha ancora fatto, ma possiede già qualcosa che non si può insegnare: una voce.
Nato nel 2012, il programma della Biennale di Venezia dedicato alla formazione e al sostegno dei giovani filmmaker internazionali accompagna ogni anno dodici progetti lungo tutte le fasi che separano un’intuizione da un’opera compiuta: dalla scrittura alla strategia di distribuzione, passando per il piano finanziario e il calendario di produzione. Quattro dei progetti selezionati per l’edizione 2025–26 sono arrivati fino alla fine del percorso e sono stati presentati nel programma ufficiale della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. È un dato importante non soltanto per ciò che racconta del College, ma per ciò che rivela dell’industria: oggi, per un autore emergente, il passaggio più difficile non è immaginare un film, ma ottenere lo spazio per realizzarlo senza doverlo rendere immediatamente rassicurante, riconoscibile o vendibile.
«Cerchiamo una voce originale, un talento che speriamo autentico e che possa cominciare qui una carriera destinata a uno sviluppo significativo», spiega Alberto Barbera, direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia. Il punto, per Barbera, non è produrre promesse astratte. Molti dei film nati all’interno del College hanno attraversato festival internazionali, ricevuto premi, trovato una distribuzione nelle sale o sulle piattaforme; diversi registi sono poi tornati a Venezia con i lavori successivi o sono approdati in altri festival. La misura del progetto sta quindi nella continuità che riesce a generare. Non è un premio che si esaurisce alla consegna, né un finanziamento isolato: è la costruzione concreta di una traiettoria.
Alla domanda su che cosa serva oggi a un regista per emergere, Barbera risponde inizialmente con una battuta: «fortuna». L’accesso alla professione sembra più semplice perché le immagini sono ovunque e gli strumenti per produrle sono diventati più disponibili; in realtà, trasformare un’idea in un film e quel film in una carriera è diventato più complesso. L’industria tende a concentrare l’attenzione sui progetti più grandi e sulle opere capaci di promettere un ritorno commerciale, mentre il cinema d’autore incontra difficoltà crescenti nel reperire finanziamenti. «Un regista ha bisogno di essere accompagnato in un processo così complicato come il debutto nella professione, il cui accesso oggi è apparentemente più facile, ma in realtà molto più complesso».
Biennale College interviene precisamente in questo spazio. I tutor aiutano i team a sviluppare il progetto, rafforzare la sceneggiatura e costruire un percorso produttivo efficace, senza imporre loro di anticipare le richieste del mercato. È una sospensione temporanea delle logiche che normalmente regolano la produzione: non una zona protetta dal mondo, ma un luogo in cui arrivare al confronto con il mondo dopo aver definito il proprio linguaggio. «Qui trovano uno spazio di libertà assoluta. In questa prima esperienza la libertà è fondamentale, perché permette loro di dimostrare di avere talento, di saper raccontare storie e interessare gli spettatori».
Le testimonianze dei filmmaker confermano che il limite economico, dentro una struttura capace di sostenerli, non coincide necessariamente con un limite creativo. Al contrario, può diventare una forma di concentrazione. Gabriel Gutiérrez Morales ha raccontato che il budget ridotto del suo progetto non è stato vissuto come una restrizione, ma come una possibilità di essere più onesti e dire esattamente ciò che si voleva dire. Maria Giovanna Cicciari ha definito il percorso «liberatorio», sottolineando come il vero premio fosse la libertà di girare e fare il proprio film. Una delle registe dell’edizione ha descritto invece la necessità di fidarsi dell’istinto durante nove mesi di lavorazione serrata: senza il tempo per rifugiarsi in una comfort zone, ogni decisione doveva diventare immediata, presente, personale.
I numeri danno una scala a questo lavoro senza esaurirne il significato. In quattordici edizioni, 49 progetti sono stati realizzati grazie al grant del College, passato da 150 mila a 200 mila euro; altri 28 film hanno trovato una strada produttiva autonoma dopo il primo workshop. Quasi ottanta opere nate direttamente o indirettamente da un processo che comincia a San Servolo, con dieci giorni di lavoro intensivo e team provenienti da tutto il mondo. Per la nuova selezione sono arrivate più di 400 candidature da oltre cento Paesi. Dietro ogni cifra c’è una coppia creativa formata da regista e produttore e, soprattutto, un possibile accesso al cinema che altrimenti non sarebbe esistito.
Il sostegno di CHANEL alla quattordicesima edizione si inserisce in una storia che precede di molto il concetto contemporaneo di partnership culturale. Nel 1920, durante il suo primo viaggio a Venezia, Gabrielle Chanel incontrò Sergej Djagilev e finanziò la ripresa dei Ballets Russes. Circa dieci anni più tardi, sempre in città, conobbe il giovane Luchino Visconti e contribuì all’avvio della sua carriera presentandolo a Jean Renoir, che ne sarebbe diventato il mentore. Venezia diventa così il punto di contatto fra due storie parallele: quella di una Maison che ha costruito parte della propria identità nel dialogo con gli artisti e quella di un’istituzione che oggi prova a rendere il cinema più accessibile a chi deve ancora entrarvi.
Per l’edizione 2025–26, questo legame ha preso anche il volto di Marion Cotillard, attrice e ambassador della Maison, scelta come mentor del programma. Nel suo intervento alla conferenza stampa, Cotillard ha insistito sulla necessità di proteggere opere che non nascono per raggiungere milioni di spettatori o generare risultati economici immediati. Ciò che l’ha colpita nei quattro film è stato quello che ha definito un «fuoco artistico»: l’urgenza di raccontare storie e la possibilità di farlo attraverso progetti singolari, non formattati, che senza un programma simile rischierebbero di non esistere. «È fondamentale sostenere progetti che non sono affatto formattati, opere singolari che potrebbero non esistere senza questo programma», ha detto Marion Cotillard. «Devono esistere perché gli artisti possano essere sostenuti e perché il pubblico continui ad avere accesso a film esigenti, capaci di uscire dagli schemi».
Anche per Barbera il contributo della Maison supera la dimensione economica. La sua storia accanto al cinema, la possibilità di coinvolgere professionisti e registi in qualità di mentor e l’esperienza accumulata nel sostegno alla creazione entrano nella struttura stessa del progetto. Una struttura che, per funzionare, non può cristallizzarsi: deve cambiare insieme al cinema. «CHANEL porta esperienza e la capacità di coinvolgere altri registi come mentori dei giovani autori. Il progetto deve seguire le trasformazioni del cinema: non può restare chiuso per sempre dentro una gabbia».
Per decenni abbiamo pensato ai festival soprattutto come luoghi di consacrazione: spazi che scelgono, ordinano e mostrano film già realizzati. Biennale College sposta questa responsabilità a monte. Venezia non si limita a riconoscere un’opera quando è finita, ma partecipa alla costruzione delle condizioni che le consentono di nascere, per poi accompagnarla nel momento della presentazione. Cannes, Berlino, Locarno e Rotterdam hanno sviluppato negli anni programmi rivolti ai nuovi autori e alle cinematografie che incontrano maggiori difficoltà nell’accesso ai capitali. Venezia è arrivata più tardi, riconosce Barbera, ma nel 2012 ha scelto una formula più ambiziosa: non soltanto un contributo, bensì un intero percorso. «Credo sia fondamentale che un festival abbia un ruolo attivo. Non ci limitiamo a dare un sostegno economico: costruiamo il percorso, seguiamo i registi nel processo produttivo e, quando il film è finito, li aiutiamo a presentarlo».
È forse questa la risposta più interessante alla crisi che attraversa il cinema contemporaneo. Non difendere una forma passata per nostalgia, né inseguire ogni trasformazione tecnologica come se fosse automaticamente un progresso, ma garantire che autori diversi possano continuare a sperimentare. Il cinema non rimane vivo perché conserva intatte le regole del Novecento; rimane vivo se esistono luoghi disposti ad accogliere ciò che ancora non possiede una forma riconoscibile.
Barbera non condivide l’idea ricorrente secondo cui il cinema sarebbe morto. O meglio: accetta che sia morto un certo cinema, quello del secolo scorso, il sistema attraverso cui generazioni di spettatori hanno imparato ad amarlo. Ma proprio in questa scomparsa vede l’inizio di qualcosa, non la sua conclusione. «Quel cinema lì, quello del secolo scorso con cui siamo nati e cresciuti, è morto. Ma oggi si fa un cinema interessantissimo in tutto il mondo, certo molto diverso dal passato. La storia dell’arte è una storia di evoluzioni, cambiamenti, rivoluzioni e salti improvvisi. È ciò che sta accadendo anche al cinema, e io sono eccitatissimo all’idea del suo futuro».
Il futuro raccontato da Biennale College Cinema non è allora una promessa generica. Ha il volto di chi arriva a Venezia con un trattamento e, nove mesi dopo, torna con un film; di chi proviene da un Paese in cui l’accesso alla produzione è limitato; di chi scopre che un micro-budget può obbligare lo sguardo a diventare più preciso; di chi non deve ancora sapere come piacere a tutti. In un’industria sempre più prudente, forse il gesto davvero radicale è proprio questo: concedere a una nuova voce il diritto di non chiedere permesso.