
Il potere terapeutico della luce nel design, intervista a Theo Pinto In occasione della personale "The Weight of Light", alla Cadogan Gallery di Londra
Siamo abituati a guardare tutto velocemente. Mostre, interni, oggetti, case, città: ogni cosa deve funzionare in pochi secondi, prima che lo sguardo passi ad altro. In un momento in cui tutto sembra dover essere immediato, la luce sta tornando a essere uno degli strumenti più interessanti per parlare di spazio, percezione e progetto.
Non si tratta soltanto di illuminare bene una stanza o di costruire un effetto scenografico per i social. La luce modifica le superfici, cambia il modo in cui leggiamo un ambiente, rende un colore meno stabile e trasforma la relazione tra il corpo e ciò che lo circonda. Nell’arte, nel design, nell’architettura e negli spazi retail, progettare significa sempre più spesso costruire un’atmosfera, non soltanto organizzare oggetti e materiali.
È dentro questa trasformazione che si inserisce The Weight of Light, la nuova mostra personale di Theo Pinto alla Cadogan Gallery a Londra. Artista brasiliano basato a Brooklyn, prima di dedicarsi alla pittura Pinto ha studiato architettura, una formazione che continua a influenzare profondamente il modo in cui pensa scala, superficie, materia e presenza fisica delle opere.
I suoi dipinti sono realizzati attraverso stratificazioni, levigature e continui aggiustamenti del colore. Le superfici opache assorbono la luce invece di rifletterla, facendo cambiare l’opera in base alla distanza, alla posizione dello spettatore e al tempo trascorso davanti a essa. Non rappresentano paesaggi precisi, anche quando ricordano cieli, orizzonti o momenti atmosferici.
Pinto spiega che il suo processo non parte quasi mai da un’immagine definita.«Di solito parto da una sensazione più che da un’immagine», racconta. Può esserci il ricordo di un cielo, di un momento al crepuscolo o di una particolare qualità della luce, ma non prova a riprodurli fedelmente: quello che gli interessa avviene dopo, durante il lavoro in studio.
Un dipinto può rimanere per mesi in una condizione incerta, senza una destinazione completamente definita. Pinto racconta che spesso sono proprio questi i momenti più interessanti, quelli in cui non sa ancora dove l’opera lo stia portando. È anche per questo che lavora spesso sull’alba e sul tramonto, momenti di passaggio in cui la luce cambia rapidamente e niente appare completamente stabile. «Il mondo è costantemente nel processo di diventare qualcos’altro», dice. Ogni dipinto diventa quindi un tentativo di restare un po’ più a lungo dentro quello stato, prima che si trasformi.
La luce, nei suoi lavori, non arriva alla fine: è parte della struttura dell’opera. Entra nel modo in cui il colore si forma, nel modo in cui la superficie assorbe l’ambiente e nel modo in cui l’immagine si presenta allo spettatore. Per questo i suoi dipinti non consegnano tutto al primo sguardo. Hanno bisogno di distanza e attenzione.
Oggi arte, design e architettura sembrano sempre meno interessati all’immagine fissa e sempre più alla costruzione di esperienze percettive. Negli interni, negli hotel, nei musei, negli showroom e nei negozi, la luce non è più un elemento aggiunto alla fine del progetto, ma ciò che decide il carattere dello spazio prima ancora degli arredi.
Ma una parete può cambiare completamente in base al modo in cui viene illuminata. Lo stesso materiale può sembrare caldo, freddo, leggero o pesante a seconda dell’ora del giorno. Un’ombra può ridisegnare una stanza, mentre un riflesso può rendere più evidente un dettaglio e nasconderne un altro. L’artista racconta che l’architettura gli ha insegnato a pensare prima di tutto all’esperienza, più che agli oggetti: a osservare come le persone attraversano un luogo e come proporzioni, materiali e luce costruiscono la percezione dello spazio.
Anche oggi, Pinto affronta ogni dipinto come qualcosa che deve essere costruito, non soltanto composto. Gran parte del suo lavoro in studio riguarda infatti i supporti, le finiture, i pannelli e i sistemi attraverso cui vengono stratificati i materiali. Come spiega lui stesso, i suoi dipinti sono «tanto costruiti quanto dipinti».
Anche la scelta del grande formato nasce da questo rapporto con l’architettura. Pinto vuole che l’opera venga percepita come una presenza capace di entrare in rapporto con il corpo e con lo spazio circostante e di modificare l’ambiente in cui viene collocato. Da qui nasce una domanda più ampia: cosa succede quando il design comincia a progettare condizioni? La risposta passa inevitabilmente dalla luce, uno dei materiali più efficaci per rendere variabile ciò che sembrerebbe fisso.
Molti spazi contemporanei trattano la luce come una semplice estetica: ambienti morbidi, tonalità calde, ombre controllate e superfici pensate per essere fotografate. In questi casi cambia l’immagine dello spazio, ma non necessariamente l’esperienza di chi lo attraversa. Quando la luce viene trattata come un materiale, invece, modifica davvero la relazione tra corpo e ambiente. Non serve soltanto a rendere visibile qualcosa, ma suggerisce un ritmo e determina quanto tempo siamo disposti a dedicare a ciò che abbiamo davanti.
Questo tema diventa ancora più rilevante in una cultura dominata dallo scrolling. Pinto non considera i propri dipinti una forma di opposizione diretta a questa velocità. Preferisce definirli un invito. «Passiamo così tanto tempo a scorrere da un’immagine all’altra che abbiamo quasi dimenticato cosa significhi soffermarsi davvero su qualcosa», racconta.
Anche la bellezza nel lavoro di Pinto non è intesa come qualcosa di superficiale o decorativo: l'artista parla apertamente di un suo possibile «potere terapeutico». Non una bellezza usata come lusso o come fuga dalla realtà, ma qualcosa capace di restituire una sensazione di connessione, presenza e stupore.
Viviamo in una cultura che privilegia efficienza, produttività e stimolazione continua, mentre le esperienze che ricordiamo più a lungo sono spesso quelle che non chiedono nulla se non attenzione. La bellezza, sostiene Pinto, non cambia il mondo, ma può cambiare la qualità di un momento. È qui che The Weight of Light supera il racconto di una singola mostra, con le opere di Theo Pinto che permettono di osservare una direzione più ampia dell’arte, dell’architettura e del design attraverso un passaggio dalla costruzione dell’immagine alla costruzione dell’esperienza.























































