La nuova serie "The Beauty" di Ryan Murphy assomiglia a "The Substance" Lo show che ci racconta il lato oscuro della bellezza

La nuova serie The Beauty di Ryan Murphy assomiglia a The Substance Lo show che ci racconta il lato oscuro della bellezza

Non chiamatelo The Substance. In The Beauty le persone non assumono una sostanza per diventare bellissime, bensì si trasmettono la bellezza come fosse un virus. Ha lo stesso principio virale dell’HIV, se fai sesso con qualcuno o ti scambi i fluidi corporei allora sei esposto alla trasformazione. Bramata da molti: The Beauty lo mette continuamente in chiaro, il mondo sa essere un posto crudele con chi non è attraente. Ma talvolta anche involontaria, processo di cambiamento dovuto ad un’esposizione inconsapevole e che porta con sé le sue estreme conseguenze.

Non chiamatelo The Substance, dicevamo, perché lo show in undici puntate (disponibili settimanalmente su Disney+) è l’adattamento di una graphic novel uscita nel 2015, ben antecedente all’idea di Coralie Fargeat sebbene più o meno contemporanea al cortometraggio da lei girato nel 2014, Reality+, che a sua volta è stato fonte di ispirazione per il body horror con Demi Moore e Margaret Qualley

Di cosa parla "The Beauty"?

@disneyplusph OFFICIAL TRAILER. FX's The Beauty. One shot makes you hot. Premieres 22 January on #DisneyPlusPH original sound - Disney+ Philippines

A prescindere però da quale sia la provenienza del racconto, la serie ci mette di fronte all’evidenza di come l’apparenza è, e sia sempre stata, uno dei temi portanti della socialità umana. Di come possedere i geni migliori significhi vedersi aperte tutte le porte, conquistare i propri obiettivi, essere visti in un circondario in cui, altrimenti, finiamo subito nell’oblio. Lo show creato da Ryan Murphy e Matt Hodgson, così come il fumetto di Jeremy Haun e Jason Hurley, è un divertissement fatto di scene cruente e di momenti splatter, che si carica di azione mentre sullo sfondo sfilano creature baciate dal sole. È intrattenimento allo stato puro dove anche l’anima a volte posticcia di Murphy, che qui assume la direzione di alcune puntate, fa parte del pacchetto che bisogna accettare quando si comincia la serie. Intrigante e con una delle scene d’apertura più esplosive dell’anno, che vede una Bella Hadid in motocicletta e vestita di pelle in preda ad una furia infuocata e indomabile. 

La riflessione a cui porta The Beauty è a più strati. C’è il non sentirsi abbastanza appetibili per poi scoprire che si era abbastanza quando ormai è troppo tardi. C’è l’incel che assumendo la Bellezza (the Beauty in originale, per l’appunto) si autoconvince ancora di più che fosse a causa del suo aspetto che le donne non lo guardavano e non per il suo carattere misogino, cattivo e pericoloso. E c’è ovviamente il concetto di giovinezza che si lega alle tematiche del benessere e della longevità; non solo una puntura per diventare stupendi (quando non si trasmette la bellezza sessualmente), ma anche per vivere meglio, più a lungo e senza preoccupazioni. Vendere un prodotto simile è l’obiettivo del miliardario Ashton Kutcher, disposto a tutto pur di essere l’unico proprietario di una scoperta così rivoluzionaria. 

Il lato oscuro della bellezza

Un virus che, in natura, ha cominciato a mutare e a portare scompiglio lì dove l’imprenditore ha bisogno di stabilità e certezze per vendere il più miracoloso e costoso elisir che qualsiasi essere umano vorrebbe provare. Che lega a doppio giro la questione dell’aspetto, dell’apparire e di quanto siamo disposti ad inseguire la perfezione alla commercializzazione di un mondo capitalista, dove è necessario pagare per ottenere ciò che viene considerato il meglio - infatti la trasmissione del virus sembra portare con sé delle falle rispetto a quando viene assunto in laboratorio. Un mondo farmaceutico che The Beauty applica ad una soluzione impossibile, un filtro Instagram dal vivo - come lo definisce il personaggio di Kutcher - che porta a ragionare su come anche la salute è, e rischia di diventare, sempre di più appannaggio dei ricchi e super ricchi, a prescindere se ciò rende belli o meno.

Tante sono le reference visive a cui The Beauty sembra rifarsi. Le persone sono come impossessate durante il processo di cambiamento, portandole a contorcersi e spezzarsi come un qualsiasi esorcismo di un film horror o, se si cerca un’ispirazione più sofisticata, si può pensare all’affascinante e dolorosa scena del ballo del Suspiria di Luca Guadagnino quando Dakota Johnson, a distanza, sembra star colpendo e contorcendo una sua compagna di danza. I corpi bruciati che mantengono temperature altissime dopo la loro tragica fine, motivo per cui parte la storia ovvero l’inizio di una serie di misteriose morti su cui investigano gli agenti Madeson (Evan Peters) e Bennett (Rebecca Hall), si mantengono caldi e fumano così come i resti dell’essere che si trovano di fronte i personaggi de La cosa. Il virus si trasmette come accadeva in It Follows di David Robert Mitchell del 2014, anche lì horror d’autore e metafora sull’universo del sesso e delle relazioni. 

Un'indagine sulla natura umana 

C’è poi la placenta da cui le persone fuoriescono dopo aver assunto la Bellezza, crisalidi che diventano farfalle ma che, proprio come quando nasciamo, sono ricoperte di sangue e di appiccicume, destinate a dare il benvenuto al loro nuovo sé nel mondo. Quando tocca al personaggio interpretato da Jeremy Pope c’è anche un pizzico del balletto del Joker di Todd Phillips e Joaquin Phoenix. Uscito dal suo vischioso involucro, Jeremy volteggia toccandosi e librandosi per portare a compimento la trasformazione. Non è più la persona di prima, ma il nuovo aspetto non lo aiuterà comunque con i suoi problemi, anzi, accentuerà ancora di più le parti orrende di lui.

Mentre gli agenti Madsen e Bennett cercheranno di fermare un’epidemia sconosciuta, gli spettatori potranno godere del lavoro pop e pompato di cui è capace, quando gli va bene, Ryan Murphy. Mai raffinato, a cui mancano alcune rifiniture non tanto di scrittura quanto nella messinscena e, specialmente, nei momenti di azione, ma che offre un prodotto incandescente, un tema che ci tocca tutti quanti e tutti i giorni e per cui sceglie un cast che rientra esattamente in questa cornice a tratti splendida, a tratti caricaturale.

Più o meno ognuno sopra le righe, gli attori si mettono al servizio di un’indagine che tocca parti umane e filosofiche dell’essere umano e della società che lo circonda, che scivolano ogni tanto ma rimangono sempre coerenti con l’ambiente attorno. Persino Isabella Rossellini si è lasciata convincere a partecipare, lei che è tuttora una bellezza e che ne ha incarnato l’essenza cinematografica quando nel 1992 ha preso parte ad uno dei titoli più eloquenti sulla questione, La morte ti fa bella di Robert Zemeckis. Una serie che, per il suo fautore, non può abbandonare qualche principio di camp, che stavolta però è meno fuori contesto del previsto. Un intrattenimento assicurato, per chi conosce l’operato di Ryan Murphy e per chi sa che ogni desiderio può nascondere in sé la propria mostruosità.