
I tre punti su cui si fonda "28 anni dopo: Il tempio delle ossa" Primo tra tutti il dottor Kelson interpretato da Ralph Fiennes

Sono tre i pilastri su cui si fonda 28 anni dopo - Il tempio delle ossa. Il primo è il suo vero protagonista, il dottor Kelson interpretato da Ralph Fiennes, il secondo è il cattivo interpretato da Jack O’Connell e il terzo è Nia DaCosta e il perché, probabilmente, è stata scelta per dirigere il sequel (che era sequel a sua volta) del 28 anni dopo del 2025. Partiamo da quest’ultima. Di ritorno alla saga dopo ventitré anni, Danny Boyle aveva (ri)preso in mano le redini dell’universo affetto da un virus potentissimo che trasforma le persone in zombie e che si desiderava riportare al cinema con una nuova trilogia.
Il regista britannico, su sceneggiatura del collaboratore Alex Garland, si diverte da morire a realizzare un film come 28 anni dopo dove, per sua stessa ammissione, l’obiettivo principale era voler mettere insieme temi come la Brexit e i Teletubbies. Ciò che è riuscito meritevolmente a fare, giocando molto con la texture del film che cambiava in continuazione natura, formato, stile. Il cui montaggio schizofrenico (di Jon Harris) metteva insieme tutte le trovate narrative e tecnologiche che aveva voglia di inserire Boyle, in un ibrido cinematografico tra mezzi del cinema classico e simulazioni da videogioco, per un lavoro spezzettato e poi assemblato con smania e irrequietezza.
Con 28 anni dopo - Il tempio delle ossa cambia tutto, anche se resta alla scrittura Garland. Dal coming of age si va ad una storia sulla fede, dal costante cambio di punto di vista ci si sposta su di una regia e uno sguardo più lineare e omogeneo, e dal protagonista adolescente Spike (Alfie Williams) si passa al medico interpretato da Ralph Fiennes. Entrambi presenti nel cast del capitolo precedente, ma a ruoli quasi invertiti. Se nell’altro film era Spike a guidare il racconto stavolta è il turno di Ian Kelson, padrone del solenne ossario in cui lo ritroviamo ancora una volta. Il dottore si fa carico di un nuovo amico, o almeno ci prova. L’Alfa conosciuto nel 28 anni dopo di Danny Boyle diventa cavia per i tentativi del personaggio di dare una svolta al virus trovandone una sorta di antidoto. Un tentativo disperato in tempi disperati. Una prova svolta pur sempre sotto il costante promemoria del medico, momento mori, massima sul non dimenticarsi che prima o poi bisogna morire, qualcosa che è difficile sfugga dalla mente quando si è circondati da zombie.
Ralph Fiennes mette dedizione nella parte del dottor Kelson, sia fisica che umana. Che ci restituisce l’intelligenza dell’uomo, la sua resilienza; come il fatto che sia stato folle trascorrere anni costruendo un vero e proprio mausoleo e ergendo teschi e scheletri pur di onorare un mondo alla deriva. Una testimonianza della vita in un territorio abitato ormai solo (o comunque principalmente) da morte, col dottor Kelson che si fa destinatario della memoria di una popolazione, di un ordinario che oramai non esiste più e che lo ha da tempo allontanato da qualsiasi parvenza di normalità. Fiennes non si risparmia, né in termini di intensità, né tanto meno quando si tratta di mettere in scena il corpo. Ha una scintilla negli occhi che risaltano dalla pelle arancione colorata dallo iodio per difendersi dal virus, oltreché un corpo con cui l’attore si mette a servizio del film, così come Kelson si è messo a servizio dei suoi pazienti e, dopo, dei morti. Un fisico che mostra, che spoglia e che, all’occasione, trucca e si abbiglia. Un corpo che danza la pazzia di un mondo in cui esistono ancora dei credi anche quando tutto il resto è andato alla deriva. E chissà se è più folle chi ha fiducia nel domani o chi non ne ha per nulla.
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Il che ci porta al Sir Jimmy di Jack O’Connell che incanala miti, storie e religioni. Apparso per la prima volta in 28 anni dopo da bambino e, sul finale, ritornato da adulto con tutti gli squilibri del caso, il personaggio è l’esempio che la paura e la disperazione sono il più grande traino a cui qualsiasi leader possa aspirare. Una lezione che basta apprendere dai libri di storia o osservando i telegiornali ogni giorno, ma che Garland e DaCosta riportano in piccolo nel loro cosmo orrorifico e, ancor più precisamente, nella congrega di cui l’uomo è a capo. Sir Jimmy, con tuta e corona, ha portato di fatto a convincere alcuni giovani adepti che lui è nientemeno che il figlio del “vecchio caprone”. Del Diavolo, di Lucifero, di Satana. Il quale parla nel suo orecchio e gli sussurra cosa deve fare, il che solitamente si traduce nel massacrare e uccidere chiunque il gruppo si trovi davanti.
Il personaggio è una figura ambigua. È un bambino che ha subito un trauma personale e che è cresciuto sviluppando con ogni probabilità un disturbo. Che sente delle voci nella testa, voci che si tramutano in comandi truculenti e assassini. Il film non prova né fa provare nemmeno una volta pietà nei suoi confronti, ma è chiaro come Jimmy sia il prodotto di due forze esterne che ha solo subito senza aver mai potuto davvero controllare (ed è per questo che prova a stare ora al comando): la religione imposta dalla famiglia, in primo luogo dal padre, e un mondo sprofondato in un inferno in Terra che l’uomo vive come una punizione che devono patire tutti gli uomini e le donne. Il che, in maniera circolare, ci conduce nuovamente al motivo per cui troviamo Nia DaCosta alla regia.
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Con un percorso attualmente variopinto, dall’esperienza The Marvels nel MCU all’adattamento teatrale di Henrik Ibsen con Hedda, la regista e sceneggiatrice statunitense ha nel suo portfolio un altro horror che, come fa il sequel, esplora il panorama delle leggende, che in questo caso si trasformano in culti. È il Candyman del 2021 ovvero seguito diretto del cult omonimo del 1992, in cui storie di strada e racconti metropolitani alimentano la fantasia delle persone diventando più concreti che mai. Un’indagine sulla forza dell’immaginazione e come si rafforza quando si finisce per crederle al punto da darle un corpo, tanto da trovare delle spiegazioni a ciò che non esiste o, addirittura, delle risposte rassicuranti a domande dolorose o impossibili.
Candyman, sia il film degli anni Novanta che quello diretto da DaCosta, si nutre della tesi di storie e personaggi assunti a involucri dei timori delle persone, nonché catalizzatori di colpe e vergogne. Così avviene in qualche modo anche in 28 anni dopo - Il tempio delle ossa. Sir Jimmy ha un seguito di fedeli a cui mormora e a cui impartisce gli ordini del sovrano degli inferi. Nessuno ha mai visto il vecchio caprone, eppure tutti danno per scontato che ci sia. Forse il film finisce quasi per smascherare Jimmy, ma si percepisce che anche l’uomo è mosso da una convinzione che potrebbe vacillare, ma mai del tutto cedere. La fede, nel bene e nel male, è il motore dell’opera, di un horror che mostra come il credere è la cosa più importante, da una parte per mantenere il controllo e, dall’altra, per restare in vita.
Su queste tre fondamenta si erge 28 anni dopo - Il tempio delle ossa, a suo modo collegato al primo ma del tutto diverso per stile, per temi, per risoluzioni. Coerente seppur non rassomigliante al precedente e che appartiene più ad una sensibilità già indagata da Nia DaCosta, fatta di miti, di racconti tramandati e di invenzioni, tutti con l’unico scopo di farci trovare il modo di sopravvivere.












































