Per il centenario della sua pelletteria, Montblanc riflette sulle cose che ci portiamo dietro Marco Tomasetta racconta il valore degli archivi, del cinema, della carta stampata

C'è qualcosa di apparentemente anacronistico nel celebrare cento anni di pelletteria nel 2026.Viviamo in un'epoca in cui tutto sembra diventare più leggero, più veloce, più immateriale. I documenti finiscono nel cloud, gli appunti negli smartphone, i ricordi nei rullini infiniti dei nostri telefoni. Eppure esistono ancora oggetti che continuano a opporre resistenza a questa smaterializzazione. Una borsa, per esempio. Non è mai soltanto una borsa. È un contenitore di viaggi, abitudini, giornate di lavoro, incontri, ossessioni. È uno dei pochi oggetti che accompagna le diverse versioni di noi stessi.

Quando abbiamo incontrato Marco Tomasetta per parlare dei 100 anni della pelletteria Montblanc, mi aspettavo una conversazione sull'artigianalità, sull'heritage e sul design. Abbiamo parlato anche di questo, certo. Ma ciò che mi è rimasto più impresso è stato altro: il cinema, la carta e una lettera.

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Tomasetta racconta la creatività come si raccontano i luoghi in cui si vorrebbe tornare. Le sue fonti di ispirazione non sono tanto i trend o le strategie di mercato, quanto i film, i viaggi, gli archivi e i ricordi. Non sorprende quindi che uno dei rapporti creativi più importanti costruiti negli ultimi anni sia stato quello con Wes Anderson. Secondo Tomasetta, il regista americano è stato tra i pochi a comprendere davvero l'archivio Montblanc. Non solo per una questione estetica, ma per una sensibilità condivisa. Gli stessi colori, la stessa fascinazione per gli anni Cinquanta e Sessanta, lo stesso modo di costruire mondi sospesi tra nostalgia e immaginazione.

Quando Tomasetta è arrivato in Montblanc, il marchio era percepito soprattutto attraverso il bianco e nero. Grazie anche allo sguardo di Anderson, quell'universo si è aperto a una nuova dimensione fatta di colore, profondità e leggerezza. L'intellettualità è rimasta, ma si è sciolta una certa rigidità. È nato un mondo più culturale che corporate, più emotivo che istituzionale.

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È molto raro oggi sentire qualcuno parlare della creatività come di uno spazio da proteggere. Non da ottimizzare. Non da monetizzare. Da proteggere. Forse è anche per questo che Tomasetta ha deciso di dare vita a una pubblicazione cartacea che uscirà due volte all'anno. Non un catalogo, né un semplice strumento di comunicazione, ma un territorio personale dove artisti, fotografi e collaboratori possono dialogare liberamente. Uno spazio in cui il processo creativo torna ad avere lo stesso valore del risultato finale.

La sua insistenza sulla carta appare quasi controcorrente. In un momento storico in cui ogni contenuto viene consumato nel giro di pochi secondi, stampare significa rallentare. Significa concedere alle idee un peso fisico. Significa creare qualcosa che possa essere conservato, dimenticato e magari ritrovato anni dopo. Ed è proprio qui che la conversazione è tornata, quasi naturalmente, all'essenza di Montblanc. La scrittura. Non come funzione, ma come gesto emotivo.

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Tra gli oggetti più preziosi custoditi da Tomasetta c'è una lettera che suo padre scrisse a sua madre. Un semplice foglio di carta che, a distanza di anni, conserva un valore impossibile da quantificare. Non tanto per ciò che racconta, quanto per ciò che rappresenta: la prova tangibile che qualcuno è stato lì, che ha trovato il tempo di fermarsi e lasciare una traccia. Una borsa può attraversare un secolo. Un taccuino può attraversare un secolo. Una lettera può attraversare un secolo. Quello che sopravvive non è mai soltanto l'oggetto, ma il significato che gli affidiamo.

Per questo, alla fine, i cento anni della pelletteria Montblanc non parlano davvero di pelletteria. Parlano delle cose che scegliamo di conservare. Dei ricordi che decidiamo di portarci dietro. E di quei piccoli frammenti di vita che continuano a raccontarci chi siamo, anche molto tempo dopo che il resto è stato dimenticato.

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