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Il nuovo volto della moda ha i capelli grigi

Che cos'è il Grey Shift, la rivoluzione delle modelle over 50

Il nuovo volto della moda ha i capelli grigi Che cos'è il Grey Shift, la rivoluzione delle modelle over 50

Si può imparare molto su un brand dal casting delle sue sfilate, anche più degli invitati in front row, spesso una lista interminabile di celebrity dalla fama passeggera utili a creare engagement sui social e poco più. Chi appare in passerella fornisce indizi ben precisi sul tipo di cliente a cui il brand in questione vuole fare riferimento. Esattamente come gli standard di bellezza, le modelle che sfilano per i top brand della industry riflettono in qualche modo la situazione economica dell’azienda, a volte del settore intero. Risulta quindi necessario provare a fare il punto su ciò che ha spinto alcuni tra i principali player della moda a portare in passerella un numero così consistente di grey model (conosciute anche come indossatrici over 50) durante l’ultima Fashion Week, presenti nel casting di oltre il 70% dei brand di lusso di maggiore successo. Miu Miu, che negli ultimi anni ha trovato un successo clamoroso grazie alla sua estetica giovanile, ha scelto di vestire la top client di 70 anni Qin Huilan, in linea con la narrativa dello show incentrata sulle diverse età della vita; Chloé, sotto la guida della nuova direttrice creativa Chemena Kamali, ha chiamato a chiudere lo show Doutzen Kroes, musa del brand di vent’anni prima, e infine JW Anderson ha fatto indossare delle parrucche grigie alle sue modelle per imitare l’acconciatura chic, ma comica, delle nonne. In un clima di incertezze economiche, la moda è solita cercare riparo in vecchi sistemi e abbandonare qualsiasi slancio all’innovazione, ma nell’era post inclusivity, in cui ogni cambiamento viene costantemente monitorato, retrocedere sui propri passi potrebbe diventare oggetto di critiche. 

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Nel giro delle ultime Fashion Week, il livello d’impegno per una rappresentazione diversificata nei casting delle principali capitali della moda ha osservato un fenomeno di regressione notevole. Secondo il Size Inclusivity Report di Vogue Business, questa FW24 Milano ha peggiorato una situazione già ragguardevole passando ad un 99% di look straight size (taglia 0, 36 per gli italiani) dal 96% della stagione precedente, così come New York, che ha guadagnato quasi tre punti percentuali in tema. Una situazione completamente opposta ha invece dipinto d’argento le passerelle dei top brand: quasi tre quarti delle sfilate delle venti maison di lusso più performanti al mondo ha incluso modelle over 30, registrando un aumento complessivo del 33% di modelle grey in passerella. A gennaio ha debuttato il primo angelo di Victoria’s Secret over 60, l’ex nuotatrice italiana Elisabetta Dessy, poi a febbraio e a marzo abbiamo ammirato l’eleganza senza tempo di Anna Juvander in Miu Miu, e ancora Farida Khelfa e Connie Fleming in Mugler, Natasa Vojnovic in Courrèges, Georgina Grenville in Chloé, Estelle Levy, Axelle Doue, Marie Seguy e Sylke Golding in Balmain. Il nuovo volto della moda, secondo il lusso, porta lunghi capelli grigi, romantiche rughe di espressione e grandi orecchini dorati. Nonostante l’età, racconta il look di Bethany Nagy in Saint Laurent, non ha paura di mostrare il proprio corpo. 

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Erano i primi anni 2000 quando la moda osservò per la prima volta il Prada Effect: stanca dei volti da copertina delle modelle-it-girl, dei gossip di Kate Moss e di Naomi Campbell, Miuccia Prada scelse di portare in passerella una fila geometricamente perfetta di modelle identiche l’una all’altra, quasi tutte provenienti dall’Europa dell’Est. Un casting omogeneo per altezza, per colore di capelli e per personalità sfilò con movimenti precisi e ripetitivi come soldatini, così da eliminare completamente qualsiasi distrazione di contorno agli abiti. Dopo la sensazionalità delle top model, amazzoni dalle gambe chilometriche e dalle personalità altrettanto seducenti, tornarono protagonisti i look e basta, una tendenza a dedicare maggiore attenzione nei confronti del prodotto che anticipò di poco tempo la crisi economica che sarebbe arrivata nel 2008. Il Prada Effect si sparse a macchia d’olio ai vertici dei brand di lusso, portando modelle come Natalia Vodianova, Anja Rubik e Tanya Dziahileva alla conquista della Paris Fashion Week. Come spesso capita ai trend estremi, la bilancia ad un certo punto si capovolse, scaraventando la parola #inclusivity al centro del dibattito moda e Victoria’s Secret verso il fallimento. Si pose più attenzione su una equa rappresentazione nella moda, un movimento che aprì la strada all’ascesa di modelle come Imaan Hammam, Winnie Harlow e Adut Akech, seguite poi dalle esponenti della body inclusivity Ashley Graham, Paloma Elsesser e Jill Kortleve. Era il periodo precedente e concomitante alla pandemia Covid-19, quando la moda poteva ancora permettersi di ascoltare i lamenti del pubblico online e promuovere attività marketing in supporto alle minoranze. Dopo gli anni del social media-vérité è però  arrivata una nuova crisi, sancita da un rallentamento dello spending post-pandemico, dalle guerre e dall’allargamento del divario sociale, e così la filantropia spassionata delle multinazionali è stata sostituita da una corsa frenetica verso direzioni creative incentrate sulle vendite, non più sul messaggio: l'inclusività si è dovuta fare da parte.

Per Sébastien Hernandez-Bertrand, casting director di SHB, la presenza sempre più crescente di modelle «silver» sulla passerella rappresenta una controtendenza nei confronti dei casting di modelle estremamente giovani. Come osserva, oggi le sfilate propongono non solo volti âgé, ma un mix di età da cui i brand possono trarre grande beneficio. «I marchi possono raggiungere e rivolgersi a un pubblico più anziano, che ha a disposizione budget più elevati, ma allo stesso tempo orientarsi verso il futuro con modelle giovani». Hernandez-Bertrand aggiunge che lo shift a cui stiamo assistendo in passerella va di pari passo con ciò che sta accadendo nella nostra società: «si studia più a lungo, ci si sposa e si hanno figli più tardi,  e le giovani generazioni spesso lottano fino ai trent'anni per affermarsi nella vita. Esiste quindi una vera e propria opportunità di mercato per i brand con target over 30». 

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Mentre il Prada Effect rispecchiava la volontà da parte dei brand di lusso di riportare l’attenzione sugli abiti in vista della crisi, quello che potremmo a questo punto denominare il Grey Shift delle passerelle di moda ha un’altra spiegazione, anche se le pressioni economiche a cui rispondono sono pressoché le stesse. Oltre all’inclusivity, con cui i brand devono continuare a fare i conti, questa volta entra in gioco il fattore nostalgia. Nomi del passato sono stati riportati in passerella da Dolce&Gabbana e da Chloé, passando per Helmut Lang, a simboleggiare una continuità tra il passato “classico” e l’oggi commerciale. Il successo della moda vintage, degli account che documentano gli archivi delle campagne più belle di sempre e dei volti ex-pop in front row dimostrano la forte tenuta dei protagonisti del passato nell’immaginario comune. Facendo leva sul loro impatto, i brand possono fare affidamento sul senso di comfort che dà la nostalgia mascherata di novità. In più, scegliere di vestire una modella over 30 concede alle maison di rimanere inclusivi senza doversi “piegare” ad un immaginario lontano dalla propria clientela (e quindi dai soldi). Le grey model rispecchiano il cliente modello dei brand di lusso avvalendosi di un messaggio che mette d’accordo tutti, anche gli hater: la bellezza senza età. Era l’estate scorsa quando le top model anni 90 si sono riunite per essere scattate ancora una volta insieme, aprile quando Vogue Filippine ha pubblicato in copertina la tatuatrice 106enne Apo Whang-Od. Da quando Pamela Anderson, 56 anni, ha fatto cadere il mondo della moda ai suoi piedi presentandosi in Fashion Week struccata, la bellezza naturale tanto ammirata dai movimenti inclusivi delle modelle plus size ha preso una nuova piega: quella delle rughe.