«Amò, vuoi venire a Resina sabato? Prendiamo la Circumvesuviana e torniamo a casa prima dell’ultima ora» – inviti del genere, per la gioventù di Napoli e provincia, durante la fase liceale erano all’ordine del giorno, soprattutto quando pur di riuscire a fare un giro al mercato si saltava la scuola, o, come si suol dire in napoletano, «si faceva filone». È difficile spiegare cosa ha rappresentato il Mercato di Resina per intere generazioni di giovani napoletani quando il second-hand non era ancora accessibile come adesso. Un muro di denim che si innalza verso il cielo azzurro, gli schiamazzi di Via Pugliano, collezionisti di tutte le età che passano ore e ore a cercare il pezzo (e il prezzo) giusto: è questo ciò che ha reso il mercato la Mecca del vintage del Sud Italia.
La storia delle “pezze” di Ercolano è molto più complessa di quanto si possa immaginare. Per capire la sua rilevanza, bisogna tornare indietro di quasi un secolo, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, quando le truppe americane sbarcarono in Sud Italia e si stabilirono tra Napoli e la zona vesuviana aprendo nell’area di Resina, attuale Ercolano, magazzini militari destinati allo stoccaggio di uniformi, materiali tecnici e forniture. È in quel momento che si gettano le basi di quello che, nel tempo, diventerà il mercato di Via Pugliano: un flusso di abiti, tessuti resistenti, surplus militari che comincia a circolare tra i vicoli e che, in pochi anni, supererà il mercato del militarywear di Shanghai.
Nasce così il “mercato americano”, un luogo che ha origine proprio nell’eredità bellica, tanto che si racconta ancora che all’epoca fosse possibile trovare tra i banchi frammenti dei paracadute delle Air Force statunitensi. Quando la guerra finì, parte di quei beni rimase sul territorio e contribuì alla crescita del mercato, sotto forma di “pezze” – balle di abiti usati pressati, legate con corde metalliche e vendute a peso – provenienti non solo dagli Stati Uniti ma anche da altri paesi europei. Non tutte le balle avevano lo stesso valore: quelle americane erano notoriamente le più ambite poiché solitamente contenevano più pezzi autentici, più workwear originale, più college jacket e denim dalla mano più pesante, più strutturata e resistente.
Negli anni ’70 e ’80, mentre l’industria italiana della moda cominciava a strutturarsi in maniera più sistematica e Milano consolidava progressivamente il proprio ruolo di capitale della moda, a Ercolano prendeva forma un ecosistema parallelo. Un archivio vivente che passava di mano in mano tra chi scavava tra le pezze e che, nel tempo, avrebbe contribuito a costruire una cultura materiale capace di anticipare di decenni l’ossessione contemporanea per il vintage e per i materiali tecnici.
È proprio così che le vie della città vesuviana sono diventate una porta d'accesso alla cultura, collegando l'abbigliamento globale allo stile napoletano. Qui, negli anni successivi, brand come Stone Island trovarono una cultura nuova. Con l’avvenire del nuovo millennio, Stone Island diventa il primissimo precursore dello sportswear e nonostante in tutta la Campania non esistesse uno store ufficiale del brand, la rosa dei venti iniziò presto a rappresentare uno status symbol per migliaia di napoletani, a prescindere dal loro background culturale.
Con l’annuncio dell’apertura del primo flagship di Stone Island a Napoli, Stone Island ha scelto di dedicare il suo nuovo docufilm, «A’ SORPRES», alla connessione con la città partenopea. Il cortometraggio, diretto dal regista inglese Glenn Kitson, ripercorre il significato del Mercato di Resina nelle diverse generazioni grazie ad alcune testimonianze dei più grandi nomi partenopei, a partire dal narratore del progetto, Roberto Saviano.
Narrato dalla voce di Saviano, il film combina prospettive diverse che restituiscono la complessità di un fenomeno che non appartiene a un solo ambiente, ma attraversa generazioni, linguaggi e sottoculture della città. C’è Alfredo Formisano, proprietario di Alfredo Formisano Vintage Shop, uno dei negozi più riconoscibili di Resina che negli anni ha costruito un archivio personale fatto di ricerca e ossessione per il dettaglio. E poi Nello Oliviero, collaboratore di Formisano che, pur appartenendo a una generazione più giovane, ha raccolto in pochissimo tempo un archivio personale di Stone Island capace di attraversare oltre trent’anni di storia del brand. Con loro, il brand offre una diretta testimonianza di come la cultura nata tra le "pezze" non sia mai rimasta ferma, ma continui a rigenerarsi nelle mani di chi arriva dopo.
Il racconto si apre poi verso l’immaginario contemporaneo. Antonella Mignogna, stylist di LIBERATO, riflette su come l’estetica tecnica e militare di Stone Island abbia influenzato profondamente l’identità visiva del progetto, contribuendo a definire quella silhouette riconoscibile che negli anni ha permesso al cantante napoletano di celare la propria identità dietro un linguaggio estetico preciso, fatto di cappucci, giacche tecniche e stratificazioni. Il legame tra Resina e Stone Island non nasce da una semplice fascinazione per il brand, ma da una fusione quasi naturale tra luogo e brand. A Napoli, del resto, l’abbigliamento non è mai una questione di moda, è un’estensione del modo di vivere la città, come sottolinea Alessio Malinconico, proprietario della Salumeria Malinconico: «A Napoli si vive sul motorino. Avere una giacca Stone Island, un cappello Stone Island addosso, ti fa sentire protetto da tutto». In una città come Napoli, dove lo spazio pubblico è sempre anche uno spazio di socialità, l’abbigliamento diventa un linguaggio condiviso, la misura del rispetto, un modo per dichiarare la propria appartenenza a un’estetica che nasce molto prima delle passerelle, tra le pezze di un mercato che per decenni ha insegnato a riconoscere il valore dei materiali prima ancora dei brand. È “tra le pezze” che si concentra tutto il senso di questa storia. Non solo l’idea di una scoperta fortuita, ma quella di una formazione collettiva, di un’estetica che nasce dal basso e che riconosce nel materiale tecnico, nel workwear, nella giacca che protegge dal vento sul motorino, un’estensione del proprio modo di stare al mondo.