
BlackStar Theory: La morte di David Bowie è stata essa stessa un’opera d’arte? Riflessioni e teorie a dieci anni di distanza dalla scomparsa del cantante inglese.

Esattamente 10 anni fa – il 10 gennaio 2016 – a soli due giorni di distanza dal suo 69° compleanno, moriva David Bowie. Nessuno al di fuori della sua stretta cerchia di fiducia sapeva che fosse malato. Forse anche per questo la sua morte scatenò un’ondata di cordoglio ancora più sentito di quanto ci si sarebbe potuto aspettare per una star del suo calibro.
In un anno funestato da molti lutti importanti nel mondo della musica (tra i tanti anche Prince e Leonard Cohen), la morte di David Bowie è stata sicuramente quella che ha lasciato il segno più profondo. A questo c’è una spiegazione che va al di là dell’enorme affetto dei fan nei confronti del cantante inglese: soltanto due giorni prima, infatti, l’8 gennaio 2016, era uscito il suo ultimo album: BlackStar. Un disco che risuona con la morte del suo autore in una maniera inedita e difficile da spiegare: non inquietante, ma piuttosto come se fosse l’ultima scia luminosa di una stella morente che fa il suo inchino in cielo prima di congedarsi.
In una dichiarazione rilasciata poco dopo la sua scomparsa, l'amico di lunga data - e storico coproduttore - Tony Visconti aveva dichiarato di conoscere già da un anno le condizioni di salute di Bowie, aggiungendo che "la sua morte non è stata diversa dalla sua vita: un'opera d'arte". Se davvero quest'opera e la sequenza di eventi che l'hanno accompagnata sono stati ideati come un grande disegno d'addio, allora David Bowie è stato sicuramente il primo artista ad aver tentato e realizzato qualcosa di così audace con tanta precisione e lucidità.
Non è facile da dimostrare, ma esiste un saggio dell’autrice e musicista Leah Kardos - intitolato Blackstar Theory: The Last Works of David Bowie (purtroppo ancora inedito in Italia) - che ha tentato di indagare la questione. Partendo dallo studio delle opere tardive di Bowie, ovvero tutta la produzione che va dal 2003 al 2016, Kardos esplora le prospettive dell'identità e della morte della star Bowie. A questo proposito il catalogo bowieano è sempre stato ricco di immagini mortali (visioni distopiche, omicidi, suicidi, ecc.), ma mentre in passato quelle riflessioni possedevano una sorta di distanza teatrale (si pensi all’uccisione del personaggio di Ziggy Stardust), le sue opere tardive sembrano avere un'emotività più autentica.
Nel suo saggio, L. Kardos prende in esame principalmente tre opere: il disco del 2013 The Next Day, che segna il “ritorno” di Bowie dopo un’assenza prolungata di nove anni; lo spettacolo teatrale Lazarus, messo in scena per la prima volta nel 2015; e infine il disco del suo congedo definitivo: Blackstar. L’analisi segue una struttura che si ispira al concetto di illusione teatrale in tre parti, così come descritta nel romanzo di C. Priest The Prestige (1995), adattato per il cinema da Christopher Nolan nel 2006: prima (1) l’allestimento =The Next Day , poi (2) la performance = Lazarus e infine (3) il gioco di prestigio = BlackStar.
1.The Next Day: l’allestimento
@davidbowie Where are we now? #davidbowie #bowietok Where Are We Now? - David Bowie
The Next Day pone le basi dello “stile tardivo” di Bowie, ossessionato dall'invecchiamento, dal mistero e dalla rimistificazione della sua immagine. Per buona parte della sua carriera Bowie è stato un innovatore trasformista, una maschera che cambiava in continuazione, ma verso la fine del XX secolo cambiò il suo costume per l’ultima volta: apparentemente ritirandosi dalle frontiere del nuovo e allontanandosi dalla reinvenzione incessante, "si rese più ordinario che mai”, interpretando una versione pubblica di sé stesso che sembrava più in linea con il "vero David Jones” nascosto dietro la “maschera David Bowie”.
Nel contesto di un David Bowie “visto come normale essere umano che invecchia”, l'intreccio ravvicinato tra realtà e finzione ha portato a interpretazioni musicali più attente all'uomo che al mito, sollevando il dubbio che Bowie potesse rivelare qualcosa di privato su sé stesso. Il singolo anticipatore dell’album - Where Are We Now? - si colloca in questo spazio sfumato, dove si presume che il cantante sia il Bowie del 2013, che fa il punto, mettendo in discussione e contestualizzando la sua esistenza in termini di un passato che esiste sia nella realtà di Jones che nel mito di Bowie. Nella title track dell'album, “il fattore vecchio Jones” sembra ancora più marcato: "Here I am/not quite dying"(Eccomi qui/non proprio morente).
Dall’altra parte, in maniera speculare e opposta, il rifiuto di Bowie di partecipare alla celebrity culture del XXI sec. ha contribuito a rimistificare il “marchio Bowie”, con il progressivo ritiro della persona David Jones e una nuova riaffermazione della figura mitica di David Bowie. In pratica, Bowie torna nel 2013, ma è sfuggente, non rilascia nessuna dichiarazione alla stampa e nessuna intervista. La cosa più vicina a una spiegazione per The Next Day è un elenco di quarantadue parole inviato allo scrittore Rick Moody, dietro sua esplicita richiesta. Bowie diventa quindi un nuovo testo da decifrare, un linguaggio da comprendere, un quadrato da riempire. Non a caso sulla copertina di The Next Day, l'immagine iconica di Bowie, presa dalla copertina di Heroes (1977), è oscurata da un quadrato bianco.
C'è stato un tempo in cui ogni album di Bowie aveva uno stile visivo nuovo e adeguato: questa dimensione qui è rifiutata. Al suo posto c'è un enigma sull'identità dell'artista. Lo stesso tipo di enigma proposto anche dalla mostra David Bowie Is, inaugurata nello stesso periodo, con l’obiettivo di contestualizzare il Bowie del 2013 rispetto agli oggetti e ai cimeli della sua storia. La mostra, così come il disco, invitava il pubblico a costruirsi una propria immagine/idea di chi o cosa fosse Bowie, mettendolo in relazione con elementi del suo passato.
The Next Day riprende, ad esempio, anche la metafora della stella, ampiamente usata da Bowie in tutta la sua carriera. Nel video di The Stars (Are Out Tonight) diretto da Floria Sigismondi le “star” sono delle celebrità che vanno a caccia di notte, creature disperate che approfittano delle ansie e dei desideri delle "persone normali”. Le stelle in The Next Day sono quindi lontane dal cosmo e molto più terrestri, sono le celebrità del tardo capitalismo, tra cui c’è anche Bowie che qui è una Rock Star o una Pop Star, ma non ancora una BlackStar.
2. Lazarus: la performance
Nel dicembre del 2015 Bowie corona il sogno di realizzare uno spettacolo teatrale tutto suo: Lazarus va in scena per la prima volta a New York e da allora continua a girare i teatri di tutto il mondo. Si tratta di un musical complesso, onirico e allucinatorio, tanto da essere stato criticato perché troppo ermetico. La trama si configura come un ipotetico seguito del romanzo di Walter Tevis L’uomo che cadde sulla terra (1963), trasposto da Nicolas Roeg nell’omonimo film del 1976, con protagonista proprio David Bowie nei panni dell’alieno Thomas Newton. Nel libro e nel film, Newton fallisce la missione di salvare il suo pianeta natale e rimane imprigionato sulla terra, dove finisce per autorecludersi in casa, solo, alienato e dedito all’alcool. Nello spettacolo teatrale, invece, in qualche modo Newton lotta contro sé stesso finché non si libera, trova la morte e torna fra le stelle.
Il titolo dello spettacolo ha poco a che fare con la figura biblica di Lazzaro (simbolo di resurrezione), ma ha altri punti di riferimento, che vanno dalla poetessa Emma Lazarus (simbolo di accoglienza per gli immigrati) a Lady Lazarus, la poesia di Sylvia Plath in cui la più famosa poetessa morta suicida sovverte la nostra prospettiva canonica e presenta la morte come una benedizione. Questo concetto è introdotto nel Lazarus di Bowie fin dall'inizio. Una particolarità del suo Newton, infatti, è che non riesce a morire. Newton esprime questa sua condizione con irritazione nei minuti iniziali: "Sono un uomo morente che non riesce a morire...”.
Bowie, mettendo in scena la morte di Newton nel finale, si collega alla concezione buddista di “buona morte”. Per i buddisti il Libro tibetano dei morti fornisce una guida agli stati di transizione che la coscienza deve attraversare tra la morte e la rinascita successiva. Questi stati di transizione prevedono tre fasi: il "momento doloroso della morte", la "visione delle divinità irate" e “l'evento karmico del divenire”. Lo scopo di queste esperienze è quello di aiutare la trasformazione della coscienza di un individuo, spesso attraverso la drammatica manifestazione di proiezioni psichiche allucinatorie (proprio come quelle che vediamo per tutta la durata dello spettacolo di Bowie), al fine di purificare il proprio contenuto karmico eccessivo prima della prossima vita.
A tutto questo bisogna aggiunge la sovrapposizione tra il personaggio di Newton e Bowie. Chi conosce le vicende biografiche del cantante sa quanto l’identità di Bowie si sia fortemente intrecciata con quella dell’”alieno alienato” sul finire degli anni ’70, quando lo stesso Bowie era in preda alle allucinazioni e alla dipendenza da sostanze. Il regista del film N. Roeg ha affermato che il motivo per cui Bowie era stato così bravo nell'interpretare il ruolo era perché in sostanza stava interpretando sé stesso. In pratica, nel finale di Lazarus Bowie mette in scena la morte di sé, trasformandola in un’opera d’arte che andrà avanti anche dopo la sua reale scomparsa.
3. Blackstar: il gioco di prestigio
ALBUM IS TEN YEARS OLD
— David Bowie Official (@DavidBowieReal) January 8, 2026
“We were born upside-down...”
Ten years ago today on 8th January 2016, David Bowie released his 28th studio album (Blackstar) on his 69th birthday.
Today would have been his 79th birthday.
Here follows the text from the post we made back then,… pic.twitter.com/GJwpDyqLYd
L’ultimo disco di Bowie pubblicato soltanto due giorni prima di morire è un disco di una complessità senza precedenti, che intreccia rock e musica jazz con fantascienza, simbolismo occulto, arte, letteratura, spiritualità e cosmologia. Un wormhole intricato la cui comprensione a 10 anni di distanza è ancora tutta in divenire. L’omonimo singolo, della durata monster di dieci minuti, è una delle composizioni più memorabili, arcane e oscuramente affascinanti di Bowie. Il testo criptico e carico di simbolismi oscuri offre diverse possibilità di interpretazione e di connessione con l’opera-omnia di Bowie.
Stesso discorso vale per il video ufficiale del brano che è pura fantascienza dark: il tema del viaggio spaziale, da sempre presente in Bowie, ritorna nelle fattezze del Maggiore Tom di Space Oddity, che qui ritroviamo sotto forma di scheletro in tuta spaziale. Il suo teschio ingioiellato viene usato come reliquia in uno strano rituale, mentre il resto del corpo ascende verso le stelle, o meglio verso la rappresentazione visiva di una stella nera, che è molto simile a un buco nero.
Qui entra in gioco la scienza: c’è una differenza importante tra un buco nero e una stella nera. Un buco nero è una stella che è collassata sotto il proprio peso al punto che nemmeno la luce può sfuggire alla forza della sua gravità. La stella nera invece è un oggetto gravitazionale che è molto simile a un buco nero, ma che contiene ancora materia: una stella collassata in transizione, ma non ancora il grande "nulla" poiché c'è ancora luce rilevabile che può sfuggire all'oggetto. Teoricamente al suo interno ci sono misteri come l'energia quantistica, i quark e le particelle; potenziali creativi. I fisici teorici ipotizzano che al centro di una stella nera esistano nuove e strane leggi che governano lo spaziotempo. Identificandosi con essa Bowie si fa così misterioso da andare addirittura oltre la nostra conoscenza.
È plausibile ritenere che BlackStar sia stato concepito volutamente come un messaggio d'addio, da parte di un artista malato che si stava rendendo conto di morire. Ma non possiamo esserne certi. La verità è che non ha importanza. La morte di Bowie è diventata, in ogni caso, uno dei pezzi cruciali del puzzle che completa la sua opera: una stella nera danzante che illumina il potenziale immortale di tutta la materia nell'universo conosciuto.
In una vecchia intervista rilasciata a Playboy, Bowie una volta aveva dichiarato: “Ora ho deciso che la mia morte dovrebbe essere molto preziosa. Voglio davvero sfruttarla. Vorrei che la mia morte fosse interessante quanto lo è stata e lo sarà la mia vita”. Missione compiuta Major Tom, Thomas Newton, David Bowie, David Jones.












































