
Le cravatte sono sempre più strane Un accessorio del passato tornato con nuove forme e regole
Da qualche tempo le cravatte sono tornate a farsi vedere in passerella. Non più solo seta e nodo Windsor, la cravatta contemporanea oscilla tra versioni destrutturate, materiali alternativi e styling inaspettati. Compare nei look formali così come nello street style, sopra camicie oversize, abiti trasparenti o maglie tecniche. La spinta verso un’eleganza ibrida e una fluidità identitaria alimenta l’idea di una “cravatta nuova”: non più simbolo di conformismo o obbligo sociale, ma accessorio capace di adattarsi ai codici contemporanei senza perdere la sua carica espressiva. La cravatta, oggi, supplica di non essere più indossata, ma interpretata.
Molte maison e brand storici l’hanno riportata in auge riproponendola nelle collezioni come segno di stile, eleganza e, soprattutto, di ricerca. Non si tratta dunque di un revival nostalgico ma di una vera e propria innovazione, un dialogo tra fluidità, tecnica sartoriale e audacia stilistica.
Surrealismo e proporzioni
Questo nuovo terreno fertile è il risultato di un processo più ampio, ovvero l’ibridazione del guardaroba e il progressivo abbattimento delle regole tra maschile e femminile. In un panorama in cui il tailoring si ammorbidisce e il corpo diventa spazio di espressione più che di disciplina, la cravatta trova una nuova legittimità. Un esempio emblematico è arrivato già nel 2024 dalla passerella FW24 di Schiaparelli, dove ha debuttato la ‘Cowboy Tie’, una cravatta-treccia dall’effetto capello, modellata in jersey di nylon con dettagli in ottone. A metà tra couture e trompe-l’œil, questo pezzo dimostra come l’accessorio possa trasformarsi in un oggetto concettuale, scultoreo, che gioca con l’illusione dell’idea stessa di mero ornamento.
Nella collezione maschile SS26 di Saint Laurent,Anthony Vaccarello ha ridotto la cravatta all’essenziale, trasformandola in un dettaglio grafico affilato: sottilissima, nera, lucida, abbinata a camicie trasparenti e tailoring dalla sagoma allungata, quasi a voler formare una linea di inchiostro sul corpo, un dettaglio minimale ma fortemente sensuale. Su un piano misurato ma estremamente consapevole si colloca la proposta di Ferragamo per la SS26. Qui la cravatta riemerge come elemento centrale di un nuovo linguaggio sartoriale: finissima e insolitamente lunga, viene tradotta in pelle, asciutta e opaca, in una palette trattenuta che ne rafforza la presenza silenziosa.
Un approccio opposto ma altrettanto dichiarato è quello di Thom Browne. Nella SS26, le cravatte del designer americano si distinguono per righe e proporzioni volutamente fuori scala; inserite in look che sovvertono ogni idea di classicità, diventano strumenti di estraniamento visivo. Antonio Marras, invece, accorcia drasticamente la lunghezza della cravatta, rendendola un accento ottico più che un elemento funzionale. Allo stesso modo, Pierpaolo Piccioli nel suo debutto per Balenciaga ha reso l’accessorio più simile a un papillon destrutturato.
(De)costruzione della cravatta
Junya Watanabe, nell'ultima stagione maschile, ha lavorato sull’unione di fantasie differenti, assemblate in un’unica cravatta, lunga e deliberatamente complessa. Un approccio simile è quello di Seán McGrirr durante la Resort 2026 di McQueen: ha infatti reintrodotto una cravatta apparentemente tradizionale, il cui il nodo irregolare ne altera immediatamente la percezione. Una trasformazione più elegante ma di altrettanto impatto è quella che Balmain ha presentato per la collezione Resort 2026. La cravatta si costruisce attraverso due elementi separati, uniti da un nodo dorato che richiama un nodo marinaio.
Nelle ultime collezioni la cravatta ha smesso di essere un accessorio autonomo per diventare parte integrante dell’abito. Nella Pre-Fall 2026 di Chanel, Blazy ha introdotto una cravatta in maglia priva di nodo che scivola lungo il busto. Più radicale, invece, è stato l’approccio di Aaron Esh nella collezione SS26, dove la cravatta viene strutturalmente incorporata nella camicia. Mentre da Coach, nella medesima stagione, si sono viste cravatte all’apparenza classiche, dai richiami retrò, che erano in realtà cucite direttamente sulle giacche in denim.
La reinterpretazione delle cravatte
In maniera quasi complementare, Julye Han negli ultimi mesi ha spinto la cravatta oltre i perimetri già esplorati. Prima incorporando l’oggetto direttamente nella struttura del capo con la Necktie Shirt e poi trasformandola in un gioiello: la Silk Pillow Necktie Necklace, infatti, è una cravatta imbottita indossata a mo’ di collana. Con questi cambi di rotta, la gerarchia tra capo e ornamento si dissolve completamente.
Spingendosi ancora più in là, KidSuper, nella SS26, trasforma la cravatta in un gioiello a tutti gli effetti assemblato con elementi metallici come chiavi e bottoni. A spingere ancora di più verso la reinterpretazione è Mondepars, un neo-nato brand brasiliano, che ha presentato la ‘Gravata de Madeira’, una cravatta artigianale in legno di muiracatiara con finiture in argento, facendone un accessorio più vicino a un gioiello che a un capo d’abbigliamento.
Questa ridefinizione trova eco nel mercato e nei consumatori. Secondo i dati del Business Research Insights, nel 2025 il mercato globale della cravatta ha raggiunto 2,11 miliardi di dollari, con previsioni di crescita fino a 2,17 miliardi nel 2026 e 2,75 miliardi entro il 2034, guidato da un CAGR di circa il 2,97%. Insomma, nel linguaggio pop contemporaneo la cravatta è riemersa come simbolo di espressione personale. Privata di regole e strutture fisse, diventa un ibrido fluido che si adatta di corpo in corpo rispondendo alle leggi della persona che la indossa.






















































