
La mostra di Helmut Lang a Vienna fa la storia L’archivio non è mai stato così attivo

La mostra Helmut Lang. Séance de travail 1986-2005, visitabile fino al 3 maggio al MAK di Vienna, racconta tutta la complessità del lavoro del progettista di moda. In una danza vorticosa di input, contornati in un'incredibile allestimento che riesce a restituire l’estetica totalizzante del designer Austriaco, viene espresso al meglio il processo del designer che ha sempre curato ogni minimo dettaglio della propria identità visiva - dalla scelta dell'architetto per i propri negozi al backstage, dalle sfilate alle relazioni con artisti e giornalisti.
Raccontare l’archivio
Helmut Lang aveva donato l’intero archivio del proprio brand al MAK già nel 2011, perciò il museo conserva più di 10mila pezzi originali tra frammenti ed importanti oggetti come il banner con il logo piazzato dal designer su mille Taxi Newyorkesi nel 1998. L'articolo, che ha rivoluzionato la narrazione e il branding di moda, rappresentò un cambiamento radicale nella moda di lusso, per questo è stato scelto come immagine del poster della mostra.
Nelle prime stanze della mostra di MAK dedicata a Lang, un video mostra la notizia passata dalla CNN nel 2005, «Helmut Lang leaves Prada: Designer steps down from brand that bears his name», ossia il saluto del creativo dal proprio brand dopo l'acquisizione da parte del Gruppo Prada. Porre queste immagini all'inizio della mostra è un atto fortissimo, non solo a ricordare di quanto le notizie di moda finivano sui notiziari, ma anche - forse - per imputare un colpevole alla fine della storia del designer.
La moda come spazio interdisciplinare
Curata da Marlies Wirth, la mostra si fraziona in Identità; Spazio; Séance de travail; Media & presenza culturale; Collaborazioni artistiche e Backstage. Nella sezione Identità, il rapporto con l’arte e l’architettura ne fa da completa protagonista, raccontando come in Helmut Lang non abbia comandato l'egocentrismo del creatore, ma l'attenzione che il fondatore dedicava alle collaborazioni. I flagship Newyorkesi, tra cui uno dedicato solamente al profumo (2001), vengono sviluppati insieme allo studio Gluckman Mayner Architects, che seguiranno tutti i negozi dal 1997 in poi.
Pensiamo solamente che il negozio Helmut Lang dedicato al profumo era in passato lo spazio della galleria del leggendario Leo Castelli - a cui dobbiamo l’invenzione della Pop Art come movimento - o che il primo flagship del 1997 ospitava opere site-specific di artisti del calibro di Louise Bourgeois, le cui opere erano presenti nelle vetrine e negli spazi interni, o di Jenny Holzer, collaboratrice che ha collaborato a lungo con Lang fin dalla Biennale di Firenze del 1996.
@chez.amelie thank you @MAK vienna original sound - zz
Oltre alla sala centrale dedicata alle sfilate dall'estetica estremamente piacevole, ciò che vogliamo assolutamente sottolineare di questa mostra è la parte dedicata al backstage. A video che mostrano il lavoro estenuante dei truccatori si alternano epici accessori esclusivi per le presentazioni, anche se la parte che colpisce di più è una serie molto vasta di polaroid che immortalano i dettagli di ogni look.
Questo complesso mondo, fatto di dettagli incredibili e tempi strettissimi, è rappresentato al meglio in un viaggio visuale che dà la possibilità di scoprire tutta la complessità della macchina della moda nelle sue forme più nascoste. Mostra a chi non ha dimestichezza le dinamiche del backstage, i passaggi nascosti e tutto lo studio preliminare di uno show che dura solo una mezz'ora, ma che viene preparato per mesi. Sicuramente, avere a disposizione un archivio così vasto è stato un incredibile e meraviglioso vantaggio per il MAK, ma rimane una perla rara nel frammentato mondo delle mostre di moda. La mostra è un tempio momentaneo innalzato a Lang, uno spazio immersivo fisico in cui poter imparare di più su un visionario che ha segnato la nostra epoca.









































