Jupiter è la versione francese di A House of Dynamite Peccato però che non abbia la stessa potenza

Lo scorso anno la Mostra del Cinema di Venezia ha avuto in concorso A House of Dynamite di Kathryn Bigelow, tesi nonché incubo politico globale sulla guerra di deterrenza che vede gli Stati Uniti attaccati da un missile di cui non si conosce la provenienza e di cui si deve cercare di capirne la traiettoria, l’obiettivo e l’impatto. Oltre che il da farsi da parte degli USA, vittime ma potenzialmente ulteriori carnefici se scegliessero di rispondere al fuoco col fuoco. Per la sua 83esima edizione il festival prende per il fuori concorso Jupiter di Alexandre Smia, proposta europea sul tema dell’attacco e della protezione che vede il presidente della Repubblica francese dover scegliere tra il tirare fuori il proprio armamento o attendere che il buonsenso entri in gioco.

La situazione rispetto a A House of Dynamite è molto diversa. Mentre l’opera di Bigelow, scritta da Noah Oppenheim, si basava su un nemico invisibile che si era permesso di agire all’improvviso lanciando nel panico l’intelligence di un’intera nazione, in Jupiter le tensioni mondiali, in particolare il conflitto russo-ucraino, sono la base su cui si costruisce l’escalation di tensione che comprende anche il territorio europeo. È il posizionamento degli alleati o meno che infiamma ancora di più le ore che precedono la possibile attivazione del MAD, la distruzione reciproca assicurata. Una procedura folle, come descrive con ironia tragica la sigla, a cui il film si avvicina pericolosamente mentre mostra cosa potrebbe accadere se una minaccia provocasse il Palazzo dell’Eliseo. 

Un fragile equilibrio di potere che non sussisteva nell’opera di Kathryn Bigelow, almeno non in questi termini, visto che non si voleva ragionare su alleanze e appoggi politici reali. Cosa che Jupiter invece tenta non volendo fare del proprio racconto una predizione di cosa potrebbe accadere, ma affidandosi alla contemporaneità in cui siamo immersi per generare un futuro che potrebbe essere non solo impensabile, pericoloso e spaventoso, ma purtroppo sempre più possibile. Nel film vige un’attinenza mista a rivisitazione verso gli eventi e i paesi coinvolti, con il leader sia ucraino che russo a cui Smia cambia il nome (insieme al co-sceneggiatore Thomas Finkielkraut), non potendo fare a meno di trarre però degli spunti proprio dagli anni di conflitto tra i loro due paesi.

Se ciò a cui auspica Jupiter è far uscire dalla sala lasciando la testa dello spettatore ancora immersa nelle decisioni prese nei sotterranei dei palazzi del potere, purtroppo ci sono elementi cinematografici non pienamente centrati che superano la portata del tema. Con un coinvolgimento a livello di trama limitato per il pubblico, che è certamente viziato dal fatto che solo lo scorso anno un film trattava lo stesso argomento sviluppato in maniera molto simile sebbene con le sue differenze, portando a notare di più proprio ciò che nel lavoro di Bigelow funzionava e che invece con Jupiter non convince. 

Se l’opera della regista statunitense era rigorosa, le performance erano misurate e la pressione della situazione era tirata al punto da far vibrare l’aria, il film di Smia è l’esatto contrario. È un titolo che cerca espressamente il dramma dai suoi personaggi e interpreti, come se la situazione non fosse stata già abbastanza nervosa, caricando di un’enfasi spropositata la corsa contro il tempo del protagonista interpretato da un solitamente bravo Denis Menochet, qui vittima anche lui dell’animosità scelta per il tono dell’opera. Ovviamente il senso di disperazione in cui potrebbe far sprofondare una circostanza simile non è nemmeno immaginabile. Il cinema però è anche altra cosa; è non solo tema ma messinscena, è contenuto ma anche sua esposizione. È dover fare entrare il pubblico in quelle stanze in cui i destini del mondo stanno venendo decisi, e non dare solamente l’impressione di trovarsi di fronte ad una simulazione. 

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