Le parole e le cose Estratto da "Edicola Italiana", il primo free press di nss edicola

Le parole e le cose Estratto da Edicola Italiana, il primo free press di nss edicola

Le edicole non esistono più, per quasi tutti. Per i bambini, invece, le edicole, esistono ancora. Nessuno prova per questi luoghi ormai usciti dalle nostre abitudini l’attrazione magnetica che provano i bambini. Non sono retromaniaci, nostalgici, feticisti della carta come noi. Ma si fermano davanti alle buste sorpresa di Frozen o di Stitch, alle rivistine di Peppa Pig incellofanate con un finto telefono di plastica in omaggio. Sono treenni o quattrenni che si impiantano e fanno i capricci perché la mamma non vuole comprargli il giornalino di Minnie che regala il cerchietto con le orecchie di Minnie peluche. Materiali di pessima qualità, colori fluo, oggetti che non si trovano da nessuna altra parte. Non troppo tempo fa ho comprato un barattolo di slime in un’edicola della metro della fermata Pasteur. Sul fondo del barattolo, immersa nell’appiccicosa sostanza fucsia, c’era una piccola farfalla di plastica con le ali screziate, azzurre, nere e gialle. Non c’era oggettivamente nessun motivo perché quel prodotto fosse in vendita. 

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Ho a casa un libro del compianto Martin Parr fatto solo di foto di cibo. Cibo abbondante e variopinto. Cibo della classe operaia. Cibo disgustoso. Cibo reale, che poi è proprio il titolo del libro: Real Food. Le uova fritte, i würstel, le torte di crema e di panna, i cetrioli, il prosciutto affettato, la frutta sciroppata. Nessuno di questi piatti ti fa venire voglia di mangiare, ma tutti sembrano raccontare storie di vita vera, Real. Anche nelle edicole fino a non troppo tempo fa, prima che i giornali chiudessero e gli scaffali si spopolassero, potevi trovare l’abbondanza e l’accumulo visivo di un buffet in un villaggio vacanze. Dentro quel caos c’era anche della qualità, ovviamente, ma l’effetto complessivo non era invitante o necessariamente “culturale”, esattamente come i cibi fotografati da Parr sono affascinanti e raccontano delle storie ma non ti fanno venire fame. 

Molto prima che l’edicola diventasse oggetto di questa forma di archeologia culturale, quando ero ancora piccolo, ricordo un momento in cui i magazine si riempirono di “omaggi”. Il campioncino di crema idratante, il tanga, il braccialetto, i deflettori solari, il cuscino gonfiabile. La grande infantilizzazione editoriale. Era già venuto il momento – sarà stata la fine degli anni ’80 – in cui gli “strilli”, cioè i titoli, non bastavano più. Gli strilli esistevano prima che esistessero le edicole, perché c’erano gli strilloni, quei tizi che abbiamo visto nei vecchi film urlare le notizie per strade per vendere, nella prima forma conosciuta di clickbait. Non sono uno studioso delle storia delle edicole, ma quella esondazione di gadget potrebbe avere avuto inizio proprio dall’editoria per ragazzi.

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Ricordavo con precisione un giornalino che si chiamava Più (Editoriale Domus), una rivista per bambini e ragazzini dei primi anni ’80, che a ogni numero regalava un gadget. Ne ho cercato tracce su internet senza troppe speranze e incredibilmente le ho trovate: un numero dell’estate ’83 tutto scansionato, con il fumetto dei Masters of the Universe, il fotoromanzo, giochi e quiz di vario genere, un profilo di Sandro Giacobbe e il gadget “divertiamoci con Splash”, una specie di pistola ad acqua con i serbatoio fatto a palloncino, che i redattori raccomandavano di non usare sulla maestra. Non so se ci sia stato qualcosa prima, forse il mitico Cioè, ma a mia memoria è la prima traccia di rivista con gadget, a cui poi sarebbero seguite interpretazione più adulte, come nel caso dei già citati magazine femminili o di moda, con gli occhiali da sole e le creme abbronzanti, sopratutto nelle loro edizioni estive, fino ad arrivare all’elevazione del gadget a vero e proprio status symbol culturale con le videocassette allegate all’Unità, i grandi film italiani e stranieri da collezionare, geniale idea di Walter Veltroni, che poi avrebbe condizionato per anni l’aspetto estetico delle edicole, oltre che il motivo per cui ci si andava a comprare qualcosa. Fu il momento in cui l’edicola si trasformò in quella che è adesso la piattaforma streaming. Va bene, i giornali si vendevano ancora, ma non erano la cosa più “interessante” confrontati a VHS, DVD, CD. Anzi il “gadget” finì poi per slegarsi dalla sua funzione di allegato. Non era neanche più necessario comprare il giornale o la rivista. All’edicola ci si andava a comprarsi i film

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Tutto questo, lo sappiamo fin troppo bene, è stato poi raso al suolo dall’arrivo di internet, che ha cancellato progressivamente qualunque funzione, originaria e acquisita, dell’edicola compresa, quella, forse innominabile e dimenticata, ma non di scarsa importanza, della commercializzazione e democratizzazione della pornografia. Altra fonte di accumuli visivi, nonché di bizzarre invenzioni architettoniche, con strutture aggiuntive, improvvisate stanze segrete provviste di tende, per assicurare la necessaria privacy ai consumatori del porno. Sia ben oltre la famosa scena di Woody Allen che cerca di passare inosservato comprando dieci riviste per infilarci dentro quella porno, con l’edicolante che vanifica tutto urlando al collega «ehi Joe, ti ricordi quanto costa Orgasmo?». Proprio quella scena incarna benissimo lo yin e lo yang dell’edicola, luogo di conoscenza, ma anche di desideri inconfessabili, di bellezza e di incomprensibile bruttezza. E mentre tutto scompare, a cominciare dai quotidiani, ridotti ormai a una fiammella tenue, i gadget, quegli inutili oggetti di plastica che finiranno poco dopo l’acquisto nella raccolta differenziata, restano.