Hosted By: Irene Pollini Giolai Milano Design Week, tra iperproduzione e smarrimento

In queste ultime due settimane avrete fatto slalom tra centinaia di guide che vi raccontavano cosa fosse imperdibile, cosa vedere, cosa è in. Io, se posso essere onesta, non lo so. Non lo so mentre scrivo questo pezzo, e non lo saprò nemmeno a settimana finita quando questo pezzo uscirà. Non per disinteresse, lo so, perché negli ultimi anni la mia esperienza è sempre stata quella: troppo rumore, troppa roba, troppe opinioni. Mi sento sovraccarica ancor prima di iniziare. Un orizzonte continuo di eventi, installazioni, aperture, inviti e poi, code code code. Gente ovunque, in fibrillazione, la FOMO la senti sulla pelle e l’annusi nell’aria.

La Milano Design Week ha una densità che sembra comprimere lo spazio e distorcerlo, costringendoti a un moto perpetuo di sette giorni in cui - per vedere tutto quello che “dovresti” vedere - non devi lavorare, avere una vita, nemmeno dormire. Sopravvivi a olive e prosecco tiepido, e intanto accumuli immagini, incontri, impressioni. Ma la sensazione è sempre la stessa: non riuscire a scegliere davvero. E soprattutto non c’è il tempo per capire ciò che si sta guardando, anche quando scegli: l’esperienza è determinata dai flussi più che dall’attenzione.

Se per alcuni la Design Week è una macchina perfetta, è anche un ecosistema sempre più difficile da abitare in modo consapevole. Divide il pubblico tra entusiasti e perplessi, ma li costringe comunque alla stessa condizione: quella del consumo rapido, mordi e fuggi, di esperienze.

Per capire come siamo arrivati qui, bisogna fare un passo indietro:

Hosted By: Irene Pollini Giolai by nss magazine

Milano Design Week, tra iperproduzione e smarrimento

Read on Substack