"Toy Story 5" sa di già visto Il quinto capitolo della saga animata è al cinema e, seppur godibile, vive principalmente di nostalgia

Nel 1995 Toy Story fu una rivoluzione. Intanto perché la neofita Pixar si affacciava sul mercato mondiale. Secondo poi il titolo diretto da John Lasseter proposto dalla nascente casa animata (di cui fu il primo direttore creativo) aveva le doti, la qualità e il cuore giusti per conquistare una pletora di spettatori che avrebbero fatto della storia dei giocattoli un vero e proprio culto. In fondo la sceneggiatura scritta a più mani da Joss Whedon, Andrew Stanton, Joel Cohen e Alec Sokolow esplorava una terra di confine in cui molti si sarebbero riconosciuti: il passaggio dall’età dell’infanzia a quella adulta in cui si deve dire addio ai propri compagni di viaggio, che siano un cowboy con un serpente nello stivale o uno space ranger che vola.

Un saluto dal significato più profondo vista l'imminente fine di un secolo come quello del Novecento e le vicine trasformazioni tecnologiche e digitali dei primi Duemila, Toy Story che è stato il titolo giusto al momento giusto. L’amico di cui il pubblico piccolo e grande aveva bisogno per rinnovare il proprio amore verso un tipo di animazione particolarmente fervido in quegli anni, all’esatto opposto di ciò che sta avvenendo ora se si pensa ai risvolti di scrittura e immaginativi delle più famose case di produzione, costrette ad avanzare a forza di sequel.

Un sequel fuori tempo massimo?

@disneyit I tempi cambiano ma gli amici restano per sempre. #ToyStory5 arriverà al cinema a Giugno. #davedere #ToyStory #Disney #Pixar suono originale - Disney Italia

Se nel ’95 fare Toy Story era avveniristico, nel 2026 fare Toy Story 5 è stantio. Che il film diretto da Andrew Stanton (già suo sceneggiatore col primo, oltre che regista di Alla ricerca di Nemo e WALL•E) sia una visione godibile non toglie infatti il retrogusto di un già visto e già sentito che si porta dietro un film che può far commuovere e divertire ma in cui è impossibile non rintracciare un concetto trito e ritrito. Toy Story è insomma una copia di una copia di se stesso e che finisce per farlo passare come l’anziano che ripete ogni giorno le medesime cose, ribadendo quanto si stava meglio prima.

Non ci sono dubbi sul fatto che la tecnologia abbia soppiantato l’intrattenimento analogico: gli schermi pervadono la quotidianità anche dei minori, i quali rischiano di perdere il gusto, il piacere e persino l’abilità di trascorrere il tempo lontano dai device. Ma se per la quinta volta la trama di un racconto si basa solamente sulla persistenza di un gruppo di giocattoli che non accettano di essere accantonati, allora si inizia a parlare più di conservatorismo che di autentica genuinità.

Una questione di format

Il messaggio di Toy Story 5 rimane condivisibile ed essenziale, chiaro. Ma alla quinta volta sempre uguale e con un discorso anche approssimativo sui dispositivi e il loro utilizzo da parte della Pixar (imperdonabile essendo stata anche lei, al tempo, un elemento di rottura rispetto ad uno status quo per l’animazione predefinito) il film non fa altro che puntare sull’affetto dei propri appassionati avanzando a forza di una retorica e di un’analisi sommaria sull’utilizzo degli apparecchi e delle app da parte dei più giovani.

La cosa fa entrare in gioco i genitori, veri destinatari di Toy Story 5. Un po’ perché alcuni erano bambini o adolescenti proprio quando uscì il primo film ed ora hanno messo su la loro famiglia, un po’ perché imbeccati dal titolo a prestare la massima cura e attenzione nell’uso che i figli possono fare di telefonini, chat e giochi online.

Un’educazione digitale che resta in superficie, ma che può fare da spunto per un dialogo con i propri bambini su come usufruire di tali strumenti, anche come proteggersene. Finendo ovviamente per ricordare quanto sia più bello giocare e svagarsi all’aria aperta più che seduti davanti ad uno schermo. Concetto che era chiaro anche prima di Toy Story 5, e che nonostante potesse abbinarsi benissimo al suo universo dei giocattoli non si è spostato poi troppo da osservazioni già  fatte

L’effetto nostalgia è tutto ciò che ci resta di un nuovo capitolo della saga di Toy Story che si maschera come fresco, ma è in continuità - diciamo anche ripetizione - con i precedenti. Un invito a utilizzare la fantasia, non solo ciò che ci suggeriscono le applicazioni di un iPad o di un telefono. Un po’ paradossale visto che è esattamente ciò che manca al film, a cui sono comunque da riconoscere le (facili) buone intenzioni

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