Gli uccelli del paradiso di Mathieu Blazy per l’Haute Couture SS26 di Chanel Un debutto che è stato un vero trionfo di leggerezza e complessità

Dalla terra al cielo: questo potrebbe essere il messaggio nascosto nella collezione Haute Couture SS26 di Chanel presentata ieri al Grand Palais di Parigi. Una collezione che ha ripreso i fondamentali dell’universo del brand ordinandoli in una sorta di sequenza tematica e nel segno di una leggerezza che, nella pratica, si concretizza nell’enfasi posta sul flou dei vestiti – che potremmo spiegare in termini semplici come l’eleganza con cui una qualunque costruzione di tessuto fluttua e si rapporta con l’aria in base al movimento di chi la indossa.

Quest’ultimo rapporto che abbiamo evidenziato è anche una delle altre chiavi di lettura della collezione che, essendo primaverile e dunque basata sull’idea di leggerezza, si basa molto sulla relazione costruita tra abito e corpo. Ed è per questo che nella primissima parte della collezione, si prende l’abbrivo con dei completi in mousseline di seta. Sono molto semplici ma vanno via via arricchendosi seguendo la traiettoria di una metamorfosi che accompagna la narrazione dello show, portandola in un doppio movimento ascensionale: dalla semplicità alla complessità, dal legame con la terra alla libertà dell’aria.

Dalla terra al cielo

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Il set dello show si è tenuto in un giardino popolato da salici rosa ed enormi funghi. L’ispirazione, come spiegano le note allo show, proviene da un haiku giapponese anonimo: «Uccello su un fungo / ho visto la bellezza d’un colpo / Poi è andata, volata via». La poesia contiene in miniatura tutto il senso dello show, ovvero il tentativo di catturare o tradurre in stoffa l’idea di una bellezza impalpabile e fugace. La dualità tra il fungo, che sbuca dalla terra, e l’uccello che vi si posa e spicca il volo è quello che anima la collezione.

Già dai primi look, il tema fungino inizia ad apparire: prima sotto forma di inserti a forma di fungo, che poi diventano ben presto elaborati ricami che si arricchiscono anche della figura dell’uccello. Dopo quella che potremmo definire l’entrée, gli abiti diventano più complicati. Sulla mussolina si accumulano diverse versioni di squame e lamelle che ricordano proprio la morfologia dei funghi. In mezzo alle trasparenze si vedono memorie personali nascoste ma esposte: una lettera d’amore diventa un fazzoletto di seta, oggetti come rossetti e boccette di profumo diventano gioielli e accessori in certi casi cuciti dentro gli abiti o borse ma rivelati della loro trasparenza.

L’esplorazione del motivo è intrigante: non solo Blazy aveva già mostrato nel suo ruolo precedente la sua fascinazione per questo reame naturale, ma qui certe linee e o pattern ipnotici che decorano i materiali, così come i colori quasi metallici di un ricamo al decimo look, paiono evocare molto indirettamente delle fantasie tra la psichedelia e l’Art Deco. Persino le molte trasparenze fanno pensare all’invisibile e quasi intangibile membrana del micelio. I look più “terreni” però sono anche i più leggeri ed eterei (per questo il “movimento” che anima la collezione è doppio) e man mano che l’attenzione risale dalla terra per spostarsi verso il cielo e dunque gli uccelli i look invece accumulano sempre maggiore materialità.

Dall’etereo al materico

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Dopo due look illusionistici e quasi del tutto trasparenti (tra cui uno, il sedicesimo, nel quale Blazy esegue una variazione sul tema dei vestiti quotidiani trasfigurati attraverso i materiali) si entra nel vivo. «Le donne al centro della collezione iniziano a trasformarsi in uccelli», dicono le note. Piccioni, airone, spatole rosate, corvi, gazze e cacatua: questi sono tutti uccelli citati delle note, ma è bello pensare a cercarne altri. Il quarantunesimo, sul finale, sembra il piumaggio di una faraona vulturina, diversi altri ricordavano le creste di piume dei buceri africani, ma anche gru coronate, avvoltoi egiziani, trogoni cubani, parrocchetti.

Ciascuna ispirazione ornitologica viene tradotta in diverse configurazioni di stoffa, piume, cristalli, gioielli. Il tema di metamorfosi e del passaggio dal leggero al materico ricorre poi come un leitmotiv attraverso quasi tutti i look della sezione centrale che diventano dunque una parata di dualità di tessuti, di opacità, di consistenze, di abiti che paiono colti a metà ne loro processo di trasformazione da una materia a un’altra, da un colore a un altro. Se il risultato finale non fosse così modernista, così reminiscente di opere d’arte astratte che si potrebbero incontrare al Guggenheim o nel Musée d'art moderne di Parigi, si potrebbe pensare a ispirazioni di matrice ovidiana. Ma lo spirito della collezione è davvero incredibilmente moderno, pur restando sempre molto chiaro e leggibile.

Oltre alla purezza delle linee e all’opulenza delle lavorazioni (già a guardare il primo look, il più semplice, viene da chiedersi come sia stato possibile cucire minuscoli bottoni su un tessuto leggero come l’aria) il senso che Blazy sembra voler dare alla collezione è quello di una ricchezza implicita, che non vuole solo colpire la vista ma intrigare l’intelligenza di chi guarda. Al di là dell’esattezza dell’esecuzione, infatti, viene subito la tentazione di guardare questi abiti da vicino, di indagarne le minuzie per capire come funzionano per creare l’effetto d’insieme. Questo è particolarmente vero per i look rossi apparsi verso il finale, a partire dalla 36esima uscita.

Nuova Couture, nuovo Chanel

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Se il senso della nomina di Blazy e dell’allestimento grandioso dello show è connettere questa nuova era allo storico e lunghissimo regno di Karl Lagerfeld, l’aspetto nuovo di Chanel concepito dal direttore creativo belga è decisamente più astratto e cerebrale, anche se non meno spettacolare. Il grande passo avanti che Blazy sta compiendo è quello di interpretare il vastissimo patrimonio culturale del brand in modo non immediatamente letterale.

L’estetica del brand era molto letterale ai tempi di Lagerfeld, così concentrata su un certo tema da trasfigurare gli oggetti quotidiani in pezzi dell’universo Chanel. Il motore era un senso del camp, che affiancava ad abiti più seri prodotti rimasti nella memoria collettiva come la borsa-hula hoop, i Moon Boot, pattini da ghiaccio, racchette da tennis, salvagenti e via dicendo. Blazy invece procede all’inverso: porta l’ideale nel reale, traduce l’astratto nel concreto e, invece di trasformarla in un altro oggetto, rende intellettuale la classica borsa Chanel creandone una versione di delicatissima, aerea mussolina.

Invece di elevare il quotidiano al livello di Chanel, Blazy eleva Chanel verso una dimensione artistica più ampia e sperimentale. Dallo straniamento siamo passati alla metafora, dal teatro alla poesia. Un haiku per l’appunto. E Blazy di poesie sembra conoscerne parecchie, e bene. Non vediamo l’ora di sperimentarne di nuove.