Il film per famiglie dell’estate è "La fine di Oak Street" Pronti per farvi inseguire da qualche dinosauro?

Quando David Robert Mitchell parla di La fine di Oak Street lo descrive come un family movie. Detto dal regista e sceneggiatore di It Follows e Under the Silver Lake può suonare strano, ma in realtà la sua è la definizione più centrata. Intanto perché ha come protagonista una famiglia. Secondo poi perché ha un racconto ed un ritmo che possono essere fruiti tranquillamente insieme ai propri parenti, grandi o meno grandi, magari dovendo spiegare ai più piccoli che no, è molto improbabile che dei dinosauri possano scarrozzare un giorno liberi nel proprio giardino, ciò che invece accade nel film di Mitchell. 

Se comunque l’autore statunitense ha voluto fare un family movie e, per essere precisi, un family movie con i dinosauri, è da notare come sia rimasto fino in fondo fedele a se stesso, lasciando qualche elemento di inquietudine e spavento sparso per La fine di Oak Street, in particolare i vari, tanti  poveri cadaveri abbandonati sui cigli dei marciapiedi e divorati dalle creature preistoriche. 

@warnerbros

“The most thrilling dinosaur movie in ages.” Get tickets now to The End of Oak Street, NOW PLAYING only in theaters and IMAX.

original sound - Warner Bros.

Mitchell non ci va leggero: se la confezione del film sembra ricalcare un genere ben codificato e di facile riconoscimento, sono questi tocchi sparsi di terrore che danno personalità alla pellicola, permettendole di distinguersi nel panorama sia dei film per famiglie che sui dinosauri. Una voracità che non fa mettere comodo lo spettatore, che non potrà mai sapere bene dov’è che andrà a virare la storia, mantenendo un’irrequietezza che si insinua nelle maglie da blockbuster di La fine di Oak Street, risultandone il tratto più accattivante. 

La violenza e la ferocia dei dinosauri sono l’elemento che intrattiene di più dell’opera. Le corse a perdifiato della famiglia capitanata da Anne Hathaway e Ewan McGregor, con al seguito i figli cinematografici Maisy Stella e Christian Convery, guidano gli spettatori nel glitch temporale che ha spostato il quartiere dal loro sobborgo negli anni Ottanta fino indietro nel passato. Uno spostamento spazio-temporale che dà il via all’avventura e di cui David Robert Mitchell sa gestire egregiamente il continuo accrescersi del pericolo. 

In La fine di Oak Street non succede molto. O meglio, succede, ma non ci sono mai lunghi preamboli, spiegazioni cervellotiche o un dover settare ogni volta il clima dilatando tempi e sequenze. Da un momento all’altro uno strano presagio si abbatte sul vialetto di casa dei protagonisti, il quale si tramuta presto in senso di minaccia e subito dopo in una ricerca disperata di sopravvivenza. Questi cambi di atmosfera contribuiscono a inserire nella vicenda lo spettatore, facendogli percepire la stessa tensione in cui sono immersi i personaggi, con l’avvio di una missione di auto-protezione e auto-salvataggio a cui si partecipa seduti in poltrona eppure attivamente, osservando quali saranno le sorti e le risoluzioni adottate dai personaggi.  

Se Jurassic Park è lo scoglio con cui qualsiasi cineasta deve confrontarsi dal 1993 quando decide di realizzare un film sui dinosauri, in realtà il titolo di Steven Spielberg più vicino a La fine di Oak Street è E.T. - L’extraterreste che mette in mostra la crisi di una famiglia, così come hanno fatto spesso le sue storie, in precedenza anche con le criticità genitoriali di Incontri ravvicinati del terzo tipo, con Mitchell che segue questa filologia narrativa del maestro statunitense. Uno dei temi più cari alla poetica spielberghiana e da cui il regista trae più che dalla sua pellicola sui dinosauri, i quali comunque come quelli del parco di John Hammond sono grossi e voraci, ma soprattutto si lasciano dietro quintali di letame. 

Un film dalla durata breve, colorato come se ne vedono pochi ultimamente, che si diverte mentre vede la famiglia protagonista trottare avanti e indietro cercando di non farsi smembrare viva e che arriva ad una conclusione semplice nella sua surrealtà che ci piace accettare senza doverci pensare troppo o cercando il pretesto di confutarla. Oltre che musicato dal sempre impeccabile Michael Giacchino quando si tratta di mixare insieme epica, sci-fi, un pizzico di dramma e sempre tanta, tanta fantasia. La stessa alle fondamenta dell’idea di La fine di Oak Street

Continua a leggere