Ci piacciono ancora gli impermeabili di plastica? Storia del plastic raincoat e del suo ritorno in passerella
È rumoroso come due palloncini che si sfregano tra loro e scomodo come un costume gonfiabile, eppure la moda non riesce a fare a meno del plastic raincoat. Durante le ultime fashion week questa armatura lucida e trasparente è tornata in passerella nelle sue varianti materiche insieme al suo fascino schizofrenico: la vedi addosso a gruppi di turisti che vagano come fantasmi sotto l'acquazzone e, un attimo dopo, la ritrovi nei sogni proibiti dell'erotismo più perverso. Ma quando abbiamo iniziato ad indossare “cappotti di plastica”?
Le origini
@oldloserinbrooklyn My brain is part crystal ball. Rain coats, clear transparent plastic, and purpose driven fashion are making big waves this fall/winter season. #fashiontrends #trendpredictions #parisfashionweek #tomford #bottegaveneta original sound - Mandy Lee
Prima di diventare guscio protettivo e sexy, questo capo è stato oggetto di esperimenti chimici inizialmente disastrosi. Nei primi dell’ottocento, lo scienziato Charles Macintosh, stanco di vedere cappotti in lana trasformarsi in pesanti spugne imbevute di pioggia, ebbe l'intuizione di spalmare del caucciù liquido tra due strati di tessuto. Questo primo prototipo di impermeabile chiamato Mac, testato inizialmente sui membri della marina militare, non mancava però di difetti di fabbricazione: con il freddo diventava rigido come pietra e con il caldo tendeva a sciogliersi, emanando un odore di gomma bruciata decisamente sgradevole.
A salvare il destino di questo capo fu la vulcanizzazione, un processo nato quasi per caso da Charles Goodyear: miscelando la gomma con lo zolfo, l’inventore riuscì finalmente a domare l'instabilità del materiale, impedendo al cappotto di sciogliersi al primo raggio di sole. Eppure, i limiti del peso e della scarsa traspirabilità rimanevano ancora un ostacolo insuperabile. La vera rivoluzione dovette attendere i primi del Novecento con la scoperta del PVC: grazie alle nuove frontiere della chimica sintetica e al genio di alcuni creatori di moda, l'impermeabile iniziò a mostrare la sua natura leggera e sfacciatamente artificiale.
L’evoluzione del plastic raincoat nella moda
Nei primi anni 60’ infatti l’impermeabile diventò urbano e quotidiano: da un lato Mary Quant a Londra aveva creato completini e trench coat in vinile dai colori sgargianti, dall’altro a Parigi André Courrèges, Pierre Cardin e Paco Rabanne, autori dell’estetica space age, resero il capo uniforme della donna del futuro. Negli anni successivi il plastic raincoat si fece più audace e irriverente. Negli ottanta Thierry Mugler e Claude Montana trasformarono l'impermeabile in un simbolo di power dressing ed erotismo estremo: scomodi, sagomati e lucidi i loro cappotti avvolgevano mistress e creature metaumane.
Tra la fine dei novanta e l’alba dei duemila il capo subisce un’ulteriore mutazione, spogliandosi del glamour patinato per scoprire una dimensione puramente funzionale, tecnica e urbana. Designer come Miuccia Prada, Helmut Lang, Martin Margiela e Raf Simons riportano l'attenzione sull'estetica dell'uniforme e del lavoro: nelle loro collezioni compaiono storm cape e impermeabili costruiti con materiali rubati all'edilizia o alla sicurezza stradale come nylon spalmato, teloni cerati e tessuti gommati. Non si cerca quindi più la seduzione, ma una protezione asettica, minimale e metropolitana.
Tra cinema e musica
La mitizzazione di questo capo avviene anche grazie al cinema. Nel leggendario musical Singin' in the Rain, i protagonisti illuminano le strade grigie di Hollywood danzando sotto la pioggia con i loro iconici impermeabili gialli mentre di tutt’altro segno sono le atmosfere di It Always Rains on Sunday, dove il raincoat indossato da Susan Shaw si immerge nella malinconia londinese. Negli anni Sessanta, però, il capo cambia pelle e diventa un simbolo di emancipazione e mistero: pensiamo a Sophia Loren in Arabesque col suo trench di vinile rosso, a Catherine Deneuve in Belle de Jour o ancora a Monica Vitti che ne La ragazza con la pistola indossava una sorta di trench in PVC per raccontare una femminilità ironica e tagliente.
Con l'arrivo del genere distopico e postmoderno, la plastica si fa più oscura: nella trilogia Matrix Carrie-Anne Moss rende il capo simbolo del cyberpunk, in American Psycho ed Hannibal l’impermeabile trasparente è il look perfetto per non macchiarsi col sangue delle vittime di un omicidio fino ad arrivare al magnetismo noir di Charlize Theron in Atomic Blonde. Dal palcoscenico alla strada, il cappotto di plastica è stato ed è ancora il capo perfetto per chi vuole brillare sotto i riflettori: lo sanno bene Kylie Minogue e Christina Aguilera che spesso hanno sfoggiato in alcune performance cappotti trasparenti o in vinile.
Resta memorabile il look di Lady Gaga agli MTV del 2011: la cantante scelse infatti una sorta di trench realizzato con un lattice acquistato da una compagnia di autobus che utilizzava questo materiale per rivestire i sedili. Più di recente l’impermeabile è tornato tra le grazie delle nuove pop girls come Addison Raee e Sienna Spiro ed è stato indossato da Ye e Bianca Censori in alcuni look di coppia.
Raincoat in passerella
Già nelle sfilate Primavera-Estate 2026, alcuni designer avevano scelto di tornare a proporre cappotti lucidi e trasparenti. Ricordiamo la memorabile entrata, diventata virale all’istante, di Meryl Streep nei panni di Miranda Priestley, che assiste in front row alla sfilata di Dolce & Gabbana con indosso un trench nude in vinile oppure pensiamo alla prima collezione estiva per Maison Margiela di Glenn Martens, nella quale lo stilista ha scelto di plastificare alcuni cappotti-vestaglia. Per la stagione invernale da Kent & Curwen non mancano trench classici in vinile mentre Lacoste crea degli impermeabili bianchi trasparenti che ricordano quasi delle uniformi sanitarie o da laboratorio.
Il brand Mame Kurogouchi gioca con l’attitude tecnica del capo contaminandola con gilet di pizzo, mentre Burc Akyol preferisce stropicciare un antisocial jacket in vinile che si trasforma in una sorta di mini-dress. A New York, Veronica Leoni esplora per Calvin Klein la sexitude evocata da cappotti trasparenti colorati, molto anni ‘90, mentre Chemena Kamali, per la sua ultima collezione invernale da Chloé, propone lunghi impermeabili dalle silhouette anni ’80. Ancora, Nicolas Ghesquière fa sfilare per Louis Vuitton, una sorta di storm cape che ricorda proprio quelle indossate dai turisti nelle giornate piovose, mentre da Bottega Veneta alcuni cappotti di pelle sono talmente lucidi da creare un effetto plastificato.
Le ultime proposte parigine riportano in auge il capo evocandone l’immaginario erotico e perverso: Haider Ackermann, per la sua ultima collezione da Tom Ford, reinterpreta il cappotto trasparente del serial killer Patrick Bateman in American Psycho, abbinato a completi gessati e guanti di pelle, mentre Anthony Vaccarello, nei suoi ultimi fashion show per Saint Laurent riflette sull’idea di sexy e di nudità facendo sfilare nella SS26 trench strutturati in nylon sottile trasparenti e per l‘ultima collezione invernale cappotti di gomma lucida che strizzano l’occhio ad alcuni scatti storici di Helmut Newton.
Per Miuccia Prada e Raf Simons invece, questo capo è ideale per chi vuole vestirsi "a cipolla" e giocare con il layering: nella FW26 di Prada i designer propongono cappotti trasparenti in organza di seta che, anziché simulare una finitura sintetica, puntano su un sofisticato gioco di velature e trasparenze. Indossare il plastic raincoat è quindi una scelta di stile coraggiosa, ma bisogna fare attenzione: la linea che separa una citazione d'alta moda dall'effetto “sacchetto della spesa” è sottile quanto la plastica.