
Ma a cosa serve indossare un cappello strano? Ce lo dicono gli show del fashion month appena conclusosi
Un tempo tutti indossavano i cappelli, per questioni di costume e norma sociale. Alcuni stili nello specifico, come il pillbox hat di Jackie Kennedy diciamo, sono diventati il simbolo di un decennio e forse proprio per questo ci paiono antiquati. Oggi i cappelli formali non si portano: dopo il boom di cappelli a tesa larga boho/Los Angels resi popolari da Hedi Slimane durante la sua era Saint Laurent, che erano assai poco stravaganti, indossare un cappello strano è diventato il distintivo di chi “ci prova”, sacrificando la praticità alla velleità di proiettare una certa immagine di sé. Eppure la marea pare sul punto di girare: il trend del copricapo strano ha lentamente fatto ritorno durante lo scorso fashion month. Ma come e, più crucialmente, perché?
Il cappello nella sintassi del look
Al di là del coprirsi il capo e aggiungere un accessorio al look, cappelli e copricapi di design hanno da sempre svolto la funzione di manifestare personalità e, in senso più esteso, eccentricità. La tradizionale civiltà inglese, quella di Wimbledon e del Royal Ascot, ha coltivato meglio di chiunque altro, nella persona delle sue nobildonne, l’arte del fascinator, ovvero quel cappellino molto ornato e spesso dalle forme strane spesso indossato dalle donne dell’aristocrazia inglese in diverse occasioni sociali. Con Philip Treacy e Stephen Jones, moderni re dei modisti, e Isabella Blow, regina degli eccentrici, il fascinator è divenuto una forma d’arte senza però uscire dal suo limitato ambito d’uso.
Ma anche nelle sue forme più deteriori (il temibile fedora per uomo e il cappello a tesa larga per donna, sia di paglia che di feltro) il cappello “particolare” è come un segno di punteggiatura nella frase del look: la sua presenza ne può spostare il significato, evocando una precisa epoca o una certa cultura. I cappelli di Eryka Badu, poniamo, parlano di estro personale, heritage e anche dei gusti della cantante. In questo senso, il cappello assume importanza anche sul mero piano visivo perché è l’elemento di minor dimensione con l’impatto maggiore su una silhouette.
L’esempio migliore, in questo caso, sarebbe Loro Piana. Il brand non è certo avant-garde, anzi propone abiti e look relativamente tradizionali, pur se con un magnifico styling. E negli ultimi anni proprio un cappello un po’ stravagante che anima i suoi look è diventato una sorta di firma. Non sappiamo se poi quei cappelli nello specifico siano best-seller per il brand, è però indicativo che si trovino in ogni collezione. In questi lookbook il ruolo del cappello strano appare nella sua massima limpidezza indicando che, oltre ai vestiti, c’è qualcosa di più interessante che sta avvenendo nella testa di chi li indossa. E altrove?
Cappelli alternativi per clienti alternativi
In questo fashion month, il copricapo bizzarro è apparso negli show di una ventina di brand. Per brand come Vaquera, Thom Browne e Venerdì Pomeriggio, ad esempio, il cappello è servito a evocare più o meno ironicamente epoche del passato: un pillbox hat anni ’60, una paglietta anni ’20 e un berretto marinato in denim anni ’50. Seguendo vibe più artistiche e rinascimentali, brand come Celine, Courrèges, Vivienne Westwood e Issey Miyake hanno invece prodotto cappelli più o meno amorfi, reminiscenti del capperone (o chaperon) rinascimentale. Nella scorsa sfilata maschile, poi, sempre Celine ha creato cappelli simili avvolgendo e annodando delle camicie sulle teste dei modelli.
Altrove abbiamo visto esperimenti diversi, più o meno singolari. Cappelli di rafia deformati da Bottega Veneta e Junya Watanabe (lui ha anche incluso cappelli a visiera classici ma ricoperti di gioielli), micro-cappellini sportivi e snapback da Loewe e MM6 Maison Margiela; cloches a forma di fiore da Abra e copricapi conici che erano astratti da Jean-Paul Gaultier e somiglianti ai cappelli da compleanno da Coach. Oscar Ouyang ha dato a una modella un elmetto da equitazione, Antonio Marras un classico fascinator mentre non si potrebbero non menzionare i cappelli a tesa larga “fusi” con i trench visti da Chloé.
Non sappiamo se questi cappelli saranno direttamente in vendita, o se, nel caso lo fossero, diventeranno delle hit commerciali. Oggi i modaioli favoriscono il classico berretto a visiera, dopo tutto bisogna mostrare di sapersi vestire senza sforzo. Ad ogni modo, con il trend del character dressing che promette, nei prossimi mesi, di riportare la personalità in voga potrebbe trovare un punto di appoggio proprio in cappelli simili che, incidentalmente, rappresentano anche quel tipo di piccolo lusso accessibile con cui far tornare in negozio i clienti aspirazionali scomparsi. In un mondo in cui si può comprare un outfit di Galliano da Zara (la cui collezione include cappelli in stile napoleonico!) e in cui si può “larpare” un look alto-borghese senza esserlo, la vera prova della propria personalità andrà portata in testa.