
La prima collezione Re{form} Zara firmata John Galliano è arrivata Ed è bella come ci aspettavamo
Ieri, nel bel mezzo della Paris Fashion Week, è stata finalmente presentata la collezione Re{form} Zara firmata da John Galliano. Si tratta solo della prima parte di una collezione continuativa, che è stata infatti intitolata Vol. 1 09/2026. Per crearla, Galliano è partito da capi e accessori dell’archivio di Zara, tagliandoli, ricomponendoli e riassemblandoli fino a ottenere qualcosa di totalmente nuovo. Il risultato, ça va sans dire, è molto Galliano, ma il Galliano della prima ora, quello delle collezioni di debutto Les Incroyables e les Merveilleuses.
L’estetica, dunque, è quel mix in stile Frankenstein di Francia rivoluzionaria, Inghilterra vittoriana, film noir e un certo sapore punk che non potrebbe essere più Gallian-esco di così. L’idea dietro l’intera collezione era quello di enfatizzare il lavoro di “montaggio” dei diversi capi. E dunque le protagoniste sono stratificazioni trompe-l’œil, capi fusi in forme uniche e singolari, tessuti tagliati di sbieco e via dicendo. Ma dunque quale è stata la ratio dietro la creazione di questa collezione?
Nobilitare Zara attraverso la tecnica
Come dicevamo, la tecnica impiegata da Galliano è stata molto protagonista del racconto della collezione. Tanto che al principio tecnico dell’assemblaggio usato nella collezione è stato denominato “re{form}ing”. Ogni design nasce da un elemento d’archivio Zara ri-disegnato e realizzato in un materiale nuovo. Hacking fisico e digitale, restringimento, ingrandimento, filtraggio, campionatura e giunzione sono tutte lavorazioni che sono state pesantemente impiegate in questo primo capitolo.
Una delle tecniche più interessanti è stata chiamata “The Flix”, ispirandosi ai libri a immagini che, sfogliati in velocità, trasformano singole immagini in sequenze in movimento. Attraverso questa pratica, una serie di capi è stata sovrapposta per creare l’illusione di un cappotto. L’effetto si ottiene con uno strato esterno concepito a partire da un cappotto d’archivio, riformato in un abito a rete quasi invisibile che conserva collo, polsini e pannello inferiore in ecopelliccia. Chi indossa il capo può comporre diverse immagini di cappotto semplicemente sostituendo gli strati sottostanti. La stessa logica si estende ad abiti trasparenti sovrapposti che generano un’immagine finale composita.
C’è poi “The Shi/ft”, che racchiude tutti i capi trasformati illusoriamente in altri capi. Ad esempio una camicia è stata ingrandita fino a tre volte la sua misura originale e stampata a lamina per assomigliare a un cappotto di pelle, pur mantenendo l’originaria leggerezza. Un abito-sottoveste in pizzo possiede un collo jabot arricciato; un pullover è indossato al contrario come una stola, con le maniche annodate a fiocco sulla schiena; due paia di pantaloni e shorts vengono tagliati e ricomposti in pantaloni alla sans-culotte. Un po’ ovunque, le tasche delle giacche sono state spostate indietro, in avanti o verso l’alto aggiungendo del necessario dramma alle silhouette.
Infine, arrivano cappotti trasformati in redingote attraverso tagli chirurgici, gonne, sottovesti e fodere rovesciate in gonne a portafoglio, cappotti deformati da trattamenti di restringimento per farli diventare aderenti come corsetti, cardigan che si aprono quando vengono abbottonati, sottovesti trasformati in reggiseni a linea impero con frange sul retro, tessuti sfrangiati che paiono piume ricami tridimensionali su abiti e cappellini che si ispirano alle “mosche” (ovvero i finti nei) del ‘700. E, come ci si poteva attendere, abbonda ovunque il taglio a sbieco.
Materiali, borse accessori
Quanto ai materiali, alcuni sono abbastanza validi, fino al farci domandare quanti se ne trovassero nell’archivio del brand. Abbiamo chiffon voile, georgette, point d’esprit, charmeuse, tulle e rete; alcuni presentano pizzo stampato a lamina o bordature delle maniche in vinile. Ci sono le lane tipiche del guardaroba maschile, talvolta con fodere delle tasche in gingham. Gli abiti in rete sono decorati con ecopelliccia, le piume sono in georgette.
Le camicie restano in popeline, ma anche piqué di popeline e satin stampato a lamina. I trench sono fatti in lana ingrandita o ristretta, cotone e vinile; blouson e gonne a matita in pelle. Abbiamo poi anche la borsa reversibile Tri-Chic che richiama i sacchi della spazzatura con una costruzione che prevede tracolle e chiusura a catena metallica che consentono di indossarla a mano, a spalla o come zaino.
Poi ci sono colletti staccabili, colli in pelliccia, guanti davvero affascinanti (anche in versione opera), cappelli co-disegnati con Stephen Jones. Le scarpe, infine, sono la sezione più sorprendente perché sono molto cool. Abbiamo le winklepicker in pelle con elementi stringati e, in alcuni casi, tacchi rialzati. Stivali militari allungati e usurati artificialmente. Sandali platform con cinturino a T e punte scolpite, kitten heels. Questi ultimi sono quelli dall’appeal più commerciale. Ma cosa ne pensiamo? E come sono i prezzi?
Insomma, ci piace o no?
Non avremmo pensato di dirlo, e forse lo stiamo ripetendo per l’ennesima volta, ma la collezione è davvero molto Galliano. Chiaramente parliamo di una collaborazione con Zara e di design accessibile quindi per chi è abituato al lusso alcune cose potrebbero sembrare banali e, per chi è abituato alla moda più basic di Zara, potrebbero sembrare strani e anche costosi. I prezzi non sono propriamente accessibili: ci vogliono circa 250€ per un blazer e poco meno di 800€ per un abito in seta.
Chiaramente ci sono anche pezzi di materiali meno nobili. Il tessuto sintetico è utilizzato un po’ ovunque nella collezione, ma considerato che il punto del progetto era creare un design avant-garde accessibile e che oggi diversi brand del lusso più elevato vendono poliestere col nome di “seta tecnica” o “taffetà tecnico” ci sentiamo di dire che non commetterete peccato se lo acquisterete. Ci sono pezzi di puro cashmere che convivono con capi compositi in poliestere, molti altri sono in puro poliammide ma, francamente, bisogna decidere tra il design e il prezzo, non si può aver tutto. Comprare un maglione di plastica di Shein è peggio che comprare un pezzo di Galliano, anche se di Zara. Almeno dietro ci sarà una sorta di senso.
Ma, francamente, sono prezzi medi se si considera che il design è una specie di playlist delle grandi hit di Galliano e gli abiti sono sì indossabili e pensati per il mercato pur conservando la loro vibe avant-garde. Un domani saranno pezzi da collezione? Potrebbero. Bisogna capire quanto lunga sarà la collaborazione, ma attualmente conviene concentrarsi sui pezzi in sé. Non sono il vostro solito guardaroba, ma non sono nemmeno qualcosa di bizzarro e inaccessibile. In effetti, questo è forse l’aspetto che oggi ha e domani continuerà ad avere la moda democratica.