
La moda si stancherà mai del taffettà? Molto fruscio, poco lusso

Il ritorno in passerella del taffettà si inserisce in un momento in cui i designer stanno rileggendo in chiave contemporanea alcune fasi massimaliste della storia del costume, come l’epoca vittoriana, l’Ottocento romantico e il kitsch degli anni '80. A unire estetiche così distanti è proprio l’uso di questo tessuto. C'è solo un piccolo dettaglio: se in passato il taffettà era sinonimo di pura seta pregiata, oggi, molto spesso, la sua versione dominante è un derivato industriale del petrolio. Risultato? I brand ci vendono a cifre da capogiro abiti da gran sera che condividono la stessa matrice plastica del porta pranzo che usiamo in ufficio.
La storia di un tessuto che suona
Per capire come questo tessuto sia passato dal vestire le corti rinascimentali ai nostri guardaroba sintetici, bisogna fare un salto indietro fino alla Persia medievale. La parola taftah deriva dal persiano e significa letteralmente tessuto o intrecciato. A differenza di tessiture più complesse come il jacquard, il taffettà nasce da un intreccio più semplice e lineare: la struttura a tela. Il suo segreto risiede nella densità dei fili: i fili verticali (l'ordito) sono molto più fitti e numerosi rispetto a quelli orizzontali (la trama) ed è proprio questo incontro a regalare al taffettà una consistenza rigida, compatta e sostenuta.
Arrivato in Europa attraverso la Via della Seta e perfezionato dai tessitori francesi e italiani, il taffettà si è declinato in varianti dalle rese visive uniche: c'è il classico taffettà cangiante (shot silk), che gioca con i riflessi della luce; il moiré, con il suo caratteristico disegno a onde che ricorda le venature del legno e le versioni storiche più ricercate come il faccionato ottocentesco, il fiammato, dalla texture quasi tridimensionale e il Gros de Naples, un taffettà di origine partenopea composto da filati decisamente più spessi del normale, nato per costruire abiti scultorei e resistenti.
Che sia sul palcoscenico di un teatro, su un set cinematografico, tra i saloni di corte o sotto i riflettori della passerella, il taffettà ha attraversato la storia del costume da protagonista. Sarti, costumisti e designer ne hanno riconosciuto il potere regale e seduttivo: lo dimostrano le creazioni di Piero Tosi ne Il Gattopardo, il famosissimo tubino rosa shocking di Marilyn Moore in Gli uomini preferiscono le bionde e, più di recente, il pomposo abito rosso di Balenciaga sfoggiato da Meryl Streep nel sequel de Il diavolo veste Prada.
Il taffettà è in effetti un materiale duale: maestoso e ingombrante al tempo stesso, in grado di esprimere la gioia sfolgorante di un abito nuziale, ma anche la solitudine di un lutto. La sua trama riflette le luci di scena in modo nitido e pulito, consentendo di costruire volumi architettonici, maniche a gigot e strascichi monumentalisenza dover ricorrere a gabbie e sottostrutture soffocanti. Ma il taffettà ha anche un'altra caratteristica: la voce. Il suo celebre fruscio metallico (in francese craquant) è da sempre il miglior alleato delle cantanti d'opera, che ancor prima di varcare le quinte e salire sul palco si fanno preannunciare dal suono inconfondibile del proprio abito. Forse sono state proprio queste peculiarità tessili ad affascinare grandi stilisti nella storia della moda: Cristóbal Balenciaga vedeva nel taffettà il blocco di marmo ideale con cui erigere le sue architetture, Christian Lacroix e Gianfranco Ferrè usarono spesso questo tessuto per i loro abiti couture opulenti e barocchi mentre Vivienne Westwood spogliò questa seta strutturata della sua aura aristocratica rileggendola in modo punk.
Il taffettà in passerella
Guardando l’ultima ondata di sfilate, il ritorno del taffettà si conferma tutt'altro che una parentesi passeggera. Nelle collezioni più recenti, designer come Harris Reed, Christian Cowan e Richard Quinn ne hanno riabbracciato la dimensione più tradizionale e scenografica, portando in passerella creazioni monumentali ricche di fiocchi e citazioni regali. Olivier Theyskens alcuni mesi fa ha aperto la sfilata di debutto del suo brand Boloria con abiti gotici e drammatici in taffettà che sembrano direttamente usciti da un romanzo di Charlotte Brontë o da un film di Tim Burton, mentre a Londra Sean McGirr ha realizzato per McQueen un abito pomposo dai colori pastello.
Di Petsa per la SS27 celebra la maternità attraverso pepli di taffettà bianco latte, mentre da Area il tessuto viene usato per creare un abito che ricorda un lucido piumone. Con uno sguardo decisamente più leggero e dinamico, anche Collina Strada e Rio propongono capi in taffettà: se nel primo caso il brand americano fa sfilare delle mantelle alla Maria Antonietta molto coquette, nel secondo troviamo microskirt drappeggiate rigorosamente unisex. Su questo genere anche il brand Toga ha creato degli abiti e shorts maschili in taffettà con una sofisticata lavorazione plissé.
Questo tessuto, un tempo relegato esclusivamente ai red carpet o ai matrimoni, viene sempre più utilizzato per creare capi daily wear: Tory Burch, ad esempio, ha realizzato per la sua ultima collezione estiva degli abiti in taffettà di cotone tie dye decorati con motivi floreali, piume e cristalli, mentre da Balenciaga Pierpaolo Piccioli usa il taffettà non solo nella Couture, ma anche per creare delle giacche utility e dei pantaloni cargo. Daniel Lee da Burberry ha usato questo tessuto per proporre una versione più romantica e aristocratica dei classici trench in gabardine del brand londinese e, sempre parlando di atmosfere romantiche, la donna di Simone Rochas la prossima estate indosserà abiti-sacco tempestati di fiocchi e rose di taffettà che incorniciano il decoltè e talvolta il viso.
Anche sulle passerelle milanesi il taffettà si è fatto vedere e sentire: nel loro primo show per Moschino, Loris Messina e Simone Rizzo hanno realizzato delle gonne dall’effetto accartocciato, invece Simone Bellotti da Jil Sander propone per la SS27 degli abiti a palloncino che sembrano quasi inghiottire il corpo in una lucida e liquida nuvola di carta che fluttua nell’aria. Se da The Attico brillano nella penombra dei tubini di taffettà stropicciati e quasi iridescenti, da Bottega Veneta e Marco Rambaldi troviamo bluse e gonne drappeggiate dalla texture opaca. Il trend ha trovato la sua più recente manifestazione nella sfilata di Julie Kegels a Parigi: per la SS27, la vincitrice del LVMH prize ha portato in passerella abiti che “sfidano la gravità” dove la struttura rigida di una gonna di taffettà viene scomposta e sovrapposta a sottili t-shirt in lycra.
È davvero un tessuto lussuoso?
La maggior parte del taffettà che oggi vediamo in passerella non è più in seta, ma è realizzato con fibre sintetiche come il nylon, l’acetato e il poliestere. Nonostante la composizione non sia nobile come un tempo, questo tessuto continua a trasmettere un forte senso di ricchezza e lusso grazie al suo valore storico. Ma l'uso del poliestere, ormai diffuso tra i brand di lusso, non è solo una scelta di costi: è soprattutto una questione di praticità, resistenza e resa delle forme, dato che, soprattutto nel caso del taffettà, la seta pura rischia spesso, nel tempo, di far perdere struttura al capo.
L’ultima parola spetta, inevitabilmente, al consumatore: meglio preferire la qualità di un materiale nobile accettando le sue fragilità oppure optare per un capo resistente e perfetto nella forma, ma che in sostanza non è così lussuoso come appare?


































































