
La SS27 di Vaquera o l'arte del grande spettacolo Un'ode gioiosa a coloro che rifiutano di passare inosservate
Il finale di una sfilata è sempre un momento sospeso. Dietro le quinte, la pressione si allenta finalmente; in sala, il pubblico coglie l'impatto di una visione d'insieme. Per i creativi, è di solito l'istante di un saluto sobrio, quasi timido. Per Patric DiCaprio e Bryn Taubensee, il duo alla guida di Vaquera, il pudore non era in programma: hanno fatto il loro ingresso eseguendo in duetto il mitico I Got You Babe di Sonny & Cher. Un puro momento di poesia.
Eppure, il tono era stato annunciato sin dalla ricezione dell'invito con questa formula come manifesto: I'm a put-on-a-show kind of girl. Più che un semplice ammiccamento, una vera e propria professione di fede. Un modo di proclamare « occuperò spazio , non passerò inosservata. Questa collezione si afferma come un'ode alle donne che osano, a quelle che sovvertono le convenzioni con un pizzico di insolenza e uno sberleffo alla buona creanza. Un vibrante elogio della goffaggine, una celebrazione di coloro che si assumono, senza infingimenti né ritegno, di esagerare sempre.
La purezza messa alla prova
In apertura, cinque silhouette immacolate fanno la loro comparsa. Ancorate a un'estetica fortemente anni Ottanta, sono vestite di bianco dalla testa ai piedi. La collezione si articola attorno a una circolarità inquietante: questi stessi cinque tagli torneranno a chiudere lo show, ma questa volta reinventati in tonalità stridenti.
Questa metamorfosi pone una questione di percezione. Se la forma rimane rigorosamente identica, il senso, invece, si ribalta. Il bianco immacolato evoca la purezza, il matrimonio, il peso delle tradizioni e delle convenzioni. Il neon, al contrario, attiva un immaginario completamente diverso: più vivace, più vistoso, intrinsecamente vitale, un po' kitsch anche. Una certa artificiosità promana da queste tinte elettriche che si credevano dimenticate, ma che i creativi riabilitano da diverse stagioni. Passare dall'immacolato al neon significa passare dalla calma alla tempesta: tutto o niente.
Tra questi due capisaldi, la sfilata si dispiega in una serie di tableaux cadenzati, declinando le silhouette per tre, cinque o sei. Altrettante iterazioni attorno a uno stesso tessuto, a un tema preciso o a una certa idea di massimalismo.
Una successione di tableaux teatrali
Dopo le connotazioni del bianco arriva prima il kaki, colore inscindibile dal guardaroba militare. Vaquera si appropria dei codici guerrieri per sovvertirli meglio: la camicia dell'esercito conserva i suoi passanti per le spalline, mentre la giacca da ufficiale è cinta da una cintura per segnare il punto vita, arricchendosi al contempo di un colletto XXL, declinato anche su un trench-coat. In basso, i pantaloni si ispirano a quelli della Prima Guerra Mondiale, ampi sulle cosce e aderenti sul polpaccio. Alla severità militare subentra poi un guardaroba più leggero, tutto giochi di trasparenza e delicatezza (quasi nuziale), che mantiene tuttavia un legame con la sequenza precedente grazie all'apporto di capi in pelle dura, come giacche oversize. Il guardaroba marziale si spoglia progressivamente attraverso maglioni con scollo a V e spalline, polsini in pelle o occhiali da aviatore XXL a mo' di maschera. Eppure, un dettaglio viene a turbare questo quadro rigoroso. Non è l'assenza di pantaloni a disturbare, ma la comparsa di una borsa neon, primo discreto rimando al finale della sfilata.
Questo motivo neon si insinua peraltro sotto forma di tocchi chirurgici. Delle bralette vengono sovrapposte a maglioni o bluse, sfoggiando un rettangolo neon cucito come un'etichetta a vista, quasi un segnale d'allarme. Questo piccolo blocco di colore vivace si declina poi in cintura, in borsa, quindi in papillon.
L'accessoriazione spinge ancora più in là l'elogio della sproporzione: dei canotier in tweed vanno a coronare le modelle, portati dritti o sfrontatamente di traverso. Uno di essi scivola fino a coprire metà del viso di una modella. Queste proporzioni esagerate alimentano la goffaggine consapevole della collezione, dove nulla sembra completamente addomesticato né sotto controllo. Poi, una buona decina di silhouette si immerge nell'estetica degli anni Trenta, evocando un'epoca di sfarzo e libertà ritrovata. I dettagli vintage, come i bocchini per sigari o i cappelli a cappa da chef, conferiscono all'insieme una dimensione carnevalesca e teatrale.
La sfilata si conclude in apoteosi con il ritorno delle cinque silhouette iniziali in versione neon, rivelando un lavoro notevole sui volumi e la padronanza dei drappeggi. Poi arriva il colpo di scena con la performance vocale del duo di designer su I Got You Babe. In definitiva, si tratta di una collezione eminentemente sorprendente. Nonostante la profusione di riferimenti, Vaquera conserva una linea guida chiara e incisiva: sviluppare un discorso forte sullo spazio che le donne scelgono di occupare e la libertà che si prendono per imporsi.
























































































