I 5 migliori show della London Fashion Week Women’s SS27 La capitale della moda inglese è risorta?

Se a New York i brand di moda sono molto americani ma poco internazionali, e se Milano e Parigi sono i santuari della moda istituzionale, Londra è solitamente la frontiera in cui la moda più indie e sperimentale emerge. Negli ultimi tempi, specialmente post-Brexit, la London Fashion Week aveva avuto qualche difficoltà, dovuta anche a un ecosistema di brand anche troppo piccoli e poco conosciuti, che però nel tempo hanno acquisito una propria statura e maturità pur mantenendo la propria freschezza.

Nel frattempo al classico Burberry, unico brand dal respiro davvero internazionale della programmazione, si è aggiunto anche Alexander McQueen, tornato in patria dopo un lungo esilio parigino, irrobustendo la fashion week britannica. E quest’anno la settimana di show che ci si è parata davanti mostrava qualcosa di sempre più forte e promettente anche grazie al ritorno del classico Mulberry sotto la direzione di Christopher Kane, brand meno conosciuto al di qua della Manica, ma proprio per questo privo di un’identità troppo fissa e prestabilita.

Ma quali sono stati i migliori show della London Fashion Week?

1. Oscar Ouyang

Oscar Ouyang è il nuovo designer di punta della London Fashion Week. È arrivato alla sua seconda sfilata eppure la sua visione è cristallina, precissisima. Il mondo in cui invita il pubblico, che è insieme rock e Regency, storico e ribelle, ma privo di qualunque posa troppo artificiale, è assolutamente affascinante perché è, in fin dei conti, del tutto calabile nella realtà. I suoi sono abiti per sognatori ma indossabili: la fantasia narrativa e l’occhio per il prodotto convivono nelle sue collezioni con un senso della rifinitura e della politura già realizzato e maturo. Questo suo secondo show, intitolato Cygnet, incorpora l’immagine dei cigni in diversi pezzi (Ouyang è specialista di maglieria e di ricostruzione dei motivi Fair Isle) ma incapsula perfettamente ciò che ritroviamo scritto nelle note firmate da Alex Kessler: «Something of a teenager assembling an idea of adulthood from what came before».

2.      Pauline Dujancourt

Per questa collezione, Dujancourt (anch’essa esperta di maglieria) è partita da Le lacrime amare di Petra Von Kant per ispirazione, riuscendo per fortuna a non portare nel suo show la tremenda lentezza e tossicità che Fassbinder ci aveva messo dentro. Filtrando l’opera teatrale attraverso la propria sensibilità, invece, Dujancourt ha infuso il suo show di una dolcissima, lirica malinconia: come nelle migliori opere, l’ispirazione di partenza non ha fatto che affermare ulteriormente la personalità originale della creatrice. Nemmeno la predominanza di toni freddi ha interrotto la delicatezza e il romanticismo di una collezione che prende silhouette storiche e le ridisegna in chiave moderna senza la minima traccia di pretensione, oltre che con un’ingannevole semplicità che maschera la complessità di costruzioni e rifiniture.

3.      Erdem

Già da diversi anni Erdem Moralıoğlu presenta show e collezioni incredibili, rifinite fino al più ossessivo dettaglio, ricche, dinamiche. Quest’anno il suo brand ha superato il traguardo dei dieci anni e le sue collezioni sono di un’opulenza sorprendente. È vero: possono esserci look meno convincenti di altri (quest’anno erano quelli con le frange, pochi ma a nostro avviso più deboli del resto) ma nel complesso il suo mondo di aristocratici discinti e ricoperti di gemme è di una compiutezza e di una creatività davvero rare al giorno d’oggi. Se solo la stessa agilità d’esecuzione e scioltezza si trovassero in Maison più grandi, la moda sarebbe forse in un punto migliore oggi.

4.      Mulberry

Christopher Kane ritorna con Mulberry ed è nitido, fresco, brillante. Il suo show è moderno con un tocco di futurismo, non c’è indugio in romantici scenari aristocratici del passato. Il tocco di design che salta all’occhio è quel leitmotiv di pelle sagomata che ricorre in giacche, cappotti, gonne, abiti. Forse quella è la parte più dimenticabile. A brillare è il gusto chirurgico nella scelta dei colori, la silhouette che sembra tagliata col laser, la capacità di creare una collezione sexy e suggestiva senza affidarsi a nessun espediente. Alcuni look con meno ritagli sono i più decisivi della collezione proprio perché, nella loro elementarità, la finezza di tagli e di materiali si nota di più.

5.      Ashley Williams

In un mondo di cool girls algide e remote come sfingi, o di meditazioni fantasmatiche sull’aristocrazia dell’altro ieri, Ashley Williams è divertente, oltre che chic. La sua è una moda che non teme di evocare gli anni imbarazzanti di un’adolescenza che pare ambientata negli anni ’80, trasformandoli in solide idee di moda per una collezione. C’è un consapevole tocco di kitsch, c’è una visione molto personale di una femminilità fuori dalle convenzioni, ma soprattutto c’è uno spirito frizzante, giocoso e scanzonato ma con un occhio sempre fisso sulla giusta silhouette, che spesso è anche la più inaspettata.

Continua a leggere