
Costruiremo i data center nello spazio? La proposta di Elon Musk, adesso che gli Stati Uniti taglieranno gli investimenti sulle AI
Durante la campagna per le elezioni di metà mandato del 3 novembre, stravinte dal Partito Democratico, la contrarietà alla diffusione dei data center è stata uno dei pochi temi su cui i candidati conservatori e progressisti erano allineati. Gli esponenti di entrambi gli schieramenti hanno dichiarato di voler ostacolare la costruzione di nuovi data center nel Paese: una presa di posizione, questa, che intercetta un malcontento piuttosto evidente e trasversale fra la popolazione statunitense e non solo.
La minore popolarità di Trump ha a che fare anche con questo tema. Il presidente degli Stati Uniti ha più volte descritto i data center come un'opportunità di crescita economica per il Paese, mostrandosi contrario a introdurre vincoli normativi più stringenti per le aziende statunitensi che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale. Il timore, secondo questa impostazione, è che norme troppo stringenti finiscano per svantaggiare gli Stati Uniti nella competizione tecnologica con la Cina. Una linea politica che, tuttavia, fatica a trovare sostegno anche tra gli stessi elettori conservatori – ma non è un caso: molti progetti per la costruzione di nuovi data center interessano aree rurali, spesso situate proprio nei territori in cui il Partito Repubblicano raccoglie maggiori consensi.
In soli quattro anni, il numero di data center operativi negli Stati Uniti è quasi raddoppiato. Le stime indicano che nel medio termine il numero di queste strutture potrebbe superare le 4mila unità distribuite in tutto il Paese. Parallelamente, sta crescendo anche il numero di amministrazioni locali che cercano di frenare questa espansione, introducendo restrizioni alla costruzione di nuove strutture, come per esempio è stato fatto di recente dallo Stato di New York.
Una spesa che gli Stati Uniti non vogliono più sostenere
I data center sono enormi complessi industriali che ospitano le infrastrutture informatiche necessarie al funzionamento dei servizi digitali e dei sistemi delle grandi aziende tecnologiche. Per funzionare, però, richiedono enormi quantità di energia elettrica e acqua, utilizzata soprattutto per raffreddare i server e mantenere gli impianti a temperature adeguate; a questo si aggiunge il rumore costante prodotto dai sistemi di ventilazione e raffreddamento, che può risultare particolarmente fastidioso per chi vive nelle vicinanze. Sono soprattutto queste le ragioni alla base dell'opposizione di molti residenti: la prospettiva di ritrovarsi accanto a strutture industriali di grandi dimensioni, spesso non integrate con il territorio circostante, rumorose e caratterizzate da consumi elevati, oltre che da possibili conseguenze ambientali.
Il cambiamento di atteggiamento nei confronti dei data center e dell’intelligenza artificiale non era affatto scontato. Quando ChatGPT è stato lanciato, nel 2022, il settore era supportato da un forte entusiasmo e da aspettative molto alte. Negli anni successivi, però, la percezione pubblica rispetto all'AI è progressivamente cambiata. Le preoccupazioni per le conseguenze sul mercato del lavoro e sugli equilibri sociali, insieme ai dubbi sul potere e sulle responsabilità delle aziende tecnologiche, hanno alimentato una crescente diffidenza nei confronti dell’intero comparto. Un orientamento confermato anche dai dati: secondo un recente sondaggio dell'emittente statunitense ABC, più del 70% delle persone prese come campione dall'indagine è contrario alla costruzione di un data center nei pressi della propria abitazione.
La proposta di Elon Musk
Le aziende del settore tendono a sottolineare soprattutto le ricadute economiche positive che la costruzione di nuovi impianti potrebbe generare sui singoli territori, a cominciare dalla creazione di nuovi posti di lavoro. Una parte consistente dell'occupazione, tuttavia, riguarda gli operai e le maestranze impiegati nella fase di costruzione iniziale dei data center: una volta entrati in funzione, questi centri richiedono infatti una manutenzione relativamente ridotta – per gestire un'intera struttura sono generalmente sufficienti poche decine di addetti, fino a un massimo di alcune centinaia nei complessi più grandi.
In questo contesto, alcune grandi aziende tecnologiche stanno valutando la possibilità di trasferire in futuro parte dei propri data center nello Spazio. Per sostenere la crescita dei sistemi di intelligenza artificiale serviranno infatti infrastrutture sempre più grandi, energivore e difficili da realizzare sulla Terra, anche per le resistenze delle comunità locali e i vincoli ambientali. Società come Google, OpenAI o xAI di Elon Musk guardano quindi allo Spazio come a una possibile alternativa per poter aumentare con più libertà la potenza di calcolo necessaria ad addestrare e far funzionare i sistemi di intelligenza artificiale.
Uno dei principali vantaggi di questa soluzione sarebbe la possibilità di sfruttare l'energia solare con maggiore continuità e senza le dispersioni dovute all'atmosfera e all'alternanza tra giorno e notte. L'obiettivo, almeno nelle prospettive più ambiziose, è arrivare a realizzare costellazioni di migliaia di server, alimentati direttamente dal Sole: il piano, tuttavia, è ancora lontano dall'essere realizzato, anche a causa di una serie di problematiche tecniche e logistiche che sulla Terra sarebbero relativamente semplici da gestire, ma che nello Spazio diventano molto più complesse. In tutto questo, xAI di Elon Musk potrebbe però partire da una posizione di vantaggio rispetto agli altri gruppi tecnologici, grazie a Starlink, la rete di satelliti che fornisce connettività Internet attraverso collegamenti satellitari.