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It looks like you like what you do Intervista a Rocco Siffredi

Rocco Siffredi è un uomo così famoso che potrebbe fare a meno del proprio cognome, che infatti è un cognome d’arte. In Italia specialmente, ma anche all’estero, basta dire «Rocco» per capire che si parla di quel Rocco. Né Siffredi possiede reticenza alcuna nell’esporsi, sia fisicamente (ma questo va da sé) che emotivamente: la parola che viene in mente per descriverlo, a intervista finita, è “generosità”. «Al mondo dicono sempre la stessa cosa su di me: "It looks like you like what you do"», spiega a shooting finito Siffredi. «Secondo me, il segreto è la passione». Siffredi è anche un uomo multiforme: non si attraversano quattro decenni di storia e costume della società italiana senza accumulare sfaccettature, complessità. Entrando sul set, mentre è in posa, il suo sguardo era serissimo – così serio, in effetti, che il suo metro e ottantacinque di statura sembrava ancora più imponente di quanto già non fosse. E forse è anche per questo che la sua apparizione sulla passerella dello show SS24 di Dsquared2, l’anno scorso, è parsa così sorprendente eppure così naturale: sia perché Siffredi non sfigurava per nulla accanto al resto dei modelli (all’inizio della sua carriera, racconta, era uno dei ragazzi-immagine di El Corte Inglès a Madrid), sia perché il brand stesso condivide con lui la stessa aura di edonismo e di ironia. Ma al di là delle parole del marketing, l’apprezzamento tra Rocco e Dean e Dan Caten è molto più profondo. «Si vede che loro sono dei veri artisti», spiega Siffredi, «abbiamo in comune la libertà di non avere pregiudizi e la passione per quello che facciamo. [Dean e Dan] sempre super presi in quello che fanno, sono perfezionisti, stanno attenti - un po' quello che faccio io quando faccio i miei film: cerco ogni volta di farlo meglio, di dare qualcosa in più che non ho mai dato prima».

Ma com’è nata esattamente questa collaborazione? In maniera non sorprendente, con una telefonata: «Un giorno mi chiama un amico in comune e mi dice: “Rocco, ti piacciono? Ti piace il brand? Perché gli piacerebbe fare qualcosa insieme a te”». E Siffredi ha accettato subito, tanto più che «la collaborazione indiretta è partita tanto tempo fa perché io vestivo Dsquared2 da anni. Tutti i miei jeans, tutti i pantaloni li ho sempre comprati da loro. E poi, i gemelli sono del ’64, lo stesso anno mio… Ti dirò, sapevo che prima o poi avremmo fatto qualcosa insieme». I due designer canadesi, in effetti, sono stati i primi in assoluto a reclutare Siffredi nel mondo della moda, e francamente sorprende che nessuno ci avesse pensato prima. «I gemelli non mi giudicano. Se mi hanno preso, secondo me è perché reputano che nel mio mondo ho fatto qualcosa di speciale», dice Siffredi, che è stato anche modello in passato, prima di arrivare alla sua fama nel cinema hard. Iniziare non fu semplicissimo, Siffredi ricorda che ai suoi esordi, a metà anni ’80, «mi hanno tutti mandato a quel paese, a parte mia madre e mio padre; i miei fratelli non erano contenti di questa mia scelta. Poi sono passati sei mesi, un anno e anche loro appendevano le mie foto al loro ristorante». Ma quello che Siffredi ha incontrato agli esordi, continua a incontrarlo sempre: «Le persone oggi si scandalizzano molto meno, ma solo in apparenza. I bigotti ci sono sempre. Secondo me il bigottismo oggi è una questione di ignoranza e basta».

E proprio il tema del giudizio e del pregiudizio è la chiave di volta dell’intera nostra conversazione – tanto più che Siffredi è uno dei pochissimi uomini ad avere una prospettiva del tutto unica sul mondo informe e ribollente del desiderio umano. «Ti farei vedere il mio Instagram», dice. «Le persone mi scrivono e chiedono delle cose che tu neanche immagini, anche le coppie, i mariti che vorrebbero regalare alla moglie esperienze speciali, anche le donne… mi chiedono di tutto e di più». Nell’anonimato dei social, come in un confessionale, migliaia di persone vanno a domandargli i segreti di quel desiderio di cui lui, con la sua carriera, dovrebbe essere il massimo esperto: «Devo dar credito alla realtà: siamo diventati, anche se non era il nostro ruolo, educatori di almeno tre generazioni di ragazzi. […] Il problema è il non aver mai spiegato che gli attori porno sono abituati, utilizzano mille escamotage quindi i ragazzi che oggi soffrono d'ansia da prestazione guardando i nostri film dicono “Ma come fanno?” Certamente se l’avessimo spiegato un po' meglio, forse oggi ci sarebbe meno ansia tra i ragazzi. Se uno spiega, illustra e non demonizza il porno, ma magari ne trae vantaggi, può darsi che si riesca ad ottenere una migliore educazione sessuale». Ma qui il discorso deve necessariamente allargarsi, perché la sua considerazione ci porta a riflettere sul cambiamento più netto e drammatico della società: «I rapporti umani sono finiti», dice Siffredi. «La vera difficoltà è proprio l'interscambio umano tra le persone che non è solo nel porno, perché il porno ricordati che è sempre la faccia della società, quello che noi produciamo è quello che la gente è e vuole vedere».

Per me la pornografia resta un modo di fare cinema, che sia cinema erotico, più o meno esplicito, però cinema. Per me la pornografia resta un modo di fare cinema, che sia cinema erotico, più o meno esplicito, però cinema.

E dato che il porno è la faccia della società, perché non parlare della società? Come dicevamo, Siffredi riceve ogni giorno letterali valanghe di DM che contengono i più inconfessabili pensieri di un pubblico enorme e variegato. Per inciso, non risponde a nessuno, dato che significherebbe assumersi una responsabilità non sua. Tra questi, comunque, ci sono molti giovani ragazzi: «Mi scrivono tutti la stessa cosa: Ansia, ansia, ansia. La prima cosa che è cambiata per i giovani d’oggi è che una volta era tutto vietato e interdetto. Non se ne poteva parlare. Creava quella sorta di aura… il proibito si è un po' perso. Dall'altro lato secondo me le donne si sono emancipate maggiormente. Il maschio, un po' non era pronto a questo cambiamento della donna che è diventata più sfacciata, tosta, molto diretta».

Queste novità nell’atteggiamento dei giovani uomini rispetto al sesso, si traduce anche nell’atteggiamento degli studenti di Siffredi nei confronti del lavoro sul set. Alcuni di loro hanno anche epifanie personali: «Tanti dei ragazzi mi hanno sorpreso dicendomi: “Rocco, il mio obiettivo non è mai stato il porno. Ero troppo timido, introverso. Tu non sai quanto mi hai fatto capire”. Cioè, queste sono le cose belle che t'arrivano dai ragazzi, che erano molto introversi e gli fai vedere che quello di cui si vergognava in realtà per noi è pane quotidiano. Questa è l'importanza del lato umano nel porno». Le dinamiche personali, descrive Siffredi, non sono sempre semplicissime ma non si sono mai verificati litigi particolari, anzi spesso studenti e studentesse sentono di aver vissuto «un’esperienza unica» anche se di certo parecchio impegnativa. «Come tutte le cose difficili ghettizzabili o ghettizzate», spiega Siffredi, «c'è sempre una grande solidarietà fra chi è di quel mondo lì. Si instaura subito un che di bello. È un mestiere in cui ti diverti, sembra tutto rose e fiori, ma poi c'è un risvolto molto pesante a livello sociale. Le donne soprattutto lo pagano dieci volte più caro degli uomini».

E il giudizio ha toccato anche lui stesso, oggi come in passato. Come dicevamo, Siffredi è un uomo multiforme che, oltre ad aver esordito come modello, ha anche sperimentato ruoli cinematografici al di fuori del porno dove, però, la sua fama ha continuato a perseguitarlo: «La maggior parte di chi fa il mio lavoro a un certo livello viene frenato». Ed è chiaro che tanto Siffredi, che la moglie Rozsa Tassi, ex attrice hard, abbiano portato la propria ampiezza di vedute anche nel menage familiare. Il figlio maggiore di Rocco, Lorenzo, ad esempio, ha aiutato il padre nel creare corsi online per l’accademia: oltre cinquecento video in tre lingue dove Siffredi spiega come si gira una scena porno. «Con mia moglie e i miei figli abbiamo creato un'enfasi sul non-pregiudizio, che è la cosa più importante perché vuol dire che sei intelligente. Perché le persone che giudicano in base ai giudizi altrui non le ho mai sopportate».

E qui arriviamo a un punto nodale del nostro discorso dato che, diciamolo pure, il porno è molto cambiato dai tempi in cui Siffredi costruì la sua fama e cioè nei tempi pre-Internet, pre-social e pre-OnlyFans. Ma prima delle tecnologie digitali, per Siffredi il porno (ma anche il sesso) è cambiato grazie alle donne: «Una volta si diceva che il porno fosse solo per i maschi. Per tanti anni abbiamo avuto questa idea che le donne venissero sfruttate per l'immaginario sessuale maschile. Questo io è dagli anni ’80 che lo faccio e non l'ho mai visto. Però è vero che lo vedevano gli uomini e le donne si vergognavano. Da qualche anno invece le donne hanno pareggiato con gli uomini come fruizione, ma soprattutto ciò che è cambiato è che le donne sono diventate totalmente protagoniste. Produttrici, attrici, gestiscono un business, hanno il loro profilo OnlyFans, guadagnano milioni», spiega Siffredi. Oltre al discorso di OnlyFans, su cui torneremo a breve, «c'è la parte del porno classico a cui io appartengo che ha ancora le sue regole, con tutto quello che si può fare e non. Il porno è diventato complicatissimo. Passi un'ora sul set a fare la yes list, la no list, quello che voglio fare, quello che non voglio fare. Tutto questo ha perso di magia. Secondo me la sessualità è magica quando si scopre anche lì sul momento quello che riesci a dare e questo dire tutto prima porta a una certa asetticità e secondo me il porno è molto peggiorato da quel punto di vista».

Dean e Dan sono sempre super presi in quello che fanno, sono perfezionisti, stanno attenti - un po' quello che faccio io quando faccio i miei film Dean e Dan sono sempre super presi in quello che fanno, sono perfezionisti, stanno attenti - un po' quello che faccio io quando faccio i miei film

Un punto su cui Siffredi insiste fermamente è lo statuto cinematografico del porno. Anche se «l'approccio alla pornografia è completamente diverso in generale richiede la stessa professionalità di qualunque altro set. A questo proposito racconta un divertente aneddoto: «È venuto [Alessandro] Borghi da me a Budapest, per interpretarmi [nella prossima serie Supersex di Netflix, ndr] è stato sul set, più set, e alla fine è venuto da me: “A’ Rocchè”, mi ha detto, “ma voi fate quello che famo noi”. E in effetti è la stessa roba». E qui torniamo sull’argomento OnlyFans: «Ora lo spettatore va a vedere quello che gli piace, chiede anche video personalizzati - però non è più pornografia. Per me la pornografia resta un modo di fare cinema, che sia cinema erotico, più o meno esplicito, però cinema. OnlyFans è un mondo che a me non appartiene». Tanto più che, dopo una vita intera trascorsa sul set, tra regole anche abbastanza stringenti e un senso dell’intimità che un profano troverebbe a dir poco idiosincratico il radicale dilettantismo di OnlyFans ha fatto risorgere i vecchi pericoli di un’industria non regolamentata in cui tutto può succedere: «È pieno di persone, agenzie che reclutano ragazze attraverso Instagram, promettono con quattro foto di farsi tanti soldi, poi arrivano a chiedere contenuti sempre più espliciti. E non le chiamano porno star, ma content creator - vedi quanta ipocrisia c'è?»

La presenza e gli introiti, spesso altissimi, delle attività più amatoriali hanno anche intaccato l’etica professionale delle giovani generazioni di attori e attrici: «Non vogliono tempi lunghi. Se vedono che la cosa diventa troppo impegnativa, mollano, dicono che tanto hanno OnlyFans». I problemi sono anche di aspettative, e questo Siffredi lo sa grazie ai suoi otto anni di lavoro come formatore di pornostar con la sua Siffredi Hard Academy: «C’era un gruppo di ragazze che si definivano content creator ma erano completamente perse su quello avevano scelto di fare. Avevano una percezione del mestiere totalmente diversa, totalmente improvvisata e al limite del borderline». Ma spesso, ci rivela Siffredi, sono proprio le star di OnlyFans a ricercare un’aura di legittimità sotto i riflettori cinematografici del porno: «Col fatto che mi chiamo Rocco Siffredi, chiamano tutte le attrici dal mondo intero per lavorare con me. Anche quelle di OnlyFans, perché anche lì, se non diventi qualcuno, chi ti va a vedere?»

CREDITS:
Photographer: Marco P. Valli
Photographer Assistant: Andrea Nicotra
Make Up: Andrea Severino Sailis
Hair: Erisson Musella
Interview: Lorenzo Salamone

Throughout the story full look ROCCO SIFFREDI X DSQUARED2 CAPSULE COLLECTION and DSQUARED2.