
Perché Giorgia Meloni era al gala della Milan Fashion Week? Un segno di vicinanza al settore tanto apprezzato quanto simbolico
Per chi lavora nella moda, una cena istituzionale a fine giornata nel mezzo della Milan Fashion Week può suonare tanto scomoda quanto un matrimonio a Ferragosto. Ma proprio la nostra fashion week nazionale è un’occasione ormai tanto rilevante da attirare i nomi più importanti del paese e richiamare sotto il tetto del Palazzo Reale di Milano anche la figura più importante della politica italiana: la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. La premier era seduta al tavolo d'onore della cena di gala organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana a Palazzo Reale, per l'inaugurazione della Fashion Week e della mostra Dalí e la moda.
«Ho pensato che fosse particolarmente giusto quest'anno, in un momento che non è facilissimo per un comparto che però continua a darci grandi risultati, dare un segnale anche fisico di presenza e di vicinanza», ha detto la presidente del Consiglio come riporta Il Corriere della Sera. «Non solamente con i provvedimenti, non solamente con le risorse, avrà visto i 100 milioni per incentivare gli investimenti. L'ultima di tante cose che stiamo facendo, però anche esserci fisicamente penso che sia un modo bello di dire grazie al settore per quello che fa per la nostra economia, per la nostra forza, per la nostra rappresentazione nel mondo e anche per dire che il governo c'è».
L’ultima volta che un presidente del Consiglio era stato presente alla Milan Fashion Week risale un decennio fa, quando Matteo Renzi partecipò all’evento di apertura nel 2016. Proprio Matteo Renzi, su Instagram, oggi ha criticato la premier Meloni facendo notare, forse con faziosità ma sicuramente con giustezza, che proprio ieri a New York si apriva l'81esima Assemblea generale delle Nazioni Unite che ha richiamato circa 130 capi di Stato e di governo di tutto il mondo al Palazzo di Vetro per discutere di guerre in corso, cambiamento climatico e intelligenza artificiale. Una cosa alquanto strana. Ma come è successo e chi è andato all’ONU al suo posto?
Milano o New York?
Posto che entrambe le occasioni erano calendarizzate già da parecchio tempo viene da chiedersi come mai la presidente del Consiglio abbia preferito la cena di gala del CNMI all’Assemblea dell’ONU. In realtà, però, le fonti di Palazzo Chigi avevano già annunciato da giorni che la premier avrebbe delegato la rappresentanza italiana al vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza che questo rappresenti un disimpegno, come specificato dallo stesso governo.
La cosa in sé non è troppo scioccante: la moda rappresenta il 5% del PIL oltre che una grossissima parte del soft power del paese all’estero e ha senso per la premier dare un segno di vicinanza. Nemmeno Putin e il presidente indiano Narendra Modi c’erano, mentre la Cina ha inviato solo un delegato. Ma il punto è che, letteralmente, non siamo in tempo di pace e dunque alcune questioni particolarmente scottanti come la Guerra in Iran, qualunque cosa stia succedendo all’America di Donald Trump, la crisi climatica con un Super El Niño in arrivo a braccetto con una potenziale crisi energetica avrebbero forse richiesto di non inviare alcun delegato.
Forse per questo è apparso un po’ stridente vedere, nei nostri feed social, le due scene svolgersi in parallelo: da un lato Trump che minaccia di far saltare interi paesi mentre il delegato iraniano lo guarda impassibile e, dall’altro, una cena dei grandissimi della moda a base di paccheri al pomodoro tenutasi in una tensostruttura di plastica in uno dei cortili del Palazzo Reale. Se non altro, l’occasione offre un valido pretesto per interrogarsi sulle priorità simboliche del governo e della moda, oltre che su quelle sostanziali del comparto del Made in Italy che a partire dal 2024 è entrato in una crisi, proseguita nel 2025 e solo attenuatasi quest’anno. Ma cosa sono i 100 milioni di cui la premier Meloni ha parlato ai giornalisti?
A cosa servono i 100 milioni?
Il decreto attuativo firmato dal ministro Urso destina 100 milioni di euro dal Fondo per la crescita sostenibile alle PMI nella filiera della moda per attivare investimenti tra 1 e 20 milioni di euro da realizzare nel paese per valorizzare i processi produttivi e rafforzare le aggregazioni lungo la filiera utilizzando lavorati e semilavorati italiani o europei. In base all’entità del progetto si possono utilizzare quei fondi anche per finanziare processi di innovazione, formazione dei dipendenti e anche ricerca e sviluppo. Un 75% dei soldi viene dato a fondo perduto mentre il 25% viene pagato dalle aziende come prestito agevolato.
La misura presenta diversi aspetti positivi: è orientata agli investimenti produttivi e premia le imprese che scelgono di produrre in Italia. In un settore molto frammentato come quello della moda, dove operano migliaia di micro e piccole imprese artigiane, l’incentivo alle aggregazioni e alla valorizzazione della filiera nazionale può favorire una maggiore solidità e competitività. La possibilità di finanziare anche innovazione di processo, formazione del personale e, nei progetti più grandi, attività di ricerca, rende lo strumento relativamente flessibile.
Al tempo stesso non è tutto rose e fiori. I 100 milioni di euro, pur non trascurabili, sono una cifra modestissima rispetto a un settore che genera decine di miliardi di fatturato e coinvolge centinaia di migliaia di addetti. Dunque c’è un numero limitato di progetti che possono beneficiarne, e sicuramente non può risollevare un settore che è in parziale ripresa ma sta ancora soffrendo.
La misura, poi, non affronta criticità più strutturali che gravano sulle imprese come la pressione sui margini esercitata dai grandi brand, le difficoltà di liquidità, la concorrenza internazionale spesso sleale, i sempre più elevati costi energetici e la scarsità di manodopera qualificata. Esiste poi il rischio concreto che la complessità burocratica legata alle soglie di investimento, alle aggregazioni richieste e ai criteri di ammissibilità escluda proprio le imprese più piccole e meno organizzate. In verità servirebbe, più che un decreto attuativo, una serie di politiche industriali sul lungo periodo senza le quali l’intervento rischia di rimanere una sorta di piccolo finanziamento temporaneo.
Meloni e la moda
La cena di ieri non è, del resto, la prima incursione di Meloni nella moda italiana nell'ultimo anno. Già lo scorso dicembre 2025 la premier aveva presenziato, insieme all'ex presidente del Consiglio Mario Draghi, alla première mondiale di Brunello, il visionario garbato, il docufilm di Giuseppe Tornatore dedicato all'imprenditore umbro. Sommando i due episodi, viene naturale chiedersi se non si tratti di qualcosa di più di una semplice coincidenza di agenda.
Se la cena del CNMI arriva appena tredici giorni dopo la pubblicazione del decreto sui 100 milioni per la filiera, la domanda se l'evento sia stato in parte concepito come vetrina istituzionale, una sorta di photo-op costruito attorno a una misura già pronta, più che un gesto spontaneo di vicinanza è una cosa ipotizzabile. C'è poi una lettura più politica, altrettanto ipotetica, su cui si potrebbe riflettere: che il riavvicinamento al mondo cosmopolita e internazionale della moda milanese, distante da quello identitario e sovranista di Fratelli d'Italia, risponda anche a un'esigenza di riposizionamento dell'immagine della premier anche per distanziarsi, almeno idealmente, dalla figura controversa di Roberto Vannacci.
Presenziare ai tavoli di Kering, LVMH e Vogue, farsi fotografare accanto ad Anna Wintour, significa parlare a un elettorato e a un'opinione pubblica diversi da quelli intercettati dalla retorica più identitaria della destra italiana. Resta da capire se si tratti di un'evoluzione di sostanza nella postura del governo verso l'establishment economico-culturale, o soltanto di un'operazione di immagine. Ma è una domanda che, con i soli elementi disponibili oggi, non può avere una risposta definitiva.