
Capire l'ossessione della moda per i look "effortless" Un termine che ormai vuol dire tutto e niente
Oggi la moda è concettualmente spompata. Il verdetto migliore per l'abbigliamento, sui magazine di moda e online, sembra essere effortless: termine che significa senza sforzo, spesso attribuito a una t-shirt bianca infilata nei jeans, all'outfit indossato in aeroporto da una popstar, ma anche e addirittura ai look in passerella delle sfilate più attese. Come se impegnarsi, oggi, fosse un vero peccato per chi gravita attorno a questo settore: se la fatica è percepibile, la sconfitta è fatta.
Inutile dirlo, ma l'effortless non è mai stato davvero senza sforzo. Lo diceva già più di dieci anni fa Grazia, in un articolo che smontava i luoghi comuni del linguaggio della moda: dietro il 99,9% di ciò che viene descritto come effortless ci sono lunghi ragionamenti su uno styling strategicamente organizzato per apparire spontaneo. Per quanto sia il trucco più vecchio del mondo, far sembrare naturale ciò che è costruito gode ancora di una certa credibilità.
«Una cosa divertente nella moda è che tutti vogliono farsi notare, ma senza dare l’impressione di averci provato troppo», esordisce Maia in un video essay su YouTube intitolato why some people always look cool (even in basic clothes). Il cortocircuito della moda contemporanea (specialmente quella che viaggia attraverso i social e le generazioni più giovani) sembra concretizzarsi nella volontà di risultare unici, senza però mostrare alcun accenno di impegno. Darsi da fare per essere cool, in altre parole, è un po’ imbarazzante.
Cosa nasconde questa tendenza reiterata
@yourslizzygrant queens of effortless looks #haileybieber #kaiagerber #kendalljenner #effortlesschic #moodboard Wondrous Place - Drug Store Romeos
Ciò detto, quello che sembra l’innocua diffusione di un aggettivo qualificativo fa da ombrello a due fenomeni diversi tra loro. Intanto, come esistono persone che provano a non impegnarsi, non è possibile negare l’esistenza di quei mostri dotati di uno stile talmente definito da poter comunicare moltissimo con pochissimo (solitamente a seguito di una selezione feroce a monte e di un’adesione integerrima ad un’uniforme personale, per dirla alla Miuccia Prada). Ed esistono anche quelli che davvero non reputano meritevole del proprio tempo ragionare su come vestirsi, che comunque vengono investiti del titolo di “cool”, lo stesso riservato un tempo a chi costruiva un'immagine riconoscibile per sè. Quindi, forse, oggi fatichiamo proprio a riconoscere la presenza di personalità.
Poi, c’è la questione dell’appiattimento linguistico: Viv Chen su The Molehill ha recentemente osservato come il vocabolario della critica di moda si stia comprimendo a una manciata di parole passepartout (chic, whimsy, effortless). Dovremmo essere ormai familiari con il trend kinda chic che ha popolato i social durante i mesi estivi (termine un tempo riservato a un'élite ristrettissima di riferimenti come Chanel, le gemelle Olsen e Cate Blanchett). Complice la velocità con cui è richiesto divulgare giudizi (avrete sentito sicuramente delle polemiche circa la democratizzazione della critica di moda, oggi incarnata da chiunque abbia un dispositivo sotto mano), se tutto può essere effortlessly chic, ne converrete che l'espressione perde ogni potere descrittivo.
Ma perché adesso?
Non è un caso che questo linguaggio fragile, caduco, esploda nell'epoca dello scrolling, dove le immagini affollano gli schermi e la velocità del giudizio conta più della sua precisione. Il termine effortless è comodo, breve e positivo; funziona tanto per una didascalia quanto per una recensione di collezione. È anche coerente con le estetiche dominanti dell'ultimo decennio, dal quiet luxury alla clean girl aesthetic, che hanno reso l'understatement un segno di status più che accettabile, per non dire agognabile. È, in altre parole, un’estetica di classe prima ancora che di stile, perché significa non mostrare il bisogno di niente, nemmeno quello di dover dimostrare qualcosa agli altri.
Il rischio di tutta questa effortlessness
@nogood.io kinda chic to use big yellow font #kindachic #yellowfont #marketing #trending original sound - NoGood
Il vero rischio, alla lunga, non è solo lessicale: un vocabolario povero è sintomo di uno sguardo povero. A furia di descrivere la moda con i soliti aggettivi, finiremo per vedere solo quelle tre o quattro caratteristiche? Questa è una provocazione che chi si occupa di lingua per mestiere guarda con sospetto: la sociolinguista Vera Gheno (il cui podcast Amare Parole esplora il linguaggio e i suoi cambiamenti) ha più volte messo in discussione l'idea che un vocabolario ridotto equivalga a un declino cognitivo generazionale, ricordando che il rapporto tra parole e pensiero è molto meno meccanico di quanto venga raccontato. Tuttavia, riconquistare le parole della moda significa riappropriarsi del ruolo della critica in qualsiasi settore: guardare abbastanza a lungo da meritarsi il diritto di dire qualcosa di preciso.












































