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Che cos’è questa mania dei cowboy?

Decostruendo il ritorno di un grande mito americano

Che cos’è questa mania dei cowboy? Decostruendo il ritorno di un grande mito americano

Quello del cowboy è un mito forse superficiale per noi europei, ma che in America riveste un’importanza fondamentale, un ruolo epico. La grande saga del West americano, infatti, è più del racconto collettivo della conquista di un territorio, con i suoi santi e i suoi mostri, ma è un canale narrativo attraverso cui la mentalità americana descrive se stessa e i suoi mutamenti. Soprattutto, la cultura western è qualcosa di vivo e attuale oggi, in un frangente storico in cui l’ingresso di una cantante afroamericana come Beyoncé nel genere della musica country ha acceso diversi dibattiti su cosa sia e a chi appartenga la cultura western – oggi riletta nell’ottica della riappropriazione da parte delle minoranze etnico-sociali di narrative nazionali che in passato li avevano ignorati o esclusi.

Beyoncé è il caso più eclatante e recente, forse il più culturalmente rilevante a livello pop, dato che mega-star come Miley Cyrus e Taylor Swift nel mondo del country ci sono nate e che i prossimi album di Lana Del Rey e Post Malone apparterranno al genere. Il country oggi si racconta anche attraverso il meccanismo globale della moda, con numerose figure di riferimento dell’odierna cultura dell’immagine (Bella Hadid su tutte, ma anche Kendall Jenner o Kim Kardashian) che hanno cominciato a incorporare cappelli da cowboy, pantaloni svasati e scarpe a punta sulla scorta della collezione FW24 di Louis Vuitton firmata da Pharrell Williams, ma anche un gran numero di altri designer che hanno riempito le recenti passerelle di frange, cappelli à-la-Clint Eastwood, stivali texani e cascate di denim. E proprio il denim è una delle chiavi di volta di questo grande ritorno del mondo western, tanto che la stessa Beyoncé ha intitolato Levii’s Jeans una delle tracce del suo Cowboy Carter e che, negli scorsi giorni, proprio Levi’s sia stata nominata come Most Trustworthy Company in America nel campo dell’abbigliamento in un sondaggio di Newsweek and Statista.

Il sogno di un lifestyle?

Si diceva che il denim è la chiave di volta di questo grande ritorno che, a sua volta, si iscrive in un più ampio mutamento nel gusto collettivo sorto in questi mesi che ha stabilito come nuovo paradigma del vestiario la divisa composta da jeans sovradimensionati o svasati, giacche e scarpe di pelle, camicie a quadri, cinture western, occhiali in stile anni ’70 oltre che mullet e baffi di diverse specie. È un movimento che ha le sue radici nel workwear, quell’uniforme da “uomo vecchia scuola” rinfrescata da forti (e forse inconsapevoli) venti queer, e debitrice tanto dei drugstore cowboy immaginati da Hedi Slimane per Saint Laurent e Celine, a loro volta legati all’immaginario di Los Angeles e dei ranch californiani, che di quella ricerca da parte del pubblico di archetipi più duraturi e meno infantilizzanti delle tute e ciabatte streetwear – ma non per questo meno spensierati. Quello del cowboy in effetti è un repertorio abbastanza specifico e settoriale, più un costume che uno stile, che trova un po’ di respiro rifacendosi sia al più ampio immaginario del guardaroba proletario americano (camicie da falegname, stivali da lavoro, variazioni su giacche trucker e bleu de travail) che a quello di una rockstar come Jim Morrison che, profondamente affascinato dal mondo desertico del New Mexico e dalla cultura dei Nativi Americani, avrebbe fuso, a fine anni ’60, il guardaroba dell’eroico e rispettabile cowboy americano con le suggestioni misticheggianti ed edonistiche della rockstar. 

@notfashunjustin Someone buy me a cowboy hat
Ma ciò che colpisce è che il trend cowboy non si stia ponendo come il fuoco di paglia di una singola stagione ma sia basicamente inziato con Lil Nas X e il suo Old Town Road per poi propagarsi al di sotto degli altri trend stagionali, vivendo nella prolungata ossessione per stivali a punta dal tacco cubano di cui Hedi Slimane è il primo promotore, e che dura da prima del lockdown, arrivando fino alla mania per il mega-giaccone di pelle e il workwear lanciata invece da Miu Miu. Non per nulla, nella scorsa stagione, dei singoli elementi di questa estetica erano ripresi senza per forza evocare il cowboy: basti pensare all’ultimo show di Bottega Veneta che riproduceva l’ambiente desertico con i cactus di vetro soffiato e il lagno bruciato al pavimento; ma anche ai lookbook di brand come ERL e Phipps che paiono voler ricordare un’America anni ’70 e inondata dal sole estivo, intrisa di una spontaneità e un giovanilismo in pieno contrasto con i fragili giorni d’oggi, fatti di fisime, nevrosi, traumi e litigi senza fine. Ma la deriva ‘70s è solo una diramazione di un’estetica western che, come si diceva, Pharrell e Beyoncé (parliamo solo di loro in nome di tutti gli altri) usano per ricercare la radice e soprattutto la ragione di un certo modo di vestire – in questo senso l’estetica cowboy rappresenta forse il tentativo di stabilire un sistema, una genealogia in cui collocarsi e a partire da cui muoversi.
 

A chi appartiene il country?

Esiste però una distinzione fondamentale da operare: l’estetica cowboy ha diversi significati nel suo paese natio, ovvero gli Stati Uniti, e altrove. Se il cowboy visto dai brand europei esiste in una dimensione del tutto romantica (anche postmoderna) quello americano estetizza il passato commentandolo – la sua dimensione è per certi versi, anche marginali, politica. Sia l’operazione di Pharrell che quella di Beyoncé si muovono nell’ambito di un’affermazione culturale, e cioè quella di ridefinire una parte dell’epopea nazionale americana tuffandosi in primo luogo nello spazio più dominato da un certo tipo di conservatorismo e in secondo luogo ricalibrandone la narrazione per rivolgersi a un’America abbastanza anziana da confrontarsi con le proprie scelte storiche e rimettere in discussione il proprio passato. Una mentalità che, nel mondo post-BLM, ha trovato una forte affermazione, facendo anche fiorire tra cinema e tv un sottogere che potremmo definire Black Western, iniziato con Django Unchained e poi proseguito con Hell on the Border, Nope, The Harder They Fall e Harriet, la serie The Underground Railroad, The Great Lord Bird e Lawmen: Bass Reeves.

Persino gli elementi western in Barbie, che si rifacevano alla campiness dell’iconografia mid-century americana, si trovavano in un contesto di ridefinizione di una narrativa, di inversione di un ruolo prefissato. In tempi globalisti, in cui il patriottismo è usato più come una spada che come uno scudo, in cui all’identità nazionale si attacca una retorica definita dall’estromissione e separazione di comunità, i creativi americani più importanti della musica e della scena pop affermano la propria presenza nelle vesti di personaggi ora nazional-popolari dopo che un genere certamente più socialmente connotato come l’hip-hop e lo streetwear a esso connesso si è imborghesito, diventando non più la voce di comunità estromesse ma un veicolo commerciale da rivendere in tutto il mondo diventando, in sostanza, inautentico.
 

In cerca di autenticità

E, per parlare di vita vera e non di arte, il trasferimento di Bella Hadid in Texas, che ha visto la top model immergersi in un mondo “comune” fatto di rodei, cappelli da cowboy, pranzi di gruppo, cavalli che mangiano fieno e sorrisi a trentadue denti funziona narrativamente perché è la classica storia della ragazza di città che va a cercare vita e sentimenti più autentici di quelli che può offrire il mondo alieno e alienante della moda. Sentimento echeggiato da Beyoncè nel parlare del suo album i cui suoni ha definito «così organici e così umani», informati da una «connessione più profonda con la purezza» aggiungendo «Con l'intelligenza artificiale, i filtri digitali e la programmazione, volevo tornare agli strumenti reali». Il country come autenticità, dunque – ma è davvero autenticità? Yasmin Williams, sul The Guardian, confronta l’operazione condotta da Beyoncé con il country tradizionale, notando come quest’ultimo parlasse di storie di reietti, criminali e assassini o comunque di gente comune e scrivendo che «la differenza nei testi mostra il cambiamento dell'etica della musica country, che passa da un'autentica esaltazione dell'esperienza del sottoproletariato a una scorciatoia per un'autenticità percepita». È chiaro che questo discorso sfugge in parte alla mente europea, per cui la campagna e il folklore sono ben altra cosa, e per cui il contesto socio-politico statunitense è in fondo un mondo distante, specialmente nelle sue divisioni. Il che, per chi vive da questo lato dell’Atlantico, è senza dubbio un vantaggio: quando indossiamo stivali a punta e jeans bootcut ci abbandoniamo al romanticismo – per gli americani la posta in gioco è molto più alta.