
L’albero della vita secondo Jonathan Anderson nella SS27 di Dior Una collezione cupa che inizia a suscitare qualche interrogativo sulla direzione creativa di Anderson
Arrivati alla decima collezione di Jonathan Anderson per Dior in poco più di un anno, c’è ormai una musa che il designer nordirlandese sembra aver scelto come compagna di questo nuovo capitolo della sua vita lavorativa: la natura. I ciclamini regalati da John Galliano che hanno ispirato il suo debutto Couture a inizio anno, i fiori di loto presenti nell’intera collezione FW26, i papaveri della Cruise 2027, fino alle coccinelle sulla sua primissima Lady Dior. Quella di Anderson sembrava quasi una primavera perpetua, attraversata da quel senso di contentezza – a tratti di oziosità – che pervade gli esseri umani quando, dopo un lungo inverno, la neve si scioglie, l’erba torna verde e il sole splende alto in cielo. Per questa SS27, però, sembra essere finalmente arrivato l’autunno: malinconico, brumoso, a tratti esistenzialista. Un autunno che porta con sé la nebbia – artificiale, considerando che a Parigi le temperature sfiorano ancora i 28 gradi – e diverse domande sulla direzione creativa di Anderson.
La location della SS27 era la stessa della scorsa FW26, i Jardins des Tuileries, ma se a marzo erano dipinti di verde, questa volta il giardino di vetro di Anderson era completamente bianco, con due alberi di noce al centro del lago che sembravano incarnare una sorta di albero della vita. Non a caso, l’invito alla sfilata consisteva in un paio di noci wenwan, oggetti legati a una lunga tradizione cinese che prevede di farle ruotare nel palmo della mano. Una pratica associata alla Yangsheng, letteralmente «coltivare la vita», principio della tradizione taoista legato alla cura e alla conservazione dell’equilibrio del corpo. Nelle note della collezione Anderson racconta che proprio l’incontro con queste noci gli ha ricordato come «nella natura si possano trovare conoscenza e preziosità», facendo della loro forma, del modo in cui invecchiano e della loro apparente simmetria il punto di partenza dell’intera collezione. È difficile, a questo punto, non leggere questa riflessione sulla vita anche alla luce della dedica dello show a Mathilde Favier, direttrice internazionale delle PR di Dior, scomparsa a metà agosto insieme al marito in un incidente stradale. «Con tutto il nostro amore – Jonathan e la Maison Dior», si legge alla fine delle note dello show.
Ma è stata questa collezione il miglior modo per esprimere il dolore del lutto che ha attraversato l’intera Maison parigina? Gli elementi distintivi della direzione creativa di Anderson c’erano tutti: le Bar Jacket, le gonne costruite attraverso il volume, gli abiti che in movimento sembravano nuvole avvolgenti intorno ai corpi delle modelle e tessuti talmente leggeri da creare un continuo effetto vedo-non-vedo, mai apertamente sensuale e semmai romantico nel senso più storico del termine. Questa volta, però, sono stati accompagnati da nuovi tipi di stampe: dal pied-de-poule bianco e nero al principe di Galles declinato in tonalità calde, passando per tartan che richiamavano i colori della terra e, inevitabilmente, motivi floreali che sembravano ritrarre foglie e fiori di geranio. I colori dominanti restavano però il bianco e il nero: lo yin e lo yang, l’inizio e la fine.
Anche la costruzione dei vestiti seguiva questa stessa tensione tra opposti. Anderson si è chiesto cosa sarebbe accaduto se il tailleur fosse stato trattato come il flou, mettendo quindi in discussione la tradizionale separazione tra struttura e morbidezza, mentre la simmetria delle silhouette veniva continuamente incrinata da piccole irregolarità. Le note tornano più volte sulla stessa domanda – «quanto può essere leggero un abito?» – e sull’idea che persino il pizzo possa trattenere l’aria, trasformando la costruzione sartoriale in qualcosa di quasi intoccabile, quasi più concetto che esecuzione.
C’è poi un’altra immagine che attraversa l’intero show: quella del seme che contiene già in sé la forma dell’albero che diventerà, non a caso, le note recitano: «Molto prima che un albero dispieghi i suoi rami verso il cielo, la noce custodisce la conoscenza della propria forma». Ad oggi, però, la forma del Dior di Jonathan Anderson è fin troppo conosciuta, troppo prevedibile, troppo ripetitiva. Può un oggetto continuare a essere desiderabile quando sappiamo già quale forma prenderà? La moda, un tempo, ci aveva abituati a essere sorpresi collezione dopo collezione: una stagione Maria Antonietta, quella dopo il Giappone, quella successiva il flamenco. Mondi diversi, talvolta inconciliabili, che servivano proprio a spostare continuamente l’immaginario. Forse Anderson ha bisogno semplicemente di tornare a stupirci. Anche se, con diciotto collezioni all’anno, trovare ogni volta qualcosa di nuovo da dire diventa inevitabilmente più difficile.