
I designer sono stanchi di lavorare per altri Da Kim Jones a Phoebe Philo, i nuovi moti d’indipendenza della moda
«Non so come andrà a finire, ma so che c’è la possibilità che qualcosa cambi e cresca, cosa che di certo non sarebbe successa se fossimo rimasti o avessimo continuato con LVMH», ha detto di recente Marc Jacobs a proposito del passaggio del suo brand dal gruppo LVMH al più democratico gruppo G-III. Jacobs non è un designer indipendente, ma voleva uscire dalla gabbia del lusso e guardare con più libertà a audience più democratiche.
Altri designer della scuderia di LVMH o comunque legati ad altri gruppi del lusso sono andati ancora più in fondo: Kim Jones ha aperto un nuovo brand basato a Hong Kong, Kris Van Assche ha riaperto il suo, Stella McCartney e Giambattista Valli sono tornati indipendenti ricomprando le proprie partecipazioni, lo stesso hanno fatto Alanui e Giuseppe Zanotti; Phoebe Philo li ha preceduti tutti, lanciando un brand eponimo (che comunque ha LVMH tra gli investitori) e, dopo aver venduto il suo Alyx ad Adrian Cheng, Matthew Williams ha aperto un brand col suo nome per il cui e-commerce lui stesso fa da modello. Più indie di così non si può. Fuori dall’ambito di LVMH, Donatella Versace ha lanciato un brand lifestyle ancora senza nome, così come Olivier Theyskens ha creato Boloria.
Se un tempo si diventava famosi da soli e poi si andava a lavorare per una grande casa, oggi si fa all’opposto. Si diventa famosi in qualche grande Maison e poi ci si mette in proprio. Una tendenza che non va contro lo spirito dei tempi: sempre di più molti si chiedono come mai certi direttori creativi dallo stile così riconoscibile (leggasi, ripetitivo) non aprano semplicemente un brand proprio smettendo di alterare la nozione che abbiamo di brand pre-esistenti. Ma come mai questa “vecchia” generazione di direttori creativi ha optato per l’indipendenza proprio adesso?