Perdersi. Dimenticarsi la meta e seguire la scia di un profumo, un suono che arriva da lontano, un gatto che passeggia, una ragazza col cappotto rosso. Camminare e lasciarsi guidare dal rumore dei propri passi, dai vicoli, dal loro scorrere e intrecciarsi. È questo il modo migliore per esplorare qualsiasi città, anche Milano. Il nostro suggerimento è lo stesso: approfittate di questi giorni di fashion week, mentre correte da una sfilata all’altra, per guardarvi intorno, per curiosare in giro, magari per intrufolarvi all’interno di uno dei tanti palazzi milanesi. Qui, riparati da spessi portoni, mimetizzati dietro anonime facciate si trovano i segreti meglio celati della città: gli androni.

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Questi spazi di confine che qualcuno ha definito “un microcosmo sociale che sta a metà tra l’intimità della propria casa e l’estraneità della strada” sono il riflesso meno conosciuto del fascino discreto di Milano. Lo racconta bene Ingressi di Milano, volume pubblicato da Taschen e curato da Karl Kolbitz, modello di Prada ed ex assistente di Wolfgang Tillmanns e Mario Testino che riunisce in un inedito percorso fotografico 144 tra i più interessanti ingressi (di edifici costruiti tra il 1920 e il 1970) del capoluogo lombardo, raccontati da 278 scatti opera di Matthew Billings, Delfino Sisto Legnani e Paola Pansini.

Le bellissime immagini dipingono una storia fatta di portoni, maniglie, corrimano, pietre, pavimenti, lampadari, tappeti, portinerie e cassette delle lettere. Sono luoghi spesso sottovalutati, ma per designer, architetti ed artisti rappresentano autentiche palestre di sperimentazione, uno spazio libero dove esprimersi oltre i limiti e le regole. È quello che hanno fatto Giovanni Muzio, Piero PortaluppiLuigi Caccia Dominioni, Giuseppe Martinenghi, Giuseppe Terragni, Giò Ponti, Asnago e tutti gli altri creativi che hanno lavorato alla costruzione dei tanti androni milanesi, ibridando l’eredità classica con le influenze artistiche più radicate nella cultura della città, quelle degli anni ’20, dal Futurismo alle opere di de Chirico, Sironi o Carrà. Ogni entrata è un esercizio di stile, un gioco di tra estetica, funzionalità e dettagli inaspettati, come un elegante bassorilievo, un trompe-l’oeil anni ’30, un pilastro rivestito in mosaico o una sedia dalle linee moderniste. Questi bellissimi  mondi nascosti non riservati soli ai residenti, ai milanesi, ma lì per chiunque voglia avventurarsi a scoprirli.

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