"Forse mai l’arte architettonica ha raggiunto un tal grado di magnificenza."

Sono queste le parole usate da Johann Wolfgang Goethe per descrivere Villa Almerico Capra, detta anche La Rotonda. La più celebre delle ville venete progettate da Andrea Palladio, considerata il modello ideale della sua architettura, è una costruzione che ha incantato molti, ma soprattutto ha ispirato nei secoli successivi molti edifici sparsi per il mondo fra cui il Campidoglio di Washington, la Casa Bianca. Torniamo indietro nel tempo e ripercorriamo la storia de La Rotonda, dal 1994 considerata Patrimonio mondiale dell’Unesco.

Siamo tra il 1530 e il 1560. In questo periodo va di moda tra le nobili famiglie veneziane possedere nelle loro proprietà in campagna, delle residenze utilizzate sia per gestire da vicino le attività delle loro aziende agricole sia per testimoniare la superiorità del loro ceto sociale. L’architetto che meglio incarna la capacità di rispondere alle esigenze dei committenti unendo  funzionalità e struttura architettonica classica è Andrea Palladio. Così, quando nel 1567 il conte Paolo Almerico decide di tornare, dopo molti anni trascorsi a Roma, nella sua nativa Vicenza, si rivolge al popolare architetto per avere la dimora ideale per i propri momenti di relax e, contemporaneamente, per suscitare l’ammirazione dei suoi concittadini. Il luogo scelto per edificare è la cima tondeggiante di un piccolo colle alle porte di Vicenza, accanto al Monte Berico.

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Qui, anche per meglio sfruttare la posizione dominante e semi-isolata, Palladio progetta la costruzione di una struttura dalla pianta ruotata di 45 gradi rispetto ai punti cardinali per consentire a ogni stanza un'analoga esposizione solare. La dimora ha la forma di un cubo, sormontata da una cupola che richiama quella del Pantheon di Roma e dotata di quattro facciate identiche, ognuna con un il pronao ionico esastilo ornato di statue di divinità dell'antichità classica, a cui si accede percorrendo ampie scalinate. Ciascuno di questi quattro ingressi principali conduce alla sala centrale concepita in modo tale da regalare l’illusione di slancio verso l’esterno.

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La stessa forte impronta classica e importante, che suggerisce un senso di sacralità, dell’esterno si trova all’interno. Qui, nelle sale della villa, si alternano lavori di maestri come Anselmo Canera e Alessandro Maganza e dall’artista francese Louis Dorigny: affreschi di tema religioso; pareti adornate con finte colonne dipinte in trompe-l’oeil e gigantesche figure di dei della mitologia greca; putti e discinte figure femminili con fiori e ghirlande; elementi di architettura illusoria come finti soffitti a cassettoni popolati da divinità olimpiche. Non stupisce, quindi, che Villa Almerico Capra sia diventata l’opera più emblematica di Palladio. Il celebre architetto morì prima di vedere l’edificio ultimato e lo stesso destino toccò al duca committente, motivo per cui la struttura passò prima ai fratelli Capra e poi alla famiglia Valmarana.