Il suo è un peregrinare costante tra molteplici attività: designer di oggetti in vetro a Murano dagli anni ‘20 agli anni ‘40, autore di architetture e allestimenti per la Biennale di Venezia dal dopoguerra agli anni ‘70, insegnate presso lo IUAV, ideatore di percorsi museografici e, infine, progettista di edifici pubblici e privati. Carlo Scarpa, veneziano, classe 1906, è uno dei maestri del modernismo e una delle figure più particolari dell'architettura italiana. Nonostante gli studi di architettura all'Accademia delle Belle Arti, infatti, non ha una vera e propria laurea, una mancanza che gli procura, non solo diverse diatribe giudiziarie per abuso della professione, ma anche il biasimo dei colleghi dell’università che lo soprannominano “capomastro bizantino”, alludendo alla sua “anacronistica sapienza del costruire”.

Uomo di grande cultura, i suoi lavori sono influenzati da Klimt, Mondrian, Albers, Rothko, Hoffmann, Loos, ma anche da Frank Lloyd Wright con cui condivide l’interesse per l’arte Orientale espressa nel suo modo di fondere, decenni prima che fosse di moda in Occidente, elementi organici diversi, nella gestione dello spazio, nell’alternarsi di luce e ombra, nella sovrapposizione cromatica.

“La casa non deve posare sul terreno, ma riposare, deve derivare dal terreno” diceva Lloyd Wright e queste parole devono aver riecheggiato nella mente di Scarpa a tal punto da ispirargli Villa Ottolenghi. Situata a Bardolino, sulla riva orientale del lago di Garda,questo edificio del 1974 sembra un’antica rovina, che nasce così, “dal terreno, essa stessa porzione di terreno con il suo tetto-terrazza proteso sul lago”. La configurazione morfologica stessa della zona, delimitata a ovest da uno scosceso pendio, a nord e a est da un terrapieno ha, infatti, suggerito all’uomo di seppellire gran parte della casa nel terreno e di giocare con interessanti spunti progettuali. Il più suggestivo tra di essi è il tetto che diventa un luogo abitabile, ispirato all’aia delle fattorie venete, una superficie in mattoni dall’andamento irregolare da cui ammirare lo splendido panorama circostante come se non ci fossero confini, come se il vero tetto fosse il cielo. Poesia pura.

Villa Ottolenghi: “una grande casa cui sia di tetto il cielo”  Progettato dall’architetto Carlo Scarpa, controverso ed eclettico maestro del modernismo italiano | Image 0
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Tutto, in questo progetto incastonato sulle colline della Valpolicella, racconta la bellezza che convive con l’ingegno. Tutto parla, parafrasando le parole dello stesso Scarpa, di una concezione di architettura come armonia, come un bellissimo viso di donna, misterioso, difficile da comprendere e, al medesimo tempo, meraviglioso. I termini che compongono questo intricato linguaggio sono l’accesso della villa, una spaccatura allo stesso livello del tetto, da cui prendono luce gli ambienti sotterranei, al pavimento organizzato in dislivelli che seguono il pendio; le superfici delle vetrate che riflettendo gli specchi d'acqua (elemento compositivo tipico dell'architettura di Scarpa), moltiplicano i muri della casa, come accade nei palazzi veneziani, i nove giganti pilastri cilindrici, costruiti con cemento, pietra di Prun e di Trani, che sorreggono la copertura, plasmano il soggiorno e sottolineano i cambiamenti di altezza tra aree abitative, cucina, sala da pranzo e bagno che altrimenti sembrano prive di una separazione. Villa Ottolenghi è una costruzione unica, un perfetto esempio di come Scarpa sia in grado di incanalare nel suo lavoro il rapporto tra natura naturale, artificiale e vita umana.

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