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Il futuro di Harvard è a rischio?

La condanna in punta di piedi all’attacco di Hamas ha fatto scappare gli investitori

Il futuro di Harvard è a rischio?  La condanna in punta di piedi all’attacco di Hamas ha fatto scappare gli investitori

A soli tre giorni dall'inasprirsi della guerra tra lo stato di Israele e il movimento per la resistenza palestinese Hamas, che governa la Striscia di Gaza, svariate dozzine di associazioni studentesche dell’Università di Harvard hanno firmato e pubblicato una dichiarazione in cui attribuivano le responsabilità degli attacchi da parte di Hamas – paragonato all’equivalente dell’11 settembre per Israele – a quello che è stato definito il «regime israeliano». Secondo le organizzazioni studentesche, gli attacchi da parte di Hamas in cui sono morte oltre mille persone «non sono avvenuti senza motivo». Gli studenti firmatari e più in generale l’Ateneo sono stati fin da subito molto criticati. Manifestazioni da parte dei movimenti studenteschi a sostegno della Palestina (e contro Israele) si sono viste anche in Italia e in Europa, ma negli Stati Uniti la questione sta portando a conseguenze concrete, catturando l’attenzione di leader aziendali e politici.

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Come riporta il New York Times, nel dibattito che si è generato sono man mano intervenuti anche i donatori che finanziano le università del Paese, soprattutto le più ricche e prestigiose – tra cui per l’appunto Harvard, dove si sono formati otto Presidenti e innumerevoli Premi Nobel. Istituzioni del genere – così come Stanford o il MIT – presentano un bilancio incomparabile a quello delle università italiane ed europee, ma il loro prestigio è dovuto anche e soprattutto alle risorse economiche che hanno a disposizione. Kenneth Griffin, fondatore e CEO di uno dei più importanti fondi d’investimento del mondo, nonché ex studente di Harvard, ha mosso critiche pesanti verso la sua stessa alma mater – a cui solo quest’anno aveva già donato trecento milioni di dollari. Idan Ofer, miliardario israeliano tra i membri del consiglio di amministrazione di Harvard, si è invece dimesso per protestare contro l’Università. Il ritardo dell’Ateneo nel condannare l’accaduto ha poi fatto precipitare la situazione.

Le critiche degli investitori contro Harvard

Dopo due giorni di silenzio dai vertici dell’Università il caso è definitivamente esploso. Larry Summers, ex ministro del Tesoro ed ex presidente di Harvard, ha definito inaudita la condotta dell’istituzione, aggiungendo di non aver mai vissuto momenti così deludenti e sconcertanti in 50 anni di vicinanza all’alma mater. Le successive dichiarazioni diffuse dalla presidente di Harvard, Claudine Gay, che ha condannato le azioni di Hamas sostenendo che la posizione degli studenti non riflettesse quella dell’Università, non hanno placato le critiche. La comunicazione è stata giudicata tardiva e inadeguata, e numerosi docenti, assistenti ed ex professori dell’Ateneo hanno firmato una lettera aperta di critica alla presunta neutralità di Gay. Reazioni ancora più dure sono arrivate da parte di molti altri laureati celebri, come il senatore repubblicano Ted Cruz, che ha twittato: «Cosa diavolo c’è di sbagliato ad Harvard?».

I principali donatori hanno fatto un passo indietro. La Fondazione Wexner, che ad Harvard finanzia un’ampia gamma di programmi di leadership per professionisti di origine ebrea fin dal 1989, ha tagliato i suoi contributi a causa della timida condanna dell’Università all’attacco di Hamas: «Siamo scioccati e addolorati del completo fallimento della leadership di Harvard di prendere una posizione inequivocabile». Bill Ackman, amministratore delegato del fondo d’investimento Pershing Square Capital Management che sostiene economicamente Harvard, ha espresso forti critiche nei confronti dell’Ateneo, e ha detto di essere stato contattato da diversi amministratori delegati che gli hanno chiesto i nomi delle organizzazioni studentesche per assicurarsi di «non assumere inavvertitamente qualcuno dei loro membri». Infine, più di 1500 ex studenti donatori hanno firmato una lettera per protestare contro la presunta tolleranza dell'antisemitismo all’interno dell’istituzione. A tal proposito, anche un dottorando ad Harvard ha scritto una lettera aperta alla stampa americana e alle autorità accademiche: «In quanto nipote di un sopravvissuto di Auschwitz e studente di storia degli ebrei in Germania, ho sempre fatto fatica a credere che un popolo di alta cultura come i tedeschi, la nazione di Goethe e di Beethoven, potesse mostrare simpatia e perfino entusiasmo per lo sterminio nazista degli ebrei. Ora ci credo. L’ho visto succedere qui».