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Intervista a Carlo Rivetti di Stone Island

Conversazione con il presidente e direttore creativo del brand

Intervista a Carlo Rivetti di Stone Island Conversazione con il presidente e direttore creativo del brand
Fotografo
Filippo D'Asaro

Per molti versi, Stone Island occupa una posizione unica all'interno dell'industria della moda, sempre al limite tra sportswear, streetwear e haute couture. Il brand lascia che siano i suoi prodotti a parlare, creazioni che sono la sintesi della filosofia che sta alla base del marchio: fare le cose come le hanno sempre fatte, ma allo stesso tempo creare capi tra i più innovativi e d'avanguardia del mondo. Stone Island è un outsider, deciso a continuare per la propria strada, non interessandosi di trend o hype, raggiungendo comunque una popolarità che abbraccia generazioni e background differenti. Stone Island non è solo moda, è anche tecnica, performance e storia. 

Fondato nel 1982 da Massimo Osti, la nascita di Stone Island si lega a un desiderio assoluto di spingere lo sviluppo del prodotto verso territori inesplorati. Fin dall'inizio l'idea è stata quella di differenziarsi dagli altri marchi. Tutto nasce quasi per errore, quando un giorno una serie di campioni di tessuto scartati finisce per caso in azienda. Erano considerati semplicemente degli scarti, inutilizzabili per la produzione industriale, ma comprendendo che comunque qualcosa poteva essere fatto, si provò a lavare e rilavare i pezzi di tessuto, ottenendo una stoffa dall'aspetto used, slavato, che ispirò una nuova collezione e un nuovo brand. Era nato il leggendario tessuto Tela Stella, e con esso Stone Island. Il riferimento all'estetica militare è forte fin dagli inizi, con il logo ispirato ai gradi e ai simboli militari. L'iconica Rosa dei Venti simboleggia l'amore per il mare e la costante ricerca di nuovi territori. 

Osti gettò le basi per quella che ancora oggi è la filosofia del brand, ossia il desiderio di sperimentazione: continuare ad espandere sempre i limiti dell'arte e della moda, così come le tecniche industriali, partendo da un elemento imprescindibile, il tessuto. Unendo il processo industriale al design di moda, Osti riuscì ad ottenere un linguaggio nuovo, nato dall'unione tra arte e produzione, un linguaggio che ancora oggi è il cuore di Stone Island. Nel 1983 l'arrivo di Carlo Rivetti regalò una visione e una conoscenza uniche, che avrebbero contribuito a rendere Stone Island quello che è oggi, diventando direttore creativo e presidente del brand nel 1993. Rivetti ha contribuito a dare vita all'epoca d'oro di Stone Island, concentrandosi sempre di più sulla sperimentazione e l'innovazione dei tessuti e delle tecniche di tintura, raggiungendo un livello senza precedenti. Dopo le dimissioni del capo designer Paul Harvey nel 2008, Rivetti comprese che era arrivato il momento di diversificare e creò così un design team multiculturale, realizzando una visione profondamente contemporanea per il brand. 

La metodologia di Stone Island non è cambiata molto nel corso degli anni, adattandosi alle correnti e ai trend, cavalcando una forte popolarità tra diverse sottoculture: dai Paninari italiani degli anni Ottanta, alla cultura terrace e rave inglesi degli anni Novanta e Duemila, fino alla recente infatuazione per il brand da parte delle star dell'hip-hop americano. Stone Island è riuscita a rimanere sempre fedele a sé stessa e alle sue radici, creando un'immagine fortemente identificativa che è stata la chiave del successo del brand. 

In occasione dell'installazione Stone Island Research Series realizzata per la Milano Design Week, abbiamo avuto l'onore e il privilegio di incontrare Carlo Rivetti, che ci ha raccontato la natura profondamente innovativa del brand, di Supreme, del futuro, e di molto altro. 

 

Intervista


 

PD - La serie Prototype Research è interessante perché espande sempre di più i limiti della moda e dello sviluppo tecnologico. Quando crea ha degli obiettivi precisi in mente o i risultati il più delle volte sono inaspettati, si ragiona dopo su come migliorarli? In altre parole, è la moda a guidare la scienza o la scienza a guidare la moda? 

 

CR - Quando iniziamo si tratta di pura sperimentazione, non sappiamo quale sarà il risultato finale o come lo utilizzeremo. Quindi mettiamola così, la tecnologia ispira la moda, perché se realizziamo qualcosa di interessante il capo arriva naturalmente. Ogni volta che iniziamo con un tessuto e il suo trattamento, come dico sempre io, è il tessuto a dirci come vuole essere utilizzato. Alle volte commettiamo degli errori, ma in realtà anch'essi possono dare vita a qualcosa di meglio di quanto avevamo pensato all'inizio. 

 

 

PD - Siete sempre stati molto selettivi nella scelta della collaborazioni, lavorando solamente con Nike e Supreme. Qual è la sua opinione su Supreme e sull'attuale stato della moda, totalmente votata all'hype e ai trend? 

 

CR - Abbiamo un rapporto fantastico con tutto il team di Supreme e fin dall'inizio l'idea è stata quella di realizzare la collaborazione a patto che fossimo sempre contenti e soddisfatti del risultato finale. Alla fine ci siamo riusciti, ma nel frattempo ci siamo lasciati alle spalle almeno 40 tentativi falliti. Inizialmente devo ammettere che non avevo compreso fino in fondo la forza della visibilità di Supreme, è qualcosa di incredibile. 

I ragazzi giovani stanno scoprendo Stone Island anche grazie all'hype e al fatto che sia considerato cool, ma quello che mi ha sorpreso è che i ragazzi conoscono la storia, conoscono il passato. Questo è interessante perché rappresenta qualcosa di più di Stone Island, per loro è qualcosa in cui possono identificarsi e che possono comprendere.  

La collaborazione con Supreme ha sicuramente fatto la differenza nel tentativo di raggiungere un nuovo e più ampio pubblico, un nuovo pubblico che a mio parere capisce il nostro linguaggio e si appassiona alla storia di Stone Island. Non si tratta solo di moda, è molto di più, anche per le nuove generazioni. 

 

 

PD - Stone Island ha sempre avuto un legame profondo con le sottoculture e le culture giovanili. Che cosa ne pensa? 

 

CR - Mi ricordo che quando abbiamo iniziato a parlare di sottoculture per me questo era un concetto molto positivo, connesso al panorama degli Stati Uniti, ma non volevo essere l'ennesimo brand ad arrivare sul mercato americano. Non volevo uno store su Madison Avenue, non volevamo parlare alla cultura mainstream, quindi abbiamo deciso di parlare ad una cultura diversa, cioè alle sottoculture. Per me non è una parola negativa, tutt'altro. 

Nel corso degli anni molte culture si sono avvicinate a noi, e ciò che mi rende orgoglioso è che non siamo stati noi a muoverci verso di loro, ma sono state loro ad appassionarsi a noi. Non abbiamo dovuto cambiare il nostro linguaggio o il DNA del brand. E' fantastico vedere persone di tutto il mondo interessate a quello che facciamo. 

Penso che abbia a che fare anche con un approccio fortemente maschile, sia per quanto riguarda lo stile sia la comunicazione. Lasciamo che sia il nostro prodotto a parlare per noi, e quando siamo noi a parlare, raccontiamo solo della performance del tessuto. Non usiamo aggettivi, compri una giacca che ti piace, e questo è un concetto semplice e lineare, chiaro in tutto il mondo. Quando abbiamo iniziato a fare questo tipo di conversazioni sul contenuto dei nostri capi è diventato un aspetto molto importante, perché in alcuni paesi non ci sono altri brand che vendono dei prodotti con questa storia. La nostra concezione assomiglia a quella di un venditore di auto, non ti vende l'auto per la sua bellezza, ma per la sua performance. E' molto tecnico, volevamo tradurre questo tipo di linguaggio nel mondo della moda. 

 

PD - Lei è anche un docente in varie università. Qual è l'insegnamento principale che cerca di trasmettere alle giovani generazioni? 

 

CR - Ciò che dico loro molto spesso è di fare attenzione quando sono agli inizi e di puntare sempre molto in alto, perché con il passare del tempo dovranno confrontarsi con la realtà, e quella potrebbe essere la loro ultima occasione di disegnare qualcosa che amano veramente. Quando inizi a lavorare nel mondo reale è completamente diverso. E' molto interessante insegnare, è come produrre vino, ogni anno ogni classe è diversa dalla precedente. Alle volte gli studenti sono pochi ma con idee molto brillanti, alle volte è il contrario. In ogni caso imparo molto anche dal modo in cui si vestono. 

 

 

 PD - Ho letto che Stone Island raggruppa nel suo design team tre generazioni diverse, in modo da avere l'esperienza unita ad una prospettiva fresca. E' vero? 

 

CR - Beh ci sono io, il vecchio panzone (ride) e sì, è vero, ma non da un punto di vista anagrafico. E' come in cucina, ogni collezione deve essere armonica, non facciamo capsule all'interno della collezione principale, non pensiamo al consumatore finale, siamo totalmente trasversali, lo sforzo maggiore consiste nell'avere tutte le persone del team a lavorare insieme. 

 

PD - Quanto è grande il design team al momento? 

 

CR- Al momento comprende 9 persone, 3 italiani, 2 inglesi, 1 francese, 1 pakistano e un altro che è specializzato nel knitwear. Quello che ho scoperto è che se chiedi di realizzare una field jacket ad un francese e ad un inglese faranno sempre qualcoa di diverso, così come il pakistano, perché ciò che cambia è la cultura alla base, quindi è fantastico avere un team così. Abbiamo punti di vista diversi, la bravura dell'azienda sta nel farli funzionare insieme. 

Il knitwear è il settore dell'industria della moda dove innovazione e tecnologia sono più importanti. Quindi dobbiamo seguire attentamente gli sviluppi della tecnologia. C'è un modo per farli funzionare, noi ad esempio iniziamo con le tasche, dettagli per me importantissimi, amo queste novità. 

 

 

PD - C'è ancora la sua firma su ogni capo del brand? 

 

CR - Sì, molte volte ci sono capi che rimangono invariati in diverse collezioni. Ma se vengono cambiati passano da me per l'approvazione. Un altro punto molto importante per noi sono le colorazioni e le sfumature. E' fondamentale, ho imparato moltissimo lavorando con persone diverse, perché il colore del Mar Mediterraneo è molto diverso da quello del Mare del Nord. Quindi ad esempio quando ci troviamo a lavorare sulla collezione estiva, i creativi inglesi percepiscono e considerano colori estivi sfumature diverse da quelle a cui penserebbe un italiano. 

   

PD - Cosa differenzia la linea Shadow Project dalla collezione principale nella sua opinione? 

 

CR- Shadow Project è la mia Formula 1, dove posso veramente sperimentare al massimo livello. La Research Series è realizzata a mano, è il primo passo, solo 100 pezzi. Assomiglia alla filosofia che è alla base di Shadow, ma è più orientata alla industrializzazione. Ad esempio l'ultimo capo di knitwear che abbiamo fatto per la collezione principale era ispirato ad un capo della linea Shadow, cambiato per adattarsi alla collezione. Anche le Ferrari hanno iniziato a cambiare il motore e le caratteristiche della auto a partire da quelle della Formula 1. 
Bisogna provare, sperimentare, ed è quello che facciamo con Shadow. Ogni stagione ci sediamo con Errolson Hugh e ci chiediamo cosa fare. Iniziamo da zero, anche se non è totalmente vero, perché come dico spesso la natura evolve, non salta.  

 

 

PD - Mi interessa molto il processo creativo con Hugh. E' libero di fare ciò che vuole o ha trovato un equilibrio proprio con il gusto di Stone Island? 

 

CR- Con Shadow è libero, l'unico limite è l'industrializzazione, ma questa azienda è magica perché non esiste la parola impossibile. Ce la mettiamo tutta e troviamo sempre il modo di risolvere un problema. Se non è possibile non è possibile, ma magari lo sarà nel giro di due anni, perché non smettiamo mai di fare ricerca. E' interessante perché spesso le persone hanno paura del cambiamento e delle novità, ma non in questa azienda. Noi vogliamo e ricerchiamo il nuovo, e non ci sono molti brand disposti a farlo, perché l'innovazione è rischiosa. Per me è invece un vantaggio assoluto. 

 

PD - Può darci qualche anticipazione di quello che uscirà nel corso di quest'anno? 

 

CR - Quello che è incredibile è che i pezzi più sperimentali e innovativi sono sempre gli ultimi ad arrivare. Al momento stiamo sperimentando una tecnica di tintura completamente nuova, che è ancora un punto di domanda, ma penso che alla fine uscirà qualcosa di buono. Noi siamo gli unici a sapere cosa stavamo cercando, magari non al 100%, ma se anche otteniamo l'80% di quello che avevamo ipotizzato, per noi è sufficiente, quindi senza dubbio qualcosa faremo. Se già riesci ad ottenere l'80% significa che nel giro di due anni potresti ottenere il 20% rimanente, o anche di più. Ora disponiamo di una nuova tecnologia, molti dei nostri attuali prodotti non avremmo potuto metterli in produzione in passato, e allo stesso tempo stiamo ripensando alcuni dei nostri capi alla luce di queste nuove tecnologie. Abbiamo un archivio storico che ci permette di ricordarci dei nostri errori e dei nostri tentativi falliti, a cui però possiamo ora rimediare. 

 

 

PD - Un'ultima domanda. Come decide quale giacca indossare al mattino? 

 

CR - Indosso una giacca per una stagione, dopo di che cambio. Al momento indosso una Ice Jacket del 2008. Uso sempre giacche vecchie, perché compro la giacca di stagione ma poi me ne dimentico, e dopo due o tre anni la ritrovo e mi dico, "ma è bellissima!" e inizio ad usarla.