"Digger" sta già facendo parlare di sé Il film di Iñárritu ci ricorda che la sopravvivenza del nostro pianeta è ormai un terno al lotto

Se si vuole scavare in profondità in Digger bisogna dividere questo articolo. Nella prima parte infatti è bene parlare del film di Alejandro González Iñárritu con Tom Cruise senza spoiler, perché così possano goderne tutti. Dall’altra, però, l’operazione messa in piedi dal regista e sceneggiatore messicano è talmente intricata che c’è bisogno di addentrarsi più a fondo nell’ideazione di una satira sull’imminente fine del mondo. Una crisi in cui siamo dentro con tutte le scarpe e in cui non sembra trovarsi una soluzione per poterne uscire sani e salvi.

La recensione - senza spoiler 

@warnerbros

Tom Cruise is DIGGER: “Let’s f***ing go!” Only in theaters October 2026.

original sound - Warner Bros.

Cominciamo perciò con la parte non spoiler di Digger partendo dalla trama: il titolo del film si riferisce al protagonista di Cruise, un magnate petrolifero che con i suoi soldi e la propria spocchia ha trivellato, trivellato, trivellato finché un ghiacciaio in Groenlandia non si è staccato e rischia ora di colpire l'Europa, con conseguenze catastrofiche. L’uomo è il classico tycoon a cui non importa nulla. Tutti lo temono e fa forza su questo per venire sempre assecondato, anche quando si tratta di venir messo al corrente dei disastri ambientali che il proprio lavoro comporta e che potrebbero portare a danni irreparabili.

Che sia proprio Tom Cruise ad essere la persona che sta per portare alla fine del mondo come lo conosciamo è ironico. Nella terza fase della sua carriera si è contraddistinto letteralmente come “il salvatore", diventato tale anche al di fuori dello schermo nell’era post-Covid, quando il suo Top Gun: Maverick ha raggiunto delle quote al box-office che hanno fatto ben sperare nella ripresa delle sale cinematografiche e di un intero settore. Lui che nel mondo si muove come un santone, in cui l’ombra di Scientology incombe ma rimane sempre sullo sfondo quando si parla della sua magnanimità e gentilezza, nel film di Iñárritu è colui per cui il pianeta potrebbe subire uno dei colpi più duri. Per cui non solo Digger Rockwell non può fare niente, ma a tratti quasi non vuole.

Ciò rende la visione di Digger un’esperienza cinematografica arguta per la contrapposizione tra ciò che conosciamo dell’attore e ciò che viene messo in scena, in contraddizione con le pellicole dell’ultimo decennio a cui ha preso parte. Proprio come fu per Birdman con Michael Keaton, ci mostra come per Iñárritu vita e arte siano sempre mescolate, separate da un confine labile con cui si può giocare.

L'autore mette su esattamente un gioco, una farsa che riprende la lezione de Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba e ci mostra come la sopravvivenza di un intero pianeta è un terno al lotto. Una partita a cui è permesso di partecipare solo a pochi, a coloro che detengono il potere, che fino alla fine faranno solo i propri interessi, senza preoccuparsi degli altri.

È la fine del mondo umano inteso come “anima”, non solo ambientale. È la povertà che striscia tra i più ricchi, che guardano al proprio orticello da quanti più ettari possibili mentre per le strade la gente urla e muore. È diretto Iñárritu nel ricordarci quanto a chi ci protegge, o potrebbe farlo, non freghi nulla di noi. E qui non si può che passare alla parte dell’articolo con spoiler per affondare ancor più le mani in Digger, con una svolta per cui il film complica le cose.

La recensione - con spoiler 

Sembrano tutti incipriati gli attori di Digger. Pallidi come pallida è la fotografia di Emmanuel Lubezki, privi di colore, di sangue, di un accenno di vita. Se questa scelta, da prima, ricorda una tendenza del cinema contemporaneo a desaturare i colori fino a spegnerli e privarsene, stavolta nel film di Iñárritu suggeriscono anche qualcos’altro: che i protagonisti che vediamo sono morti. Sono tutti morti. È morto Digger Rockwell, è morto il Presidente degli Stati Uniti di John Goodman, lo scienziato di Riz Ahmed. Tutti.

Quello che stiamo osservando è una messinscena, con gli attori che non sono altro che attori anche nel film, i quali stanno ricostruendo gli eventi reali che hanno condotto il mondo alla sua effettiva caduta. Sono morti, perciò, perché stanno impersonando persone che non ci sono più. Ma sono pallidi anche perché truccati come si fa a teatro, che in questo caso è una struttura enorme e iper-attrezzata in cui gli interpreti si spostano di setting in setting.

Il film rientra tra i veri colpi di scena cinematografici dell’anno, non come fu ad inizio 2026 il segreto di The Drama, molto più inerente alla trama e che non spostava per nulla la posizione dello spettatore durante la visione del film se lo avesse saputo prima, Digger azzarda un cambio di marcia che rende forse più artificioso il messaggio che Alejandro González Iñárritu vuole mandare.

Al contempo però la pellicola adatta soluzioni con cui inquadrare una società che ormai non sta più vivendo un’imminente crisi ambientale, ma ci è finita dentro. Ciò che stiamo in fondo vivendo anche noi tutti i giorni aspettando l’iceberg che venga ad annientarci. Un mondo a cui manca forse l’elemento scatenante per la sua effettiva fine, ma di cui è innegabile che sia cominciato un processo irreversibile che può solo farci sprofondare nel baratro.  

È una società post-disastro che vige in Digger ed è di come ci si è arrivati che tratta lo spettacolo all’interno del film. Farcita dai manierismi e dalle fisime degli attori, creando livelli di lettura e di narrazione diversi che fanno del film nel complesso un esperimento nell’esperimento, un tentativo di fare qualcosa di grande mostrandone i dubbi e i limiti.

 Arriva anche a dirci che il pianeta è al collasso, se non già al suo capolinea, e che tutto ciò che rimane è il piacere del godersi quel briciolo di rivalsa che si può racimolare, che arrivi da una commedia, da una satira o una farsa. Lo è proprio Digger: piani che cercano di incastrarsi, vuoi anche meccanicamente, il cui obiettivo è inquietarci mostrandoci cosa stiamo vivendo, dandoci però anche la possibilità di poter rilasciare la tensione, di trovare la risata in fondo alla tragedia.

Se questo doppio piano del racconto può sembrare complicato, in realtà la retorica del film è persino più semplice del previsto, ma non importa ai fini della sua totalità. Ciò che vuole dire lo dice in maniera schietta, anche perché alla fine c’è poco altro da poter fare. C’è da prendere il male che è stato fatto e provare a trasformarlo in qualcosa di buono. È ciò che prova a fare Digger ed è ciò che prova a fare il suo spettacolo.

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