
La serie “Minerva: La scuola” è solo propaganda bellica? E ci fa domandare che bisogno ci fosse di raccontare un istituto militare oggi
Guardare Minerva - La scuola comporta diverse difficoltà. Non prendiamoci in giro: non è un momento roseo per l’Italia, né per il mondo, ed avere come prodotto di punta nazionale Netflix la storia di un gruppo di giovani in un istituto militare non è certo il massimo. Eppure le otto puntate dello show scritto da Ivano Fachin, Giovanni Galassi, Tommaso Matano e Michela Straniero e dirette da Ivan Silvestrini non risultano nemmeno così impossibili da guardare, e hanno il potenziale per appassionare un pubblico di giovani e non solo.
Ciò che si può constatare, almeno, è che l’ideologia è più dipinta come un appannaggio degli adulti che degli studenti. La scrittura ci tiene che i protagonisti non si associno a un determinato partito, almeno non i suoi protagonisti, i quali danno persino dei “fascistelli” a chi è raccomandato o non merita di frequentare il liceo militare visto il proprio carattere o orientamento. In più la continua esaltazione della “forza, bellezza e tradizione” del centenario istituto nel cuore di Napoli (la location è la Reggia di Portici) viene bilanciata con le restrizioni, gli abusi e l’arretratezza dell’ambiente militare italiano. Ogni mattina si deve fare il saluto alla bandiera, ma si vuole sconfiggere il più becero nonnismo, trovando una quadra tra la rigidità dell’esercito e la sua obsolescenza.
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I protagonisti sono più avanti di quanto si potesse sperare. Si rendono conto che è impossibile vivere la scuola come se si fosse fuori dal mondo, condizione in un cui riversa invece uno degli adulti istruttori, interpretato da un severo Raiz, a cui fa da contraltare la vicecomandante di Irene Maiorino, nè è un caso che un auspicato cambiamento arrivi da una donna. C’è una continua messa in discussione dei metodi, delle punizioni e dell’addestramento vero e proprio a cui sono sottoposti gli studenti; c’è chi vuole distinguersi dai “pazzi esaltati” che si potrebbero trovare a scuola e ci sono personaggi che apertamente criticano il liceo Minerva, mettendo in dubbio se quella che stanno conducendo è davvero una vita sana.
Eppure, sia per il tono dello show che per il tipo di posizionamento nel palinsesto seriale italiano, è ovvio che tutte le criticità abbiano poi i propri risvolti positivi così da giustificare la presenza stessa del titolo in catalogo. Con la serie che non asseconderà mai gli atteggiamenti ostracizzanti e violenti del conservatorismo, dando un colpo al cerchio ed uno alla botte, e si msotra insieme aderente e rispettosa del carattere militare e progressista su temi e atteggiamenti con cui affrontare certe situazioni. Non certo prima di aver commesso, per esigenze narrative, alcuni errori.
È perciò complesso approcciarsi alla visione di Minerva - La scuola. Se ne riconosce un qualche discreto risultato e ha anche un cast di giovani interpreti che non è affatto male. Ma in tempi come quelli che stiamo attraversando è difficile non sentire uno scollamento tra ciò che viene proposto da Netflix e un mondo là fuori che non ha bisogno di sentirsi dire che “le regole e la disciplina sono armi molto potenti”, ma semmai deve re-imparare cosa vuol dire accoglienza ed empatia. Assunti che in qualche modo la serie Netflix vuole trasmettere, quasi il suo contenitore fosse un cavallo di Troia, ma sempre alla scuola e alla divisa si deve a fine giornata tornare.
Ad ogni modo, lo show potrebbe essere un facile successo visto che Picomedia e Roberto Sessa, alla produzione di Minerva, vi hanno adattato la loro formula di Mare Fuori. Cambia l’ambientazione, cambiano i personaggi, ma la ricetta è sempre la stessa, con una visione italiana che non trova vie di mezzo, raccontando o della criminalità e la sua assoluzione o delle autorità con i propri doveri. E se proprio Minerva - La scuola diventerà un titolo di punta, speriamo almeno che per equilibrare arrivino presto in Italia sia Coward di Lukas Dhont che La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi.
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