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Perché le parole "bangladino", "paki" e "china" stigmatizzano le persone

La campagna “Tengo nombre” nata per combattere il razzismo

Perché le parole bangladino, paki  e china stigmatizzano le persone La campagna “Tengo nombre” nata per combattere il razzismo

Di recente in Spagna ha ottenuto una certa visibilità un'iniziativa di inclusione sociale volta a combattere quello che è considerato un problema di "micro-razzismo". Anche in questo Paese, infatti, è piuttosto comune riferirsi a negozi e ristoranti citando esclusivamente la nazionalità dei gestori. Per questo, alcuni punti vendita del quartiere centrale Poblenou di Barcellona hanno esposto, all’ingresso delle loro attività, dei cartelli con scritto «Non sono "il cinese" all’angolo» o «Non sono "il pakistano"». La campagna si chiama Tengo nombre (Ho un nome) ed è stata creata da due studenti di una scuola di comunicazione pubblicitaria di Barcellona per sensibilizzare su come piccole espressioni quotidiane possano sottendere una forma di razzismo – seppur a volte perpetuata inconsapevolmente, essendo di fatto entrate nel linguaggio comune.

Com’è stata accolta la campagna Tengo nombre

La pagina Instagram della campagna, lanciata qualche mese fa, conta quasi 10mila follower, e ha subito fatto parlare di sé. «È stato scioccante», ha commentato uno dei due studenti, riferendosi a quanto velocemente l’iniziativa sia stata accolta dai commercianti. In un’intervista al Guardian, il presidente della federazione dei lavoratori cinesi in Spagna ha confermato che la reazione delle persone al fenomeno è stata molto positiva. Nelle ultime settimane cartelli come quelli visti a Barcellona sono comparsi anche in alcuni negozi di Madrid e della Galizia. Gli ideatori del progetto, infatti, hanno reso possibile scaricare e stampare i manifesti della campagna, sia in spagnolo che in catalano, cosa che ha contribuito a diffondere l’iniziativa. Ma il problema che Tengo nombre cerca di evidenziare e contrastare non riguarda solo la Spagna. Riferirsi a certe attività commerciali attraverso la presunta nazionalità dei gestori è un’abitudine radicata anche in altri Paesi, non solo europei. In Italia si sentono spesso espressioni-slang come il "china", il "bangladino" o il "paki" per indicare ristoranti e attività commerciali gestiti da persone generalmente asiatiche. Lo stesso accade in Francia, dove il termine "arabe" è spesso usato per riferirsi a negozi gestiti da persone di origini nordafricane. «Ci siamo resi conto che espressioni come "fare la spesa da un pakistano" o "mangiare al cinese" sono razziste. Non ci avevamo mai pensato, ma inseriscono quella persona in un determinato gruppo e la stigmatizzano», ha detto al giornale spagnolo El Diario uno dei due promotori della campagna Tengo nombre. «Pensavo non fosse un grosso problema, ma lo è».

Quando erano gli italiani a essere discriminati

I pregiudizi razziali sono variabili nel tempo, ma gli effetti che provocano all’interno delle comunità, in termini di stigma e ingiustizia sociale, restano gli stessi. Lo dimostra ad esempio la storia degli italiani negli Stati Uniti e alla loro condizione di ghettizzazione agli inizi della migrazione. Prima di integrarsi ed essere considerati parte della popolazione bianca americana, gli italiani – in particolare coloro che provenivano dalla Sicilia – subirono violenze e discriminazioni, così come avvenne (e avviene tuttora, in modo più o meno grave) per altre minoranze, non solo negli Stati Uniti. Gli italiani erano di fatto reputati allo stesso modo degli afroamericani, anch’essi fortemente emarginati, perché facevano, tra le altre cose, lavori considerati all’epoca tipici ed esclusivi di quella comunità – ha ricostruito il New York Times. Era pertanto comune utilizzare la n-word preceduta da «white» per riferirsi agli italiani, ma era anche abituale l’insulto «wop», che può essere letto come «cafone mangiaspaghetti». Le cose per loro iniziarono a cambiare solo a partire dalla seconda metà del XIX secolo, seppur molto lentamente. La complicata storia dell’identità italiana negli Stati Uniti, però, riemerge ancora di tanto in tanto. Nel 2022, durante un dibattito per le elezioni a sindaco di Los Angeles, il candidato Democratico italo-americano Rick Caruso corresse una delle moderatrici dell’evento che lo aveva definito «bianco», specificando di essere «italiano» e quindi «latino». E ancora: in una puntata di qualche anno fa del noto programma satirico Saturday Night Live il conduttore Colin Jost, parlando di presunte accuse rivolte al governo italiano in merito alla diffusione di idee sulla supremazia bianca, concluse dicendo: «Assurdo. Adesso consideriamo gli italiani come bianchi?».