
La sobria trasversalità della SS27 di Balenciaga Pierpaolo Piccioli fa quello che sa far meglio: eleganza dalla personalità discreta
Osservando la collezione SS27 di Balenciaga presentata poche ore fa a Parigi, il primo effetto non è visivo ma tattile. Sulla passerella di Pierpaolo Piccioli i vestiti sembrano pensati per essere indossati prima ancora che guardati. L'idea di fondo è nobile e chiara. Le tecniche nate nella cultura dell'alta moda, e in particolare quelle messe a punto per la 55esima Collezione Couture della maison, vengono trasferite su un guardaroba di tutti i giorni: denim, camicie, magliette, bomber, giacche di pelle, per donne e per uomini. Il taglio in sbieco ammorbidisce l'abito da sera quanto il jeans, la camicia e il completo maschile, che restano perfettamente riconoscibili ma cambiano il loro rapporto con il corpo, cadendo e muovendosi in modo diverso.
Il punto più convincente è la trasposizione dell'impuntura, che nasce come gesto nascosto della sartoria interna e qui diventa un segno esterno: serve a creare volume su cotoni e pellami e a disegnare quelle sagome a vita stretta, di tradizione basca, che citano gli archivi di Cristóbal Balenciaga senza ricalcarli, spostate su t-shirt e chiodi di cuoio. Ogni capo comincia la sua vita negli atelier, tra drappeggio e modellatura sul manichino, e si sente.
Quanto agli accessori, abbiamo visto nello show un sandalo infradito piatto in tela di tela cerata, un mule con il tacco che ha la docilità di una pantofola, oltre che una nuova sneaker, dal nome di Lounge, che pare priva di ogni struttura e si lascia abitare dal piede più che contenerlo. Le borse, dal fascino molto volumetrico, sono in pelle plasmata e drappeggiata a mano, con una cadenza irregolare che richiama l’artigianalità degli atelier del brand. Ci sono poi gli occhiali Bow Mask con stanghette lavorate a mano, e i gioielli Getaria, ispirati alle conchiglie, hanno un'aria di cose raccolte sulla riva più che di oggetti disegnati. Dopo stagioni di moda armata, questa è una collezione che disarma.
Il dettaglio più bello è quello meno dichiarato. I fiori immaginari in organza, gonfi di aria compressa, ripetono i volumi degli abiti con un ritmo quasi matematico, e Piccioli dimostra che l'ornamento può essere una soluzione costruttiva prima che un vezzo. Lo stesso principio vale per i merletti di Calais, inseriti come tasselli portanti e come finestre aperte sulla pelle invece che come guarnizione, per i cordoncini, che regolano una vestibilità senza proclami, e per i colletti abbottonati. Perfino i tessuti agiscono sull'atteggiamento di chi li porta, e la leggerezza diventa un modo di stare nel proprio corpo. Si respira una priorità precisa, la comodità, trattata come un valore progettuale e non come una concessione.
A fare da spina dorsale allo show c'è l'opera dell'artista francese Aude Franjou, una scultura di fibra avvolta filo dopo filo, che dà il titolo allo show e ne spiega l'etica: la lentezza del gesto ripetuto, e l'idea che nessuno brilli da solo, che una maison viva di scambi proprio come una barriera corallina. È un'immagine generosa, e in passerella si traduce in un'eleganza collettiva, fatta di mestieri che si passano il testimone.
Resta, a margine, una domanda che non toglie nulla al piacere dello sguardo. Tutto è così ben educato, così armonioso e levigato, che si esce dalla sala con una sensazione piacevolissima e leggermente difficile da raccontare. Ogni capo, preso da solo, è bellissimo, ma messi in fila è la loro gentilezza a diventare il tratto dominante. Verrebbe da augurare alla Maison, nella prossima stagione, il coraggio di un segno più netto, di una grammatica riconoscibile a dieci metri di distanza, anche se questo dovesse costare qualche spigolo e un po' di quella grazia così ben calibrata. Per ora, però, c'è molto da amare: la mano sapiente, la materia viva, la promessa che la sartoria alta possa parlare alle nuove generazioni attraverso i loro vestiti di tutti i giorni. È una promessa fatta con delicatezza, e per questa stagione basta.