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Che fine hanno fatto i club più esclusivi del mondo?

Dalle cause umanitarie del Rotary fino ai più inaccessibili club inglesi

Che fine hanno fatto i club più esclusivi del mondo? Dalle cause umanitarie del Rotary fino ai più inaccessibili club inglesi

In un mondo che è rimasto privo di tutta la sua mistica, l’idea di un club o di una società di persone influenti chiusa al mondo esterno mantiene ancora il proprio fascino. Di queste società il Rotary è forse la più grande e capillarmente estesa in tutto il mondo – ed è anche una delle più longeve proprio in ragione delle sue ambizioni filantropiche, della lungimiranza dei principi con cui nasce e opera. Oggi, quello stesso fascinoso meccanismo del club privato, del circolo, viene proposto e riproposto fino alla nausea attraverso iniziative che ne fanno ora una discoteca; ora una specie di privatissimo sex club per gente ricca, bella e spregiudicata come l’Heaven Circle fondato da Chris Reynolds Gordon; ora un club per cene più o meno galanti, o per conservare integra una cerchia di conoscenze di ambito aristocratico; oppure anche un luogo di networking. Tutte hanno qualcosa in comune: per sapere come sono, bisogna essere membri. Il più famoso di questi club sul piano mondiale è appunto il Rotary Club la cui sede di Milano, quest’anno, compie cento anni – anniversario festeggiato questo mese con una mostra gratuita a Palazzo Morando e una serie di iniziative istituzionali che coinvolgeranno i luoghi più simbolici della città. Come scrisse il rotariano Mario Robertazzi negli anni ‘60: «Scrivere la storia del Rotary milanese significherebbe, in fondo, scrivere la storia di Milano, dell’Italia ed anche del mondo». E in effetti fu il Rotary che aprì l’Istituto dei Tumori di Milano nel 1928, che contribuì alla creazione dell’ISPI nel ’28, che promosse la costruzione dell’Autostrada del Sole nel ’56, che lanciò nel ’79 il progetto End Polio Now che ha portato oggi alla vaccinazione di due miliardi di bambini. 

E ancora oggi il Rotary porta avanti i propri scopi filantropici pensando al prossimo secolo della sua esistenza. «La storia del nostro club è una storia di persone e di protagonisti», ha detto il rotariano Stefano Zuffi alla conferenza d’apertura della mostra. Pensiero riecheggiato dal governatore del club Giulio Koch, introducendo i temi su cui il programma del Rotary si concentrerà in futuro, ha anche affermato che «il Rotary Club di Milano ha contribuito a fare l’Italia». In Italia, il Rotary possiede per molti versi un’aura aspirazionale: portarne la spilla rappresenta ancora l’appartenenza a una buona società, tanto che un membro storico ci riferisce che c’è un buon numero di trentenni in carriera che si uniscono a esso in questi anni. Nel corso della sua storia, il Rotary ha attirato la diffidenza sia della chiesa cattolica che del governo fascista, ed è spesso stato accusato di intrattenere rapporti con la Massoneria (il Grande Oriente d’Italia è la loggia principale, ma ne esistono altre e la più famosa della storia italiana è sicuramente la P2 di Licio Gelli) che non sono mai stati del tutto smentiti: molti rotariani sono massoni ma non tutti i massoni sono rotariani. Eppure, fra i tanti club più o meno privati, il Rotary è quello che si prefigge più di ogni altro la trasparenza come valore fondante: i suoi atti sono pubblici, così come le liste degli iscritti. L’agire alla luce del sole è quello che ha fatto del Rotary un’entità così vasta e longeva. Ma non è questo il caso per altre di queste realtà che sopravvivono in Europa e in America.

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Le società di cui parliamo hanno una natura mista, escludendo ovviamente tutti quei club che funzionano come servizi per sottoscrizione o ristoranti glorificati. Nate per motivi diversi ma scopi più o meno simili, alcune di esse affondano le radici tanto indietro nella storia da poter esserne considerate superstiti: la prima che viene in mente è l’Ordine Internazionale di Sant’Uberto il cui gran maestro è Istvan von Habsburg-Lothringen, discendente di quegli Asburgo che hanno riscritto la storia del mondo; è stato reso famoso dai complottisti il Gruppo Bilderberg nato nel ‘54; e ne esiste grande abbondanza nel Regno Unito, i più famigerati sono il Bullingdon Club di Oxford, a cui si è ispirato il film The Riot Club, e il The 16’ Club del St. David’s College a livello universitario mentre a Londra solo i più fortunati possono entrare nel 5 Hertford Street, al Boodle's, da Pratt’s al The Arts Club che venne fondato da Dickens e l’inaccessibile Hurlingham Club. In Italia il più celebre è l’Ordine dei Cavalieri di Malta, che rilascia addirittura passaporti diplomatici ai soci, mentre a Torino, c’è la Società del Whist - Accademia Filarmonica che venne fondata da Camillo Benso di Cavour, mentre i circoli più prestigiosi di Milano sono il Clubino che si riunisce nella Casa degli Omenoni, la Società del Giardino a Palazzo Spinola e il Circolo dell’Unione, sede storica dell’aristocrazia cittadina. A Roma ci sono il Circolo della Caccia e il Nuovo Circolo degli Scacchi, legato al Vaticano e allogato a Palazzo Altieri. A Firenze l’Ordo Partis Guelfae prosegue ancora oggi con le investiture cavalleresche. Attraversando le Alpi, si incontra uno sporting club evolutosi in leggenda con l’esclusivissimo Yacht Club de Monaco e poi, dirigendosi verso Parigi, ci sono il Travellers Club, il Nouveau Cercle de l'Union e il Jockey Club de Paris. Ma questi sono solo pochissimi nomi di un network ben più ampio di club e circoli storici nati, di base, come network per aristocratici prima e grandi industriali dopo e che oggi, pur conservando i propri fasti, hanno perso terreno rispetto ai club/hotel di cui Soho House è l’esempio più celebre. Le loro funzioni rimangono sempre le stesse: consentire agli appartenenti di una certa cerchia di riunirsi tra loro, lontani da occhi indiscreti. Oggi, a Parigi, Simon Porte-Jacquemus può andare a cena senza essere disturbato alla Soho House proprio come un tempo Rachmaninov o Dante Rossetti si recavano al Savage Club di Londra.

Nati in un’epoca in cui connettere persone era possibile solo se le suddette si trovavano nella medesima stanza, i club diventarono luoghi dove i soci membri potevano andare a trascorrere piacevoli ore, parlando con persone del loro stesso milieu con occasionali feste, cene e riunioni. Venivano costituiti per far incontrare artisti e mecenati, oppure per riunire esponenti di un certo partito politico, veterani di guerra, aristocratici, diplomatici in visita, appassionati del gioco, della carta, della vela. Nella letteratura ottocentesca inglese le menzioni a questi club abbondano: i gentiluomini ci andavano a pranzo e cena, si sedevano a leggere, facevano il bagno in piscina e consideravano appartenervi come un imprescindibile standard sociale. Oggi, in effetti, il concetto di club nel senso più commerciale del termine (di nuovo Soho House o il CORE Club per dirne due ma anche il Castel a Parigi) continuano a rappresentare i poli aggregativi di una qualche forma di elite che, pur sbandierando alti ideali come l’unione di spiriti liberi e menti creative, rimangono fermi al loro ruolo di affermatori di status. Questo ovviamente non toglie la loro oggettiva utilità: chiunque viva a Parigi, poniamo, e sia membro di Soho House può andare in palestra, cenare e andare a ballare nello stesso edificio, che diventa un riferimento anche quando si viaggia e si va in altre Soho House. Non di meno, c’è poco di segreto in questi club, in cui è anche facile entrare come visitatori occasionali, e dunque possiedono sicuramente attrattiva ma nessuna mistica, laddove i circoli privati e club del passato erano una sorta di soglia o spioncino sul mondo della noblesse: già da una basica descrizione dei più accessibili tra questi si capisce che la loro pertinenza sono i ricchi, ma quando si osservano quelli veramente più chiusi si nota che essi sono riservati a una audience di VIP che non può semplicemente sedersi al tavolino di un bar. È indubbio che dentro questi club abbondino connessioni lavorative, commerciali, politiche. 

Non di meno, a differenza di quanto storicamente è successo col Rotary, l’assenza di una finalità vera e propria ha relegato certi storici club nel passato. In breve: i ricchi e potenti di oggi vogliono divertirsi e rimorchiare quanto le loro controparti meno abbienti e non sono interessati alle cerimonie. È più facile trovarli nelle aree più esclusive del Coachella, ai tavoli privè dell’Hï Ibiza a sbocciare bottiglie di Dom Perignon, sugli yacht a largo di St. Barth o St. Tropez e via dicendo. La chiusura, l’elitismo e la rigida etichetta dei vecchi club ne hanno conservato il fascino in un’epoca un po’ filistea come la nostra ma ne hanno anche decretato l’inevitabile fine: chi vuole passare una serata tra le grinfie di gentiluomini un po’ seriosi e attempati, senza nemmeno un po’ di divertimento? E lo stesso concetto di “circolo esclusivo” è stato ampiamente svenduto un po’ ovunque, dalle palestre costose alle dating app per invito come Raya. Tanto più che molti di questi club e associazioni, specialmente se legati ai rimasugli dell’aristocrazia, sono praticamente delle riunioni di nerd dell’araldica o della borsa, versioni business di quei gruppetti di ragazzi che giocano a Dungeons & Dragons – insomma una noia. Anni luci lontani dalle soirée in maschera veneziana e mantello nero che Tom Cruise frequentava in Eyes Wide Shut, e parecchio più vicine alle partite di canasta organizzate da vostra nonna con le amiche della parrocchia. L’importante, dopo tutto, è stare insieme a chi ci vuol bene.