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La moda vuota della Milan Fashion Week

In un deserto riduzionista, sono sbocciati strani ma rari fiori

La moda vuota della Milan Fashion Week In un deserto riduzionista, sono sbocciati strani ma rari fiori
Sunnei SS24
AVAVAV SS24
Bally SS24
Bottega Veneta SS24
Fendi SS24
Ferragamo SS24
Ferrari SS24
Jil Sander SS24
Prada SS24
Tod's SS24
Blumarine SS24
Gucci SS24
The Attico SS24
Tom Ford SS24
Versace SS24

Dopo il brillante show suo e di Raf Simons, Miuccia Prada ha detto: «Sono stanca di parlare di idee – parliamo di vestiti», sintetizzando con disarmante semplicità un intero mood che è stato variamente interpretato sulle moltissime passerelle di questi giorni. Che impressione ci ha lasciato questa fashion week? Quella di un’industria diventata propriamente “industria” nel senso più classico, capitalistico del termine: impegnata a rassicurare, sfiduciata o disincantata nei confronti dell’eccentricità e del sogno, risoluta nel cercare la ricetta segreta di un successo sempre più elusivo. Secoli fa, i ricchissimi re e regine mantenevano anche per anni alchimisti che promettevano loro di saper trasformare piombo e paglia in oro. Oggi i designer sono i nuovi alchimisti, chiamati a trasmutare scarpe e borse in denaro sonante, a cercare nel caos degli elementi naturali quella pietra filosofale di nome “crescita delle revenue” – proprio come l’alchimia, però, la moda non è una scienza esatta e spesso una somma non è davvero il semplice risultato degli addendi. Se qualcosa questa fashion week ha dimostrato, però, è la necessità di avere fede nella visione dei creativi: tutti gli show più amati di questa stagione, infatti, sono stati quelli dove si è avvertita la mano di un autore capace di condurci verso mete ignote ma con una direzione chiara in mente. Non c’è spazio, in un mondo dai contrasti così aspri, per la tiepida via di mezzo: il pubblico va travolto, non sedotto.

La moda vuota della Milan Fashion Week In un deserto riduzionista, sono sbocciati strani ma rari fiori | Image 469442
Bottega Veneta SS24
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Prada SS24
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Bally SS24
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AVAVAV SS24
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Ferrari SS24
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Jil Sander SS24
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Sunnei SS24
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Tod's SS24
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Ferragamo SS24
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Fendi SS24

Pensiamo allo stupefacente abito di organza di Prada, un semplicissimo tubino che, quando si cammina, pare avvolto da evanescenti nubi di fumo. Pensiamo a Matthieu Blazy, a tutti gli effetti l’uomo che porta sulle spalle l’intera fashion week a suon di pelle intrecciata, gonne di rafia, abiti che paiono congelati in una specie di ovidiana metamorfosi marina. Pensiamo a Rocco Iannone che, dopo alcune stagioni, ha trovato un linguaggio coerente e interessante con il suo Ferrari, operazione dalla riuscita affatto scontata e quasi eroica nelle sue ambizioni; e a Walter Chiapponi che con il suo ultimo show di Tod’s ha creato uno stupendo canto del cigno. Pensiamo anche a Sunnei e AVAVAV e al loro brillante umorismo, alla perfezione abbagliante del Ferragamo di Maximilian Davies e di Jil Sander o alla capacità che ha avuto Simone Bellotti di distillare con una semplicità tanto sublime lo spirito svizzero di Bally – proprio in quello show si è forse vista la bowling shirt dal taglio più immacolato degli ultimi anni. Anche The Attico ha colpito una nota giusta nel suo esordio eppure il canto non è stato perfetto come lo stupendo set-up dello show prometteva: uno styling poco convinto, forse approssimativo ha appesantito l’esito finale dello show - si può essere promossi anche senza ricevere una lode, dopo tutto.

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Gucci SS24
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Blumarine SS24
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The Attico SS24
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Tom Ford SS24
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Versace SS24

Altrove, ha regnato sovrano un normcore che, nella sua monotonia, ha fatto pensare all’emergere di una nuova lingua franca, parendo quasi l’impronta di un nuovo establishment così interessato alla continuità e alla longevità da riprodurre, tradurre e prolungare in eterno il presente come in un’illusionistico effetto Droste, quando ci si mette in mezzo a due specchi opposti e il nostro riflesso appare ripetuto in una sequenza sterminata senza inizio né fine. Qualcosa di simile ha datto Sabato De Sarno con Gucci, con una collezione che ha molto diviso, ma che in realtà ha di fatto ripulito il palato dell’audience del mega-brand e sparso i semi di una visione più concreta per il futuro del marchio che, per trovare il suo giusto respiro, avrà bisogno ancora del tempo organico di crescere e ramificarsi: anche la quercia più maestosa ha esordito come un timido germoglio - ma la sua grandezza è già scritta nelle sue foglie più tenere e nel suo esile gambo. La moda, per natura e necessità, deve trovarsi sempre in anticipo sulla curva, ma che succede quando quella curva sembra far parte di un disco piatto in cui ciò che abbiamo davanti è in realtà ciò che avevamo lasciato indietro e vice versa? 

La domanda è stata ricorrente tra i pensieri e le riflessioni più estemporanee della settimana. Esaurite le ricerche universali della moda (sono tutti sostenibili ora, tutti inclusivi, tutti schierati dal giusto lato della storia: l’argomento della “moda delle ideologie” è ampiamente esausto adesso) ci rivolge al micro-verso delle cose, da pianeti e costellazioni si guardano ora atomi e molecole, dalle utopie si torna a parlare di artigianalità. Una discesa nel cosmo privato del guardaroba in cui aleggia ancora lo spettro della misteriosa ed elusiva “autoespressione” ma che premia la concreta architettura delle cose, la sottigliezza di un intuito che non tollera annacquati luoghi comuni. Questa stagione più che nelle altre, in effetti, la banalità programmatica, l’aurea mediocritas è stata tanto trasparente quanto certe camicette, pizzi e stoffe traslucide viste in passerella. Più che di creatività futuristica, comunque, più che di design rivoluzionari capaci di capovolgere l’asse del mondo la cosa di cui si è sentita una vera mancanza è stata la cultura – quel rapporto diplomatico che un tempo la moda aveva stretto con musica, arte e letteratura, tutti ambiti capaci di fornire interessanti chiavi di lettura tematiche, riferimenti entusiasmanti capaci di unificare tanti look diversi della stessa collezione, vettori di visioni e fantasie. Oggi la cultura viene confusa con la nostalgia: ma il passato è spesso una cosa inerte, mentre la cultura vive nella misura in cui la si ingaggia e la si sparge. Non è sufficiente travasare idee, bisogna far mettere loro nuove radici e sperimentare nuovi innesti. Molte citazioni, in questa stagione, si sono fermate al puro accademismo e di fatti, in larga parte, molte collezioni sono parse accademiche: formalmente valide, ma prive di quell’anima che nel bene o nel male fa grande un brand di moda. Ci si innamora sempre di un designer, anche attraverso i suoi vestiti – ma non ci si innamora mai dei vestiti e basta.