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«La moda non è una festa in maschera»: intervista a Julius Juul di Heliot Emil intervista a Julius Juul

Se la chiave della saggezza è non farsi illusioni, potremmo definire Julius Juul una persona saggia. «Dobbiamo dimostrare che l'industria della moda non è solo una festa in maschera, ma che possiamo anche raccontare storie rilevanti su come ci connettiamo con gli altri esseri umani, su come interagiamo gli uni con gli altri, su come miglioriamo come specie», dice il direttore creativo di Heliot Emil fuori dalla location parigina dove ha presentato, nei giorni della fashion week, la sua collaborazione con Alpinestars. «È un tentativo di andare oltre i confini tradizionali della moda e di far luce su alcune persone che stanno davvero facendo delle innovazioni incredibili nel settore tessile e dell'abbigliamento. Le loro innovazioni stanno letteralmente salvando delle vite», spiega. «Credo che una cosa ancora molto importante per me sia quella di non essere associato soltanto alla moda, ma anche di cercare di integrare nella moda altre industrie e altre comunità». Cosa che il brand ha fatto collaborando, ad esempio, con la catena brasiliana THE COFFEE a una collezione di accessori per il caffè e lavorando a una linea di arredamento. Ma il vero universo che Heliot Emil espande è quello dell’innovazione tecnica: «Da Heliot Emil siamo sempre in cerca di nuovi modi di impiegare l’innovazione nelle nostre collezioni», spiega Julius. «Per questa stagione abbiamo collaborato con un'azienda di nome Shield X che produce materiali antibatterici, super leggeri e traspiranti, combinati con diversi tipi di metallo in modo da schermare anche le radiazioni. Si usano nell'industria aerospaziale, alla NASA, in SpaceX, per schermare le radiazioni, ma funzionano anche per schermare il 5G e i segnali telefonici. Abbiamo creato una tasca all'interno di una giacca in cui è possibile inserire il telefono e disconnettersi da tutto il mondo».

 

L’intera collezione FW24 che Julius e suo fratello Victor hanno presentato per Heliot Emil si chiama Shelter e ruota intorno all’idea di protezione. L’ispirazione per il concept proviene dall’installazione audiovisiva di Ryoji Ikeda, di nome Invisible Guardians, vista da Julius: «L'artista cercava di trasmettere un sentimento più che un’immagine specifica ed è un sentimento che le persone traggono da questa esperienza audiovisiva. Quello è rimasto impresso a me era una domanda sulla protezione. Che cosa significa protezione? Perché alcune persone trovano protezione nella morbidezza, nel comfort, nell’idea di essere accudite. Altre persone trovano protezione e riparo in qualcosa di duro nei confronti del mondo esterno. Quindi qualcosa di corazzato, di robusto», racconta Julius. Spiegando che proprio da questa domanda iniziale è arrivata l’idea di una collaborazione con Alpinestars, o come dice il designer «un’altra maniera di intendere la protezione.  Abbiamo anche realizzato un altro materiale in cui abbiamo combinato la pelle con l'alluminio, in modo da poterlo modellare e piegare e creare le forme del pezzo. È un materiale davvero unico, un'esplorazione molto interessante e tutto è iniziato a partire da quell’idea».

Stiamo superando i confini stabiliti in precedenza. E questo vale per tutto nella moda. Il modo stereotipato di guardare alla moda è superato. Non si tratta di vedere problemi, ma opportunità diverse. Stiamo superando i confini stabiliti in precedenza. E questo vale per tutto nella moda. Il modo stereotipato di guardare alla moda è superato. Non si tratta di vedere problemi, ma opportunità diverse.

Ma la parte interessante del loro lavoro, al di là della mera portabilità degli abiti, sta anche nella maniera di applicare l’innovazione non tanto al prodotto finale ma alla produzione stessa. In passato questa innovazione è stata fatta stampando scarpe e stivali in 3D, in modo da evitare scarti industriali, mentre adesso il nuovo problema a cui pensa Juul è l’AI. Per la precedente collezione, il designer aveva sperimentato con l’AI ma ora è convinto che la sua vera utilità si trovi dietro le quinte: «L’AI è uno strumento meraviglioso ma, nella moda, c’è ancora bisogno di tempo prima che sia veramente funzionale. Mi piacerebbe vedere come si sviluppa e se c'è un modo per integrare l’AI in alcuni dei nostri processi per renderli più intelligenti, più veloci e più efficienti. Il processo di produzione, ad esempio, o anche aspetti forse più tecnici. Come si ottimizza la produzione? Come si ottimizza la creazione di modelli?  Come migliorare la trasparenza del processo produttivo? Ci sono molte opportunità».

A questo punto sorge spontanea una domanda sul processo creativo: si parte da un’innovazione tecnica che viene tradotta in collezione o si cerca un’innovazione che combaci con la collezione? Di base, entrambe le cose. «Penso che se seguissimo un metodo troppo rigido, sarebbe troppo limitante e non si potrebbero mai esplorare percorsi diversi», dice Juul. «A volte il processo può essere un'esplorazione del tessuto, altre può essere qualcosa che esploriamo per più stagioni». Il processo, come lo chiama Juul, è in realtà qualcosa di molto aperto: «Non si tratta di vedere i problemi, ma le diverse opportunità che il mondo si trova davanti e poi cercare di capire come possiamo integrarle nel contesto della moda. Penso che in questo momento ci sia un enorme boom e progresso nella tecnologia indossabile. L'Apple Vision Pro sta diventando un oggetto che le persone vorrebbero integrare nella loro vita quotidiana. Come la vediamo nel contesto della moda?» L’idea di riportare l’innovazione presente nel mondo alla moda, traducendola senza inutili gratuità, si riflette anche nelle idee più generali che Juul ha sul proprio ambito di lavoro – ambito in cui, senza dubbio, si ama molto pontificare e promettere come se in gioco ci fosse davvero il destino dell’universo. «Non credo che l'industria della moda sia qui per risolvere i problemi del mondo», dice il designer. «Sarebbe ingenuo pensarlo. Ma credo che abbiamo un ruolo importante nel raccontare e comunicare le storie che accadono nel mondo in modo interessante, emozionante e intelligente. E non solo vestendoci per impressionare gli altri, ma parlando di cose più importanti, sulla connettività o sull'apprezzamento per la buona qualità - la moda dovrebbe raccontare tutto questo. Non so se è molto cool da dire», conclude scoppiando a ridere.

Non credo che l'industria della moda sia qui per risolvere i problemi del mondo. [...] Ma credo che abbiamo un ruolo importante nel raccontare le storie.
Non credo che l'industria della moda sia qui per risolvere i problemi del mondo. [...] Ma credo che abbiamo un ruolo importante nel raccontare le storie.

Visione, riconoscimento e originalità, insomma, paiono esserci - inevitabile domandare a Juul se sarebbe interessato a diventare il direttore creativo di un brand storico. «Hai conoscenze o offerte da farmi?», risponde subito con la battuta pronta. Poi però torna serio: «Ovviamente voglio continuare a seguire la mia strada e voglio avere la libertà di creare senza che troppe persone mi impongano cosa devo fare. Ma detto questo, se ci fosse l'opportunità di fare ciò che amo fare, cioè creare e innovare all'interno di un'altra casa di moda o per qualcuno che magari ha più opportunità finanziarie di noi, potrebbe essere un modo eccitante di continuare la mia storia. Quindi non voglio dire "mai", ma non è qualcosa per cui sacrificherei tutto il resto - non so se ha senso». Lo ha, molto: al punto in cui siamo arrivati nella moda, la credibilità è il primo e unico punto di forza che un brand o un designer possiedano - svendersi significa sprecarli. Ma al giorno d’oggi c’è una vera differenza tra il mainstream e la nicchia per quanto riguarda la moda? «Penso che non sia l'uno o l'altro, sai? Siamo in uno stato interessante del mondo in cui sempre più cose si mescolano. È più normale che si possa apprezzare qualcosa di molto tradizionale o molto commerciale, ma anche avere una passione di nicchia. Non credo che esista più un percorso definitivo in cui si hanno pubblici e gruppi molto, molto definiti», spiega Juul, raccontando di come molti giovani clienti, ancora non immersi nel più panorama dei brand di lusso, si presentino in negozio senza preconcetti e senza davvero percepire questa enorme differenza tra ciò che i marketer definiscono “posizionamento” di brand diversi. «All'interno dell'industria, la gente sa chi è più grande di chi, ma credo che, dato che ora le persone si confrontano attraverso i social media e i siti web, sia difficile fare paragoni o capire quale sia il marchio più affermato o più grande tra tutti», conclude Juul. «E penso che sia importante per le grandi case di moda rendersi conto che stiamo superando i confini stabiliti in precedenza. E questo vale per tutto nella moda. Il modo stereotipato di guardare alla moda è superato».

CREDITS:
Photographer: Fabio Caldera

Interview: Lorenzo Salamone