
"The Social - Il prezzo della verità" ci racconta una realtà spaventosa Aaron Sorkin porta al cinema i Facebook Files, ma la regia non è all’altezza della storia
Per parlare di The Social - Il prezzo della verità bisogna dividere il discorso in tre sezioni: il confronto con il prequel, la densità del contenuto e la regia di Aaron Sorkin. Partiamo dalla prima. The Social Network, capolavoro del 2010 diretto da David Fincher e sceneggiato dallo stesso Sorkin, si apre con una delle sequenze meglio scritte, dirette e montate del cinema mondiale. Ha ritmo, dà contesto, caratterizza da subito il personaggio e fa immergere immediatamente nella storia del giovane Mark Zuckerberg negli anni universitari, gli stessi in cui fondò Facebook.
Anche The Social si apre con una scena circoscritta, un prologo che tornerà nel corso del film come incidente scatenante delle azioni della protagonista Frances Haugen, data scientist che contribuì alla venuta alla luce dei Facebook Files, interpretata dal premio Oscar Mikey Madison. Anche stavolta la sequenza è ben scritta. La penna è la stessa, ma nonostante ciò la dialettica utilizzata e l’impatto che lo scambio tra i personaggi ha sugli spettatori è meno incisivo di quanto si sarebbe potuto auspicare.
Un sequel "ideale"
Se The Social Network si chiudeva con il ripetuto refreshare della richiesta d’amicizia di Zuckerberg alla sua ex ragazza, il che dava senso all’intera opera e concludeva con maestria un lavoro già di fino, il suo sequel è poco incisivo, finanche banale dal punto di vista della messinscena.
Il paragone tra le due pellicole è impietoso, ma non perché The Social - Il prezzo della verità sia da disdegnare: è l’ineguagliabilità del primo che grava sulle sue spalle dell'altro, un predecessore talmente inarrivabile da fare fin da principio piazza pulita. È probabilmente anche questo ad aver contribuito a definire il film di Sorkin un sequel ideale. La pellicola di Fincher si fa trattato su delusioni e ambizioni, su cosa significa avere degli amici veri oltre che virtuali, mentre all’opera di Sorkin basta essere un film-reportage di certo scioccante per il contenuto in una confezione però convenzionale.
La storia dei Facebook Files
Very difficult for me to come up with any other descriptor of The Social Reckoning other than, "it's fine."
— Josh Parham (@JRParham) October 6, 2026
Qui si arriva al secondo punto, ossia la materia di The Social - Il prezzo della verità. Seguendo l’inchiesta del giornalista investigativo Jeff Horwitz, lo chef televisivo di The Bear Jeremy Allen White, il film ricostruisce gli eventi che hanno condotto alla pubblicazione di una serie di articoli sul The Wall Street Journal che hanno svelato i meccanismi e le conseguenze dei social nella vita di tutti i giorni. Dall’engagement che aumenta grazie alla rabbia degli utenti alla diffusione di fake news, fino allo spazio riservato a spot di politici contenenti menzogne.
Il 64% di persone finirono per caldeggiare fasce estremiste della destra a causa dele proposte dell’algoritmo, programmato non curandosi della salute e della salvaguardia del pubblico. Facebook, però, non venne ritratto come un social dannoso di per sé: la colpa venne affibbiata a persone e azionisti. Un’arma creata non per essere nociva, ma presa in mano dai cattivi e utilizzata per i propri scopi, parafrasando un’osservazione del giornalista Horwitz nel film.
La delusione dell’andamento intrapreso dalla piattaforma è uno dei motivi che spingono Haugen a diffondere la verità, mentre nell’opera continua a professarsi grande sostenitrice del proprio lavoro per la piattaforma. Una difesa che si lega alla parte positiva di ogni ponte di comunicazione digitale che ha reso possibile mettersi in collegamento con qualsiasi angolo del mondo, di cui però è diventato impossibile ignorare i crescenti problemi che hanno condotto a una deriva non solo sui social, ma soprattutto nel mondo esterno.
Un bravissimo scrittore, non un ottimo regista
director aaron sorkin does not deserve to work with writer aaron sorkin
— p (@bananabreadbloc) October 9, 2026
È così che si lega la terza e ultima questione, la regia di Aaron Sorkin. The Social è la quarta direzione dell’autore, che viene dalla scrittura e che dal 2017, con Molly's Game, ha cominciato a dedicarsi anche alla regia. Non proprio il suo forte, soprattutto se a confronto con la propria penna, la quale ancora oggi continua a fare scuola, dal debutto al cinema nel 1992 con Codice d’onore al servizio reso nella serialità con West Wing - Tutti gli uomini del Presidente e The Newsroom.
L’insieme generale di The Social - Il prezzo della verità, la sua messinscena e l’assetto visivo disadorno fanno del lungometraggio un prodotto dalla vicenda vera terrorizzante, ma mal supportata dalla regia che sia altrettanto trascinante. Si limita a riprendere ed esporre senza avere mai un particolare guizzo, un’intuizione che non sia mettere la camera da presa davanti agli interpreti e farli recitare. Questa limitazione fa intravedere nei dialoghi dell’opera del potenziale che, fosse stato sfruttato da un regista più ingegnoso e ispirato, avrebbe potuto costruire una bomba ad orologeria che sarebbe esplosa dentro e fuori le sale cinematografiche.
I pericoli dei social
Il film risulta innocuo, inoffensivo, privo di quel «colpire duro» di cui parla, esponendo dei fatti che sono di per sé incandescenti, non grazie al modo in cui vengono raccontati. Stessa cosa vale per le performance degli attori, anche del method acting di Jeremy Strong nei panni di Zuckerberg; interpretazioni di servizio per una storia che puntava in alto a differenza del film che la racconta.
Nonostante tutto, The Social - Il prezzo della verità vale la visione. Seppure già conosciute, rimette luce sulle rischiosità a cui i social ci hanno continuato a sottoporre e lo fanno tutt’ora. È un modo per ripassare o scoprire perché non bisogna credere a tutto ciò che viene detto su una bacheca e che anche nella libertà di parola può e deve esistere un arbitro morale che sappia mantenere un briciolo di integrità. Il quale dovrebbe interessarsi al bene degli altri per cui ha creato il suo social, non lavandosi le mani davanti a un mondo che ha contribuito a rendere peggiore e per cui non sembra riservare alcun rimorso.