
Il comparto moda di LVMH va sempre peggio I risultati del terzo trimestre hanno riportato un'inflessione del -5% causata dal mercato cinese
Dopo mesi di speranze per una ripresa del settore del lusso, alle prese con una crisi che si trascina ormai da diversi anni, i nuovi risultati del Q3 di LVMH sembrano allontanare ancora una volta la possibilità di un'inversione di tendenza. Secondo i dati ufficiali pubblicati ieri pomeriggio, alla chiusura dei mercati, il più grande conglomerato del lusso ha registrato un calo del 5% nel comparto moda e pelletteria, un risultato decisamente peggiore rispetto al -1,8% previsto dagli analisti. Il fatturato complessivo del gruppo ha raggiunto i 18,5 miliardi di euro, con una crescita organica dell'1% rispetto allo stesso trimestre dell'anno precedente. A pesare sui risultati è soprattutto il rallentamento del mercato cinese, che dal 2024 continua a rappresentare uno dei principali ostacoli alla ripresa del settore.
Perché il mercato cinese continua a frenare la crescita di LVMH?
Come riportato da Business of Fashion, le vendite di LVMH in Asia, escluso il Giappone, sono diminuite del 5%, ben oltre il -1,3% previsto dagli analisti. La crisi immobiliare cinese, insieme a un generale rallentamento dei consumi, continua a influenzare le abitudini d'acquisto di una clientela che per anni ha rappresentato uno dei principali motori della crescita del lusso europeo. Nel frattempo, gli aumenti dei prezzi applicati dalle maison durante il boom post-pandemico hanno progressivamente allontanato i clienti aspirazionali.
Il problema riguarda soprattutto Louis Vuitton e Dior, i due marchi più importanti del gruppo. Secondo il Financial Times, Louis Vuitton ha dovuto affrontare anche le conseguenze di una controversia legale con il marchio cinese di tè Molly Tea, accusato dalla maison di violazione del marchio registrato. La disputa, nata intorno a un motivo floreale simile a quelli della tradizione cinese, ha provocato una reazione nazionalista sui social locali, contribuendo a compromettere l'immagine del brand durante l'estate.
I direttori creativi bastano a risollevare le vendite?
Dior SS27 by Jonathan Anderson ~* https://t.co/CGLLDZtnLC
— Les Flappers (@Lesflappers) September 29, 2026
C'è poi la questione dei direttori creativi, protagonisti negli ultimi anni di un vero e proprio ricambio generazionale ai vertici delle maison. Se da una parte LVMH ha sottolineato il buon andamento delle collezioni di Nicolas Ghesquière e Pharrell Williams per Louis Vuitton, dall'altra ha evidenziato una domanda particolarmente forte per il ready-to-wear e la pelletteria di Jonathan Anderson da Dior. Secondo quanto riportato dal Financial Times, la CFO del gruppo Cécile Cabanis ha dichiarato che le vendite di Dior sono risultate positive dall'inizio dell'anno.
Rimane difficile capire quanto queste nuove direzioni creative stiano effettivamente contribuendo ai risultati economici, considerando che LVMH non pubblica i dati di vendita dei singoli brand. Il continuo susseguirsi di debutti, sfilate e campagne sembra aver restituito attenzione mediatica alle maison, mentre la conversione di questo interesse in acquisti richiederà ancora tempo.
Il futuro del lusso passa dai gioielli?
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A offrire qualche segnale positivo sono gli altri comparti del gruppo. Le divisioni orologi e gioielleria e vini e liquori hanno entrambe registrato una crescita del 6%, mentre negli Stati Uniti le vendite complessive sono aumentate del 5%. Secondo Business of Fashion, il successo della gioielleria riflette anche una diversa percezione del valore da parte dei consumatori, che tendono a considerare un gioiello un investimento più duraturo rispetto a una borsa o a un accessorio di moda.
Il mercato americano, che finora ha compensato parte delle perdite asiatiche, mostra però i primi segnali di rallentamento. Come riportato dal Financial Times, i dati sulle carte di credito pubblicati da Citibank indicano un calo della spesa per beni di lusso di almeno il 4% negli ultimi tre mesi. Per LVMH, il cui valore di mercato si è più che dimezzato rispetto al picco del 2023, la ripresa sembra quindi destinata a richiedere più tempo del previsto. E se nemmeno il più grande gruppo del lusso riesce a invertire la rotta, viene da chiedersi quanto ancora il settore possa affidarsi a nuovi direttori creativi, aumenti di prezzo e campagne milionarie per convincere i consumatori a tornare nei negozi.