
Luce e aria nella collezione SS27 di Dries Van Noten Julian Klausner è la cosa migliore capitata al brand dopo il suo fondatore
Data la natura spesso peculiare degli abiti che si vedono negli show di Milano e Parigi, a volte si dimentica che le collezioni di questo fashion month riguardano la primavera e l’estate. E spesso chi guarda quei look fatica a immaginarsi la stagione estiva. Ma oggi, da Dries Van Noten, l’estate si percepiva tutta. Un’estate belga, da maglioncino, senza spiagge e sole, ma comunque impregnata di una leggerezza e di una serie di colori tenui ma vividi che diventavano il meccanismo intorno a cui il meccanismo dello show si costruiva.
La parte più bella dello show è che tutti i singoli design visti nello show erano riconoscibili ma, guardandoli nel complesso del look e poi, più largamente, nel complesso dello show, creavano una specie di onirico vortice di colore in cui la natura dei singoli capi pareva sciogliersi, un mulinello di stimoli sensoriali che, se ci si passa l'espressione, aveva la stessa energia di una raffinata tazza di tè dove qualcuno avesse fatto gocciolare dell'acido lisergico. Per citare Rimbaud, potremmo definire questo show «una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi».
Diversi design recavano una traccia degli anni ’50, sia come costruzione e silhouette che come decorazione, con una serie di stampe di finti poster di film dell’epoca di cui almeno uno (il finale) si riferiva al profumo Raving Rose del brand. Oltre a quello ogni centimetro della loro superficie era un meccano di colori, lavorazioni e decorazioni che non lasciava un singolo scampolo di stoffa privo d'ornamento. Il grande leitmotiv della collezione erano le applicazioni gioiello, ora cristalline, ora metalliche, ora simili a quegli orecchini antiquati ma così preziosi.
C’erano anche cascate di trasparenze colorate, giochi di consistenze tra tessuti compatti e altri satinati. Il solo lavoro di styling e di abbinamento dei tanti vari pezzi, coi loro diversi colori, in uno stato di così studiata ma stupenda dissonanza è già qualcosa di geniale. Un espediente particolarmente interessante dietro molti look era l’utilizzo di un top a righe come base: serafine a righe, una t-shirt lunga drappeggiata sulla gonna con una spilla alla vita, numerose polo dal colletto sollevato a cui venivano via via sovrapposti altri strati di abiti iper-decorati che creavano uno strano, obnubilante effetto di straniamento. La ricchezza di colore e la carica sensoriale di ogni dettaglio erano davvero totali, senza però far perdere al tutto la sua luce e la sua ariosità.
In ogni caso, comunque, il più eloquente commento a questo show di Dries Van Noten sono i look stessi: inutile discuterne e molto meglio guardarli da sé in tutta la loro onesta e cerebrale esuberanza. Julian Klausner è forse sul punto di rivelarsi come un talento generazionale, il cui senso per i colori, i tessuti e le silhouette è così spontaneo e immediato, così autenticamente proprio, da sembrare frutto della più spericolata avant-garde. E il risultato è una moda che non ha davvero bisogno di show notes, concept o ripescaggi dall’archivio. Basta vederla per riconoscerla per ciò che è: incredibile.