
La rivoluzione incompleta della SS27 di Matièrés Fécales Il brand imbastisce il suo più grande show di sempre, ma il messaggio supera il design
C’è un detto italiano secondo cui non si può voler cantare e portar la croce: ovvero è spesso difficile fare due cose opposte nello stesso momento. Ed è un po’ quello che è successo da Matièrés Fécales ieri a Parigi, dove il brand ha presentato la propria collezione SS27 in Place de la Republique. Matièrés Fécales è uno dei nuovi brand-superstar della Paris Fashion Week, cresciuto sotto l’ala di Rick Owens finché non si è potuto librare da sé e lo scorso marzo il suo show-satira sull’1% è stato uno dei migliori e più interessanti della stagione. In questa stagione però il brand ha voluto fare doppietta (e non in senso metaforico, i look erano quasi il doppio per la sfilata) ma il risultato è che il messaggio ha di così tanto sorpassato il design che la sfilata di moda è diventata una processione allegorica, suo malgrado.
Una ribellione simbolica
Lo show di ieri faceva seguito a quello di marzo e, dopo aver messo in scena una satira delle élite, questo show parlava delle masse che le suddette opprimono. Il 99%, appunto. In omaggio al concetto, i look dello show erano 99 e hanno tutti sfilato in Place de la Republique, tradizionale luogo di riunione e protesta di Parigi, dominato dalla statua di Marianne che sarebbe l’incarnazione della repubblica post-rivoluzionaria. Oltre ad avere una produzione davvero titanica, dunque, lo show voleva anche situarsi in nel luogo più pubblico che esista in città, la sua più ampia area pedonale.
Non di meno, il concetto di popolarismo che il brand ha messo in scena in questo luogo simbolico si è scontrato con diversi scogli ideologici. In ordine sparso: come organizzare uno show dedicato al 99% quando si sta fisicamente chiudendo al pubblico un’intera piazza per un ristretto gruppo di invitati? Come parlare di classi popolari e minoranze con uno show di costosissimi abiti che sono quasi di haute couture? Come mai il messaggio di giustizia sociale incentrato sul 99% non rappresentava in modo più ampio tutte le persone colpite dalle stesse dinamiche di potere, inclusa la componente europea? Come conciliare il messaggio che le classi oppresse portano sulle spalle i ricchi miliardari di questo mondo con il fatto che lo show non è potuto iniziare per 63 lunghi minuti in attesa che arrivasse Rihanna? Per citare @insidethemood, lo show «ha parlato di resistenza e marginalizzazione da dietro un cordone di velluto».
Ma il fatto che la ribellione e la resistenza fossero messe puramente in scena come ideali che già nell’organizzazione dello show parevano impraticabili per motivi organizzativi, non toglie potenza al messaggio dietro l’intera scena che oggi, nella moda, è tragicamente raro. Il suo intento era in effetti quello di essere una performance, un teatro simbolico, e di avere come sfondo questo grande luogo pubblico. Qui sta tutta la nobiltà e l'ambizione delle intenzioni del brand. Eppure la presenza di un messaggio così importante e in fondo anche così urgente data la situazione attuale del mondo (solo ieri il CEO di Palantir ha comprato 15 ettari di foresta vergine in Svezia, chissà perché) ha finito per sovrastare la stessa moda che era messa in scena.
Molti look, molti stili
Il principale limite della collezione in sé è la sua stessa ampiezza. Novantanove look sono moltissimi e purtroppo le capacità creative del brand hanno semplicemente iniziato a mostrare la proverbiale corda. Ma procediamo con ordine. Lo show si divide in circa tre “atti”. Il primo include i primi quaranta look ed è composto da una serie di silhouette inizialmente semplici e poi via via più complesse che dal bianco e dal nero acquistano colori: rosso, arancio, rosa, azzurro e poi di nuovo bianco per l’ultimo look collettivo di un’intera famiglia indiana biancovestita.
Dopo di loro inizia il più politico secondo atto, che dura fino al look 76. Qui il drappeggio e la semplicità del singolo tessuto vengono meno e inizia una sezione più moderna: abiti militari abbinati a coperture facciali simili agli hijab, make-up metallaro, giacche di pelle, jeans laccato effetto coccodrillo, hoodie stampate (anche loro in salsa metal) e anche un abito con scritto “Resist”. E poi completi di denim, un paio di abiti-harness sadomaso e, infine, tre modelli che camminano insieme in tuniche di tre colori che rappresentano il tricolore francese.
Da lì fino al look 99 c’è il terzo atto, che includeva l’effettiva estetica couture che il brand aveva già esplorato nella precedente stagione con una serie di stupendi abiti da ballo composti con la stoffa dei tradizionali sari indiani cerimoniali (e questi erano i look più belli e ispirati della collezione), diversi look piumati abbinati con jeans, make-up facciale del tutto bianco a metà tra la geisha e Gene Simmons dei Kiss e infine due look, uno maschile e uno femminile, in cui due modelli trasportano sulle spalle dei fantocci realistici degli europei privilegiati vecchi e accecati metaforicamente da una maschera a forma di dollaro. In breve: una collezione più concentrata su un singolo tema e una singola estetica avrebbe portato il messaggio al segno in maniera molto meno dispersiva. Nel grande flusso di look e idealismo, però, proprio quello stile si è fortemente diluito.