
I bulli e le pupe della SS27 di Gucci Per lo storico brand fiorentino, il divertimento è finalmente tornato
The fun is back at Gucci, finalmente. Per lo show SS27 di Gucci, Demna ha deciso di dare al pubblico una gradevole dose d’ironia: la passerella era infatti una boutique del brand e i vari modelli interpretavano i suoi clienti. L’ingresso della passerella simulava invece una strada, dove s’alternavano pioggia e sereno, mentre, ad accompagnare la sfilata, c’erano delle maliziose note di bossa nova. Un umore finalmente più leggero, meno cupo, che si sente perché questa è la collezione in cui Demna ha dichiarato di aver elaborato una propria visione per il brand.
Questo è stato anche lo show in cui Demna ha messo da parte gli abiti ultra-aderenti e gli scurissimi completi da ufficio oversize per portare nuovi tocchi di colore, silhouette più squadrate, uno styling volutamente eccessivo. Lo show era rivoluzionario? Diremmo di no, ma non era quello l’obiettivo. Lo scopo di Demna, ci pare, era ridare al brand un po’ della sua originaria panache. «Gucci è il lusso che vuole essere visto», ha scritto Demna nelle sue show notes. «Riguarda la tensione tra appropriatezza e sensualità». In effetti, le pose e i manierismi erano quasi più importanti degli abiti: più o meno estrose, le donne che hanno sfilato erano tutte delle vamp rifattissime, truccatissime, cotonatissime.
La collezione in sé, piena di dettagli horsebit sovradimensionati, cinture corsetto, mega-pellicce, colletti alzati e sovrapposti, spalle squadrate, era molto familiare, quasi classica si direbbe. Il punto però era quello di definire un’attitudine, una precisa verve, una spavalderia anche un po’ teatrale (e forse non era un caso che in passerella ci fosse Isabella Ferrari) che attingeva anche all’archetipo milanesissimo della sciura tutta occhiali da sole, gioielli e compiaciuta disinvoltura. Diverse erano le cose per il versante maschile della collezione, che ha sfilato anche per primo, dove alle signore alto-borghesi si sostituivano playboy dalla mascella squadrata, tronisti dei primi 2000, androgini damerini vestiti quasi interamente di scuro, o con polo da rugby decorate da questo o quel logo del brand: morsetti, bambù, cavalieri e via dicendo.
La lettura che Demna ha fatto del brand è molto personale ma è anche corretta: Gucci si muove entro il perimetro di una rispettabilità alto-borghese che viene via via sovvertita da «eccentricità, pericolo o sex appeal». Il suo fascino non sta in codici che, al di là dei singoli branding e dei design iconici, non esistono nel concreto ma nella personalità, nella grinta, nel glamour che mette insieme «aristocrazia e cultura pop, Firenze e Hollywood, buon gusto e cattivo gusto (qualunque cosa ciò significhi), eredità e desiderio di massa, appartenenza e ribellione».
Chi da Gucci si aspetta le più mirabolanti acrobazie della couture cade nell’errore di credere che tutta la moda sia la stessa moda ed è forse anche un po’ pedante. Gucci è lusso, piacere di vivere, edonismo e carattere. L’appeal del brand è proprio il suo essere sinonimo di lusso in tutte le sue possibili incarnazioni: può esagerare, ed esagera, perché la sua missione è terrena, non metafisica o astratta. E se nelle precedenti due collezioni era stata la cupezza di tono a trionfare, in questa il vitalismo innato di Gucci è tornato proprio grazie al suo ritrovato carattere. Speriamo che da ora, per Demna, la strada sia quella giusta.
































































































































